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Nella primavera scorsa è andato in onda con un’insistenza ai limiti del fastidio uno spot tv a cura dell’Upa, gli utenti di pubblicità associata, che mostrava un tizio che ringraziava tutti o che veniva ringraziato da tutti affinché “consumasse”, spendesse cioè del denaro per riavviare il motore dell’economia.
C’è una considerazione etico/estetica: lo spot era confezionato nello stile della cosiddetta pubblicità progresso, tipo quelli anti fumo o anti aids, mentre non credo che lo si possa equiparare nello spirito (e dunque la lettura è da considerarsi “truffaldina”?) ai temi che appunto motivano questo tipo di pubblicità, solitamente a spese delle istituzioni.
E c’è una considerazione di tipo economico: alla fine di giugno i dati Istat ci hanno informato del ristagno del potere d’acquisto degli stipendi, frastagliati nelle varie categorie. Il costo della vita sale di più dei salari, ci sono meno soldi in giro, e quindi (cfr. la cosiddetta “legge di Ford” secondo cui il mitico Henry sosteneva che bisognasse pagare bene o meglio gli operai per far loro comprare più automobili) si spende di meno.


Si spende di meno malgrado gli stimoli pubblicitari a farlo. Anche qui si potrebbe sviluppare il discorso in più direzioni, leggasi interrogativi: per esempio, chi produceva gli spot succitati lo sapeva del ridotto o regressivo potere d’acquisto degli italiani? Se no, pensava a una spinta pubblicitaria che prescindesse dai dati economici relativi alla possibilità per gli italiani di “consumare” di più? E se sì, pensava comunque di infiltrare la psicologia delle masse nonostante le tasche (semi) vuote? Quindi “raggirava” i malcapitati? E ancora: visto che i consumi non paiono aumentati, risultato di cui assai si duole il governo e la nostra economia tutta, significa che la pubblicità in questione ha fatto un buco nell’acqua? Dunque almeno in casi “estremi” la realtà sarebbe più forte della realtà pubblicitaria? Ecc. ecc…. Vi ho rifilato questo pippone sull’advertising italiano ai giorni nostri, perché è una delle questioni secondo me cruciali del nostro vivere quotidiano, vivere di testa e di cuore intendo, oltre che di stomaco e di tasca, benché come si sa vita e tenore di vita siano ormai avviluppatissimi.
E personalmente - volevo dire professionalmente - ci sbatto la testa tutti i santi giorni o quasi, cioè con la mia trasmissione radiofonica “La radio a colori”, uno spazio (fin troppo concentrato…) quotidiano su Radio Uno Rai al servizio dei cittadini.


L’ultima campagna anti-pubblicitaria, nel senso che do a questa formula non teoricamente ma praticamente, come capirete tra poco, che ho fatto, con gran dispendio di energie e rinculi mica da ridere, è stata quella sulle “false connessioni a Internet” che scattavano sui computer dei malcapitati, quando truffaldini “dialers” si agganciavano surrettiziamente travestiti da suonerie, loghi ecc. con la Telecom che da brava gestora-esattora, o gestrice-esattrice, riscuoteva dalla bolletta cifre folli che in media per il 20% finivano nel forziere della società ex monopolista dei nostri telefoni. Il tutto senza alcun tipo di informazione “visibile” per i clienti che invece tacitamente venivano fatti cadere in trappola.
Forse ne avrete sentito parlare dai tg, o dai giornali radio, o dai quotidiani, o dai settimanali (cfr. l’ultimo “Espresso” di giugno con richiamo in copertina); naturalmente non citano la fonte della campagna, cioè noi di “radioacolori”, grazie alla quale moltissimi italiani sono stati avvertiti della truffa e quindi poi, dai e dai, la Telecom è stata “costretta” a disabilitare gratuitamente i famigerati “dialers” del numero 709. Perché non citano la fonte? Perché sono dei cialtroni, abituati male e cresciuti peggio.
Perché non sono stati loro a farla prima, questa campagna? Perché - e mi ricollego al discorso sulla pubblicità - costa impegno, una campagna così, ed è impari nei confronti degli investimenti pubblicitari che Telecom o altri fanno sui mass-media. Una “cattiva notizia” su questi investitori mette a repentaglio gli investimenti.
Conclusione: l’informazione è sempre più ostaggio della pubblicità, è un agnello che è costretto a convivere nella gabbia della comunicazione - gabbia intesa a volte come una stessa pagina di giornale, come un luogo in tv o radiofonico, e sia pure per ora infinitesimalmente anche come home-page sul web - con il leone dell’advertising. E tutti fanno finta di non sapere che fine abbia fatto l’agnello in quella gabbia… Salvo poi far gran tirate sulla libertà di stampa messa a repentaglio dal Berlusca o da chi sia. Ma ci sono mai stati i colleghi allo zoo (pardon, al bioparco)?


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


.Oliviero Beha