

“Welcome
to Gaza” è scritto su un cartellone bucato dai proiettili, dopo 100 metri
di terra di nessuno che separano Israele dal territorio palestinese.
Alle mie spalle lascio una moderna stazione di confine con l’aria condizionata,
dove, prima di poter proseguire, ho dovuto firmare una liberatoria che toglie
allo Stato d’Israele ogni responsabilità “in caso di morte, ferimento e/o
danni alla proprietà risultanti dall’attività militare”.

Uno dei giovani soldati israeliani in servizio al confine, un ebreo norvegese biondo, mi aveva confidato di essere incerto se rimanere in Israele o tornare in Norvegia come avevano già fatto i suoi genitori, “perché lì c’è meno violenza”.

Sul lato palestinese m’aspetta un miliziano dell’ANP, seduto in un container arrugginito. Sfoglia disinteressato il mio passaporto e fa segno ad uno dei tassisti di portarmi a Gaza City.

Il tassista si chiama Ahmed Al Salah e vorrebbe invitarmi a casa sua, ma visto il poco tempo a disposizione ci limitiamo a bere un bicchiere di té alla menta in un bar lungo la strada. Tra un tiro e l’altro da un’arghillah, la pipa d’acqua araba, si sfoga con il mondo occidentale e con chi “si è dimenticato dei palestinesi”. Quando gli chiedo se è d’accordo con la strategia delle bombe umane o se pensa che hanno danneggiato l’immagine della lotta palestinese, Ahmed taglia corto: “L’occupazione non è una nostra scelta ed è nostro diritto combatterla.

Se avessimo degli F16, elicotteri Apache e carri armati rinunceremmo alle bombe suicidio. Anche noi amiamo la vita e ci piacerebbe viverla in pace”. Secondo lui non esiste una soluzione al conflitto, almeno per ora. Anche a Tel Aviv, Gerusalemme, Ramallah e Hebron si è scettici sulle probabilità di una pace duratura dopo lo storico “sì” di Sharon a uno Stato palestinese indipendente.

Troppe volte in passato le speranze sono state deluse. Anche gli israeliani non si fidano ancora, hanno visto per troppe volte le promesse di pace sciogliersi nell’aria del deserto. Dopo la guerra all’Iraq, gli Stati Uniti hanno allargato la loro sfera d’influenza nell’area mediorientale ed i palestinesi, che con Saddam hanno perso un importante alleato, stanno rivedendo la loro strategia violenta nei confronti di Israele. Gli ostacoli sono davvero enormi, considerando che prima di arrivare all’ultima fase della mappa, dovranno essere chiarite questioni come lo statuto dello stato palestinese, quello di Gerusalemme, la linea di confine esatta e, come se non bastasse, lo spinoso problema del ritorno dei rifugiati palestinesi, un problema sul quale finora sono fallite tutte le trattative di pace.

Ancora è troppo presto per festeggiare la pace: Sharon potrebbe trovarsi veramente sotto pressione da parte di Washington, o potrebbe anche cercare di guadagnare tempo, aspettando l’ennesimo attacco suicida per poter aumentare la posta al tavolo delle negoziazioni.

Non ha nessuna premura di fare concessioni, e i palestinesi, dopo l’effetto boomerang delle bombe umane, la perdita dell’alleato Iraq, il minaccioso altolà alla Siria, la sanguinosa repressione sul campo e l’imposizione di un leader comodo all’occidente come Abu Mazen, sono più disperati che mai e pronti a tutto per non perdere la loro causa. Ma l’alternativa alla pace non esiste. Trovarla è come trovare un ago in un pagliaio. Quell'ago è prezioso per ricucire le ferite che da generazioni lacerano gli animi di gente che, da una parte e dall'altra, è unita dal tratto comune del dolore stampato in faccia di fronte alla morte.
