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L'ultimo censimento sforna il dato atteso: 56 milioni di italiani. Meno atteso invece, purtroppo, un altro rapporto del Ministero della Sanità anch’esso più che recente, quello che allarma e sancisce in parte la sconfitta dell’educazione al movimento, ovvero che del totale della cifra prima citata, quasi 1/5 soffre di obesità e di questo nucleo cospicuo fanno sempre più parte bambini e adolescenti.

Come al solito in Italia una volta scoppiato il (seppur piccolo) bubbone, ecco il grido d’aiuto. Secondo le indagini realizzate dall’Università degli Studi di Milano, in particolare dalla facoltà di Scienze Motorie, il 20% dei bambini esaminati risulta sovrappeso. Un mix di abitudini alimentari da fast food, sommato alla nuova schiavitù da mezzo tecnologico ramificatasi tra computer, video-giochi e classica televisione, ed eccoci a commentare quello che da anni genitori un po’ più attenti si sono premurati di scongiurare. Bello sentir parlare mamme indaffarate a barcamenarsi tra la lezione di danza della figlia e quella di tennis del figlio. Oppure tra la partita di calcio del sabato e l’allenamento di volley infrasettimanale. Bello insomma raccogliere queste lamentele spesso incentrate sulla lotta contro il tempo nelle quali però c’era più di una vena di compiacimento. Già, perché assecondare l’istinto dei figli nello sport oppure aiutarli a trovare diversivi a libri di scuola e altre attività forzatamente sedentarie ha sempre dato buoni frutti. Checché se ne dica in giro a livello corpo docenti, convinti che le energie fisiche andassero spese, soprattutto nel periodo scolastico, a nutrire la materia grigia. E’ una battaglia che forse adesso ha decisamente smorzato i toni e che si dirige su miglioramenti sostanziali, ma non posso non ripensare alle “nostre” ore settimanali di educazione fisica. Su 16 maschi, si riusciva ad arruolarne solo la metà per estenuanti sfide calcistiche. Gli altri, o ricorrevano al mitico “esonero” adducendo variegate patologie fittizie oppure utilizzavano le due ore per irrorare le menti con riviste da brivido. Ora non pare più così. Dal Ministero è arrivata la direttiva che “essendo educazione fisica anche teoria, chi è alle prese con problemi fisici, deve almeno studiare la nozionistica di base di alcune discipline”, ovvero il voto viene assegnato in base alle conoscenze dei regolamenti. Rimane comunque il dato forse traino di quel pessimo periodo: adesso i problemi derivanti dal sovrappeso toccano 1/5 della fascia giovanile, con un dato del 5% complessivo che risulta addirittura obesa, e evidenti problemi di ricettività motoria. “Sono sempre meno i ragazzi che svolgono un ‘attività quotidiana “spontanea” - spiega Simone Lassini, insegnante di educazione fisica con “cattedra”, ovvero preparatore atletico dell’Adecco Milano (basket A1)- . Se un genitore non pianifica la settimana del proprio figlio tra palestra, nuoto o altre attività, è inevitabile che prevalga il fattore sedentario. Ma il dato di partenza va ricercato in un cambiamento sociale importante. Diciamo fino agli anni 80 la strada, il quartiere ed anche gli oratori erano il fulcro delle attività di ragazzi e ragazze. Si scappava dal vigile perché nei giardinetti non si poteva giocare. Oppure dal rivale della compagnia di appartenenza dopo un dispetto sfociato in un litigio. Si scavalcavano i cancelli per recuperare i palloni. Insomma tutta una serie di attività ludiche, di tipo “utilitaristico”, che adesso anche nelle zone periferiche appaiono sempre più rare. Anche per ragioni di sicurezza, un genitore preferisce scegliere un ambiente chiuso, sicuro, dove il proprio figlio svolga uno sport. Ma questo inevitabilmente comporta una variazione nelle dinamiche di gruppo. Meno socializzazione spontanea e più indotta. In una parola sola, mancanza di scuola di vita, del farsi le ossa nell’habitat “naturale”. E sembrano concatenate a ciò anche quelle che si possono definire come sindromi da tempi moderni, ovvero una crescente povertà motoria che genera riflessi negativi nella gestione del corpo, in rapporto alle situazioni emotive che caratterizzano anche e soprattutto la vita di tutti i giorni. In parole povere si registrano sempre più casi di ansie ingiustificate, diminuzione dell’autostima e attacchi di panico. Perché? “E’ un procedimento complesso. - continua Lassini - Dal mio punto di vista tutto nasce dal fatto di trascurare una vera e propria cultura alimentare.

Si sta andando verso il pessimo esempio americano, ovvero più lo strato sociale tende al basso, più aumenta il fattore obesità. Alla base soprattutto ignoranza dunque, nel senso letterale del termine. Complici anche i messaggi pubblicitari ingannevoli, si acquista il prodotto Light e poi si mangia la merendina reclamizzata senza sapere le differenze caloriche sostanziali tra i due prodotti. La creazione poi di falsi miti, frutto della civiltà dell’apparire, generano una situazione ingannevole di notevole disagio tra gli adolescenti, soprattutto ragazze. Che oltre a nutrirsi male, credendo tra l’altro il contrario visti i messaggi subliminali del tubo catodico, si pongono obiettivi o modelli irraggiungibili. Da qui l’inevitabile conseguenza: meno sicurezza in se stessi e maggiore timore nel confrontarsi con gli altri.” Ma tecnologia e progresso un po’ di tempo fa non erano sinonimi di benessere generalizzato? Faceva bene dunque qualcuno ad avanzare dubbi e a ironizzare dicendo che forse “si stava meglio quando si stava peggio”. Di certo c’è che anche l’ultimo traguardo appena raggiunto, ovvero l’ingresso in Europa, non ha dato vantaggi da questo punto di vista. Anzi, ha partorito il solito pasticcio all’italiana. “Secondo le nuove normative e i parametri della comunità - prosegue Lassini - l’educazione fisica andava introdotta, come nelle altre scuole europee, anche a livello di scuola elementare. E da noi si è badato come al solito alla forma, tralasciando la sostanza. Ovvero minicorso di 3 mesi per consentire al personale già in forza di esercitare anche con mansioni di educatore fisico. Ridicolo ed oltremodo pericoloso. Lo sanno tutti che avendo a che fare con bambini piccoli, in fase di crescita, si deve prestare attenzione a svariati e più complessi aspetti della vita sociale. Entrano in gioco fasi pedagogiche importanti, componenti psicologiche considerevoli che noi, anziché affidare a personale qualificato, affidiamo a gente con requisiti arrangiati. Con l’aggravante tra l’altro di strutture inadeguate come minipalestre ricavate da mense o ex-magazzini. Quello che conta però da noi è la forma, la statistica. E quanto a numeri ci siamo adeguati alle direttive dell’Europa unita”. Come si può uscire da una situazione simile? “Anche qui non c’è una ricetta unica, un tocco magico. Per prima cosa, già alle elementari, occorrerebbe battere parecchio il chiodo sull’educazione dietetica di base. Poi qualche investimento economico rivolto a personale qualificato da utilizzare in questi settori sarebbe opportuno. Ci sono attualmente una miriade di lauree brevi e di altre specializzazioni che trovano magari difficoltà a livello collocazione e impiego. Dietro garanzie meritocratiche e di specifici studi effettuati in materia, un loro periodo di apprendistato remunerato nelle nostre strutture scolastiche, ad esempio, non sarebbe male”. E io che ai miei tempi non mi capacitavo come un personaggio decisamente sovrappeso, più incline alle chiacchiere con le mie compagne che ad arbitrare le nostre sfide all’ultimo sangue potesse essere accostato alla parola insegnante di educazione fisica...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Paolo Ghisoni