

Manca
ancora più di un anno al 2 novembre 2004, ma le elezioni presidenziali americane
proiettano già la loro lunga ombra sulla scena politica.
Esse influenzano le decisioni di George W. Bush, condizionano il comportamento
di un partito democratico tuttora alla ricerca di un candidato e in qualche
modo pesano su tutte le crisi del globo, dal Medio Oriente alla Corea del
Nord, dal rapporto dollaro-Euro al processo per la liberalizzazione dei commerci
mondiali.
E’ il tributo che, ogni quattro anni, il mondo deve pagare al processo democratico, con risultati non sempre esaltanti. Come tutti ricorderanno, nel novembre 2000 Bush jr. vinse le elezioni per un pugno di contestatissimi voti nella Florida governata da suo fratello Jeb. A livello nazionale, il candidato democratico Al Gore, già vice di Clinton, ottenne circa 300.000 consensi in più, ma – vista la legge elettorale americana - se George W. avesse ottenuto un chiaro successo nello “Stato del sole splendente” nessuno avrebbe messo in discussione il suo buon diritto a governare. Invece, l’America fu lacerata da un mese di ricorsi, controricorsi, accuse di brogli e contraccuse di falso ideologico, risolti solo da un controverso verdetto a maggioranza della Corte Suprema. Il risultato fu che quando, nel gennaio successivo, George W. si insediò finalmente alla Casa Bianca, moltissimi americani lo consideravano un presidente dimezzato e molti addirittura un presidente illegittimo.

Poi arrivò l’11 settembre, e un Paese ancora dubbioso serrò le file dietro il suo comandante in capo, che aveva dichiarato guerra senza quartiere ai terroristi. La popolarità del presidente toccò vette mai raggiunte da alcuno dei suoi predecessori e per i successivi due anni gli americani hanno sostenuto con poche riserve tutte le sue iniziative, dalla caccia a Bin Laden in Afghanistan alla guerra contro Saddam, dalla più imponente riduzione delle tasse della recente storia americana a una restrizione dei diritti civili degli immigrati arabi.

Le goffaggini
e l’impreparazione che gli venivano rimproverati soprattutto dagli elettori
più sofisticati sono diventate irrilevanti a fronte della sensazione di avere
finalmente trovato un leader, magari un po’ grezzo, ma capace di prendere
decisioni difficili e di comunicarle al Paese. A novembre dello scorso anno,
questo orientamento favorevole dell’opinione pubblica ha permesso a Bush jr.
di riconquistare anche la maggioranza nelle due Camere del Parlamento, essenziale
per portare avanti il suo programma elettorale e quindi avere le carte in
regola per chiedere un secondo mandato.
La
posizione di forza che George W. si è conquistato ha già prodotto un primo
importante risultato: nessun repubblicano gli contenderà la nomination del
partito, evitandogli così di spendere denaro, tempo ed energie nelle elezioni
primarie. Invece di essere costretto per sei mesi a girare il Paese in lungo
e in largo in cerca di consensi, egli potrà concentrarsi sul lavoro alla Casa
Bianca e – se mai - dedicarsi ad aiutare gli esponenti repubblicani in corsa
per Congresso e Senato.
Ma, soprattutto,
potrà riversare tutte le ingenti risorse finanziarie a sua disposizione sulla
campagna presidenziale vera e propria, acquisendo in partenza un importante
vantaggio sul candidato democratico. Se, all’inizio del conto alla rovescia,
Bush appare in ottima posizione per ottenere una riconferma dalle urne, egli
non può ignorare che la strada della rielezione è sempre disseminata di trappole.
Ne sa qualcosa suo padre, che nel 1992 fu battuto dopo un solo mandato dall’allora
semi sconosciuto Bill Clinton, perché, dopo avere liberato il Kuwait da Saddam
Hussein, non riuscì a rilanciare in tempo l’economia. E di nuovo quest’ultima,
che attualmente si trova in una fase di limbo, potrebbe diventare il tallone
d’Achille di George W. Da Clinton, che ha avuto la fortuna di presiedere alla
più lunga fase di espansione del dopoguerra, Bush jr. ha ereditato una macchina
surriscaldata che cominciava a perdere colpi.
La coincidenza tra lo scoppio della bolla speculativa di Wall Street, (in
particolare dei titoli tecnologici), gli scandali che hanno travolto alcune
delle maggiori aziende americane e gli attentati alle Torri Gemelle l’ha mandata
definitivamente in tilt.
Va detto, tuttavia, che avrebbe potuto andare molto peggio. Grazie all’azione
della Federal Reserve, che ha, a colpi di mezzo punto per volta, abbassato
i tassi d’interesse ai minimi del dopoguerra, e alla politica di deciso alleggerimento
della pressione fiscale praticata dal presidente e al conseguente mantenimento
di un buon livello di fiducia tra i consumatori, la recessione vera e propria
è durata solo pochi mesi, e la crescita, sia pure modesta e stentata, è ricominciata.
Una forte – e sotto certi aspetti imprevista – svalutazione del dollaro nei
confronti dell’Euro, se ha reso molto più costose le importazioni dall’Europa
e i viaggi degli americani all’estero, dovrebbe servire a rilanciare le esportazioni
e mettere così un argine a un deficit della bilancia dei pagamenti che ha
ormai superato il 4% del PIL. Tra gli analisti, tuttavia, continua a regnare
l’incertezza, confermata da un andamento altalenante della Borsa, dove il
Toro si è riaffacciato, ma non è ancora il padrone della scena. Sono soprattutto
gli investimenti a scarseggiare, perché le aziende, memori dell’ubriacatura
della fine degli anni Novanta, preferiscono, nonostante il basso costo del
denaro, non esporsi eccessivamente in questa fase. All’orizzonte si profila
anche la minaccia di un deficit federale di proporzioni gigantesche, frutto
di una politica keynesiana di destra che potrebbe risultare decisiva per rilanciare
l’economia, ma anche infliggere alla macchina danni di lunga durata. Nella
consapevolezza che la maggioranza degli americani vota con il portafoglio,
George W. deve comunque puntare su una crescita nel 2004 nell’ordine del 2-3%,
e manovrare in modo che la nuova bolla speculativa che si sta profilando,
quella della proprietà immobiliare, non gli esploda tra le mani proprio alla
vigilia delle elezioni.
Il secondo
grande interrogativo della campagna elettorale riguarda l’Iraq. I due terzi
degli americani hanno appoggiato la guerra contro Saddam, hanno festeggiato
la sua rapida conclusione e non si sono eccessivamente turbati né per la mancata
cattura del dittatore, né per l’irreperibilità delle armi di distruzione di
massa che rappresentavano il casus belli. Attaccato dalla stampa “liberal”
per avere ingannato l’opinione pubblica sul pericolo che il Rais rappresentava
per l’America, Bush si è finora difeso con successo, dicendo che le ricerche
degli ordigni proibiti continuavano e che la verità finirà con il venire a
galla.
Ora, tuttavia, molti cominciano a perdere la pazienza. Le difficoltà della
ricostruzione, l’ostilità che le truppe alleate continuano a incontrare nella
popolazione, le continue e cruente imboscate contro soldati costretti ad assolvere
compiti per cui non sono preparati in condizioni climatiche impossibili, turbano
i cittadini e risvegliano in molti di loro le tristi memorie del Vietnam.
La gente si chiede fino a quando i “ragazzi” dovranno restare in Medio Oriente,
quanto costerà una prolungata occupazione e se l’impresa non avrà davvero,
come sostengono i profeti di sventura, l’effetto di rilanciare il terrorismo
di Al Qaeda. Per sua fortuna, la Casa Bianca ha ancora un anno di tempo per
raddrizzare la situazione e avviare il disimpegno, ma le incognite sono tante
e – se le cose volgessero al peggio – una rivolta dell’elettorato contro una
politica estera troppo piena di rischi non può essere esclusa.
Un altro
conflitto in grado di influenzare il voto è quello israeliano-palestinese.
Bush si è impegnato in prima persona per risolverlo un po’ per le pressioni
del suo amico Blair, un po’ per dimostrare al mondo arabo moderato che ha
a cuore anche i suoi problemi. Ma la sua azione è pesantemente condizionata
dagli umori del fronte interno: i suoi più convinti sostenitori, i fondamentalisti
cristiani, vedono in Israele l’unico avamposto della civiltà occidentale in
una regione nemica e non tollerano che sia penalizzata per soddisfare i musulmani.
La lobby ebraica, che conta non solo su tre milioni di elettori ma su una
rete di giornali, di televisioni e di potentati economici di grande peso proprio
negli Stati in cui George W. deve cercare consensi, è sì favorevole alla politica
bushiana dei “due Stati che vivono uno accanto all’altro in pace e sicurezza”,
ma solo se le garanzie per Israele saranno ferree e se verrà prima smantellato
l’apparato terroristico palestinese.
Quando, in giugno, Bush deplorò pubblicamente il tentativo israeliano di eliminare
il dottor Rantissi, numero due di Hamas e organizzatore di numerosi attentati
suicidi, le organizzazioni ebraiche americane reagirono con rabbia e minacciarono
il presidente di ritirargli il loro appoggio, tanto che la Casa Bianca si
affrettò a fare marcia indietro.
E’ perciò da escludere che, in un anno elettorale, Bush possa esercitare grandi
pressioni su Sharon, anche se dovesse deviare dal “tragitto di pace”.
Una delle fortune di Bush è che il partito democratico non si è ancora ripreso
dalle sconfitte del 2000 e del 2002, non ha ritenuto opportuno opporsi alla
guerra come chiedeva la sua ala sinistra e non riesce a trovare un leader
che prenda il posto di Clinton (che per legge non può più candidarsi alla
Casa Bianca) e di Gore (che ne ha avuto abbastanza dello sfortunato tentativo
di tre anni fa).
I giornali americani riferiscono di un grande attivismo di Hillary Rodham
Clinton, la ex first lady diventata senatrice dello Stato di New York,
che con la scusa di promuovere la sua celebrata autobiografia sta girando
il Paese in lungo e in largo, stabilendo rapporti con deputati e governatori
democratici e allungando le mani su varie organizzazioni del partito.
Gli osservatori tendono tuttavia ad escludere che Hillary – pur animata da
sicure voglie presidenziali – presenti la sua candidatura già nel 2004, con
il rischio di andare al massacro contro un presidente popolare sostenuto dalla
maggioranza dei poteri forti. Per ora, con l’aiuto di un marito che ancora
deve farsi perdonare le sue famose scappatelle, sta semplicemente mettendo
le basi per la campagna del 2008, quando Bush jr. sarà a sua volta fuori gioco.

Al partito democratico, comunque, non mancano certo gli aspiranti presidenti: a tutt’oggi, sono ben nove ad avere annunciato la loro candidatura, a copertura di tutte le posizioni politiche: dai pacifisti ai guerrafondai, dai keynesiani agli ultraliberisti, gli elettori delle primarie – che si annunciano particolarmente combattute – avranno ampia possibilità di scelta.
Nessuno dei contendenti, tuttavia, gode di grande notorietà a livello nazionale, con la possibile eccezione di Joseph Lieberman, che fu il vice di Gore tre anni fa, ma che ha l’handicap non indifferente di essere un ebreo ortodosso (nessun israelita è ancora riuscito a scalare la Casa Bianca, e i politologi non ritengono che il momento sia favorevole per infrangere questo tabù).
Tra gli altri, spiccano il senatore del Massachusetts John Kerry, eroe del Vietnam diventato colomba e sposato con una multimiliardaria, il senatore Edwards della Carolina del Nord che piace molto alle donne e viene talvolta paragonato a John Kennedy, e il leader democratico al Congresso Gephardt, che peraltro è al suo terzo tentativo e sembra avere un po’ esaurito la sua spinta propulsiva. Difficile che da questa pattuglia emerga qualcuno in grado di affrontare con successo George W., e di mettere insieme il “tesoro di guerra” necessario per una moderna campagna presidenziale. A ogni tornata, infatti, i costi lievitano, le macchine elettorali crescono di dimensioni e il peso degli spot televisivi aumenta: qualcuno sostiene addirittura che, se questa tendenza non sarà in qualche modo invertita, i candidati repubblicani sostenuti dall’establishment economico e finanziario diventeranno praticamente imbattibili. Le previsioni sono perciò per uno scontro tra un presidente che ha dietro di sé un partito compatto e uno sfidante che, dopo avere vinto le primarie, avrà il suo da fare a ricompattare un partito lacerato.
Ma George W. avrà anche un altro vantaggio: quello di potere contare, nella persona di Karl Rove, su quello che viene considerato il più abile stratega elettorale dell’ultima generazione. E’ un uomo schivo, che si fa vedere e sentire poco, ma che dal suo ufficio nell’annex della Casa Bianca ispira molte delle iniziative del presidente e in un certo senso gestisce il suo rapporto con gli elettori. Rove sa sfruttare con maestria i successi e mettere una pezza alle sconfitte, anticipa quello che l’opinione pubblica si aspetta e manovra con abilità dietro le quinte del Congresso.
Con queste
premesse, è naturale che gli allibratori, già al lavoro da tempo, diano George
W. favorito.
Ma lo spettacolo non sarà per questo meno affascinante: c’è solo da sperare
che gli aggiustamenti che i vari Stati stanno facendo alle loro leggi elettorali
evitino in futuro situazioni come quelle del 2000, che rischiarono di travolgere
la stessa credibilità democratica dell’America e che, alla fine, soltanto
il senso di responsabilità collettivo della nazione ha permesso di assorbire
senza troppi traumi.

Sebbene i democratici non abbiano ancora scelto il loro candidato, la campagna per le elezioni presidenziali del 2004 condiziona già le decisioni di Bush
Joseph Lieberman
John Kerry
Karl Rove