

Descrivendo l’ipocrisia
della società e dei costumi contemporanei nel testo teatrale "L’uomo,
la bestia e la virtù", rappresentato nel 1919, Pirandello costruisce
una satira assai pungente e tragica dell’esistenza umana. Il tema trattato
fu considerato in un primo tempo scabroso e non venne accettato di buon grado
dalla critica e dal pubblico.
Tuttavia, a breve, divenne tra le opere più rappresentate del teatro pirandelliano.
In questa commedia la vis farsesca emerge con forza e i personaggi ne sono
pervasi: l’Uomo, ossia il professor Paolino, un trentenne integerrimo, rispettato
e onesto, conduce in realtà una doppia vita: è l’amante, in effetti, di una
donna sposata, la signora Perella, metafora della Virtù.
Moglie e madre esemplare, modesta e sempre al proprio posto, per uno scherzo
del destino viene messa incinta dal professore, mentre da tempo non ha più
rapporti fisici con il proprio marito, la Bestia, capitano di una nave, che,
ogni qualvolta torna a casa dopo un viaggio, non la degna di uno sguardo e
cerca pretesti per litigare.
Arriva il giorno in cui la signora Perella va a trovare Paolino, insegnante
privato del figlio Nonò, mentre sta facendo lezione ad altri ragazzi, per
confermare all’amante il proprio stato di gravidanza, avvallato dai continui
conati e improvvise nausee, come le era capitato quando attendeva il primo
figlio. Il signor Perella, capitano di marina, uomo rozzo e volgare, torna
assai di rado a casa e, slegato dalla moglie e dal figlio, a Napoli ha costruito
un altro nucleo familiare.
Paolino e la signora Perella avrebbero continuato a recitare in pubblico il
proprio ruolo di persone apparentemente “in regola”, senonché ora il professore
vede un’unica soluzione allo stato della donna, che è incinta di due mesi:
darsi da fare per gettare la signora Perella tra le braccia del marito, in
occasione di una sua visita di una sola notte, prima di imbarcarsi per un
altro lungo viaggio.
A questo scopo Paolino farà preparare da un suo amico farmacista un pasticcio
dolce afrodisiaco per favorire e stimolare la Bestia all’incontro sessuale
con la moglie. I due amanti fremono nell’attesa che il loro piano si compia:
i suggerimenti di Paolino alla signora per rendersi al marito più affascinante
e disponibile, la presenza del professore alla cena e alla spartizione del
pasticcio, l’abbondante porzione mangiata dal capitano sembrano presentarci
una risoluzione angosciosa e paradossale.
Solo attraverso questo grottesco stratagemma e al potere della farmacologia,
la donna potrebbe mantenere il proprio rispettabile ruolo nella società. Lei
preferisce, piuttosto che affidarsi ad autentici valori, l’apparenza del perbenismo,
salva la faccia e la facciata e comunque lascia spazio ad eventuali trasgressioni
segrete.
Per accordo tra i due amanti, se il rapporto dovesse avvenire nell’unica notte
possibile, la signora esporrà un vaso sulla veranda per confermare a Paolino
che il loro piano ha ottenuto successo. Di primo mattino, dopo una notte insonne,
Paolino però non scorge il segnale convenuto ed è preso da un’angoscia furiosa.
Poi incontra il capitano, che gli sembra stravolto dopo la nottata, ma sarà
la comparsa della donna che chiede aiuto proprio al professore per portare
dei vasi in veranda a confermare l’avvenuto amplesso.
Mentre ne L’uomo, la bestia e la virtù Pirandello mette alla berlina quei
borghesi che disperatamente puntano a mantenere il proprio ruolo, non importa
se questo avviene facendo uso di continue ipocrisie, nella commedia "Come
prima meglio di prima", scritta nel 1920, l’epilogo porterà
la protagonista a scegliere diversamente e a uscire dagli schemi consueti,
a fuggire probabilmente verso un futuro diverso. Incentrata sulla complessa
figura di Fulvia, la vicenda ruota attorno alla tormentata situazione umana
e familiare della donna.
Assai giovane aveva avuto da Silvio Gelli, noto chirurgo, una figlia, Livia,
che non l’ha mai vista e a cui è stato detto che la propria madre è morta,
visto che Fulvia conduceva, anche per colpa del marito, un’esistenza amorale,
passando da un uomo all’altro.
Nei suoi confronti Silvio ha sempre avuto un rapporto particolarmente morboso.
Ritrovatala nel momento in cui la donna, disperata e schifata dalla propria
esistenza, tenta il suicidio, la salva. Nel periodo di convalescenza il marito
medico cerca di recuperare il rapporto coniugale tanto da metterla incinta.
Egli intende portarla nella propria casa sul lago di Como, dove Silvio vive
con la loro prima figlia. Perché Livia possa accettarla in casa, il marito
“costringe” Fulvia a sdoppiarsi, a farsi chiamare Francesca e a dirsi sua
seconda moglie. Livia la accoglie in modo ostile, la sente usurpatrice, un’estranea
matrigna.
Fulvia-Francesca, disponibile, cerca in vari frangenti di stare vicino a Livia,
ma invano, perché la giovane la odia profondamente e la disprezza.
Intanto a Fulvia nasce una bambina e il ritorno a casa della donna coincide
anche con la rivelazione che fa a Livia: proprio lei è la mamma creduta morta
e ora davanti a Livia c’è una sorellina neonata. Fulvia rappresenta una persona
sconfitta in tutti i sensi, un rottame che cerca disperatamente di aggrapparsi
a un “qualcosa” per sopravvivere: è una vittima consapevole dell’assurdo giuoco
delle parti. Ha toccato il fondo e sa che per lei non c’è più scampo: è un
essere a pezzi, che è stata ingannata e tradita di continuo dal marito e che
si è annullata a sua volta, per non essere da meno, nel peccato e nella finzione.
La sua tragedia è di vivere un’esistenza in un limbo di perenne esilio, da
cui non riuscirà a trovare un pertugio di salvazione.
Prova persino pena per il marito fino ad accettare di rientrare, sdoppiata,
nella vita delle convenzioni. Ma forse il vero dramma sta altrove, e cioè
nell’animo della figlia Livia, che ama Fulvia come madre morta e la disprezza
quale matrigna viva.
Allora non resta alla donna che annullarsi e non esistere come mamma per il
bene psichico della figlia. Tuttavia, la nuova maternità le concede una forza
rinnovatrice, che porta poi la donna a decidere di andarsene dal clima opprimente
di falsità del marito e dall’odio della figlia Livia, che non le crede.
La sua è una fuga probabilmente verso una maggiore sincerità di sentimenti.
Fulvia scappa con uno dei suoi ex partner, l’unico ad averla amata veramente,
Marco Mauri, che era venuto a cercarla. Intende così tentare di offrire una
vita “normale” e onesta alla neonata, mentre invece l’ipocrita dottor Gelli
cerca di consolare la figlia tramortita dall’imprevista rivelazione di aver
saputo che la vera madre è viva e vegeta, e non è la creduta matrigna, come
il padre avrebbe voluto farla passare.
