

In “Guerra
e pace” la contessina Natascia si ritrova, al termine di una giornata di caccia,
nella semplice dimora di campagna di un anziano parente, Michail Nikanorjc,
militare in pensione che si è ritirato lì con Anisya Fyodorova, sua fedele
domestica e ormai moglie di fatto.
Dalla camera dei servitori giunge la musica di una balalaica e
la ragazza, impercettibilmente, la accompagna. Lo “zio” Michail abbraccia
allora una chitarra, comincia a suonare una popolare e tradizionale canzone
d’amore russa e la invita a danzare. “Natascia si liberò dello scialle,
corse di fronte allo “zio” e, braccia incrociate, si mise in posizione. Dove,
come e quando questa giovane contessa, educata da una governante emigrée francese,
si era imbevuta di quello spirito e recuperato quei movimenti che, in teoria,
sarebbero dovuti essere svaniti da tempo? Eppure spirito e movimenti erano
quelli inimitabili e specificatamente russi che lo “zio” si aspettava da lei.
E lei fece tutto con tale precisione che ad Anisya Fyodorovna vennero le lacrime
agli occhi nel vederla così sottile e graziosa, così differente da lei eppure
così in grado di capire ciò che in Anisya era, e nel padre e nella madre di
Anisya, e in ogni russo, uomo o donna che fosse”.
“Natasha’s
Dance. A Cultural History of Russia”
(Penguin-Allen Lane, 728 pagine, 49,50 euro)
s’intitola il nuovo, straordinario saggio di Orlando Figes, già autore
del bellissimo “La tragedia di un popolo” (Corbaccio editore) sulla
Rivoluzione d’Ottobre e la presa del comunismo in Urss.
Perché in quella pagina di Tolstoj si riassume per Figes il destino della
cultura russa come è andata sviluppandosi negli ultimi tre secoli e le domande
che esso ha portato con sé: che cosa significa essere russi?
Qual è il posto e la missione della Russia nel mondo? Dov’è la vera Russia?
In Europa o in Asia? A San Pietroburgo o a Mosca? Nell’impero, zarista, comunista,
post-comunista e nelle sue “periferie”, le strade fangose del villaggio dove
lo “zio” di Natascia viveva?
Il destino ma anche il mistero, perché poi, a un più attento esame, quell’autentica
musica russa che Tolstoj immagina incarnare l’anima popolare, non nasce dalle
campagne, ma dalle città, gli usi e i costumi contadini e provinciali provengono
dalle steppe asiatiche, lo scialle che Natascia indossa è di origine persiana,
la balalaica che i servitori suonano riprende uno strumento del Kazakistan,
lo stesso ballo da lei danzato è di derivazione orientale.
Di modo che l’anima russa, il folklore russo sono mitologie culturali, costruzioni
intellettuali volte a creare una coscienza e un’identità nazionali altrimenti
inesistenti.
Costruito su un’incredibile mole di documenti, riferimenti, citazioni, in
un gioco molteplice di fonti letterarie, pittoriche, musicali, il saggio di
Figes ricostruisce il caleidoscopio culturale che tenne a battesimo la Russia
a partire dal XIX secolo:
gli Slavofili, con il loro mito dell’anima russa e il loro culto di
Mosca come sede dell’unico modello di vita confacente a un vero russo;
gli Occidentali, con il mito rivale di San Pietroburgo, la “finestra
sull’Occidente”, e la voglia di rifare il Paese su basi europee;
i Populisti, con la loro visione del contadino come un socialista naturale
e le istituzioni del Villaggio come modello per la futura società;
gli Sciiti, con la loro idea della Russia come realtà asiatica che
nei tempi a venire avrebbe eliminato il peso della morta civiltà europea e
stabilito una nuova cultura.
Temi, rivendicazioni, contraddizioni che si ripresentano ancora oggi, archiviata
la settantennale parentesi comunista, e che spiegano le difficoltà e gli “scarti”
di un premier come Vladimir Putin oscillante fra il richiamo politico, economico
e sociale verso l’Europa e la realtà geopolitica che lo riposiziona verso
l’Asia. Ancora nel 1800 e prima che un poeta come Puskin faccia il suo ingresso
trionfale quanto inaspettato inaugurando una straordinaria fioritura intellettuale,
non esiste una letteratura nazionale russa.
Lo storico Karamazin, nel compilare il “Pantheon degli scrittori russi”, non
riesce a mettere insieme più di venti nomi …
Fino ad allora la Russia è stata una civiltà religiosa, legata alla Chiesa
d’Oriente che si rifaceva a Bisanzio, senza rivoluzioni scientifiche, scoperte
marittime, grandi città, principi mecenati, borghesia, università, scuole
private.
Fino al regno di Pietro il Grande, nel 1682, non esiste pittura al di fuori
delle icone, niente paesaggi, prospettive, nature morte, ritratti.
L’occupazione mongola, dalla metà del 1200 e per tre secoli taglia
fuori la Russia dal Rinascimento europeo.

E’ Pietro il Grande a cercare di riallacciare i legami e lo fa a suo
modo. Via i kaftani, via le barbe, fino ad allora segno di santità, sì al
francese come lingua ufficiale… L’imperativo, osserverà un memorialista del
tempo, “non è essere, ma apparire”.
Europei sul palcoscenico della vita, Russi nel privato dell’esistenza. Si
andrà avanti così per tutto il Settecento.
Lo spartiacque è il 1812, l’invasione delle armate napoleoniche, i
nomi mitici di grandi battaglie, Beresina, Borodino, le fiamme che riducono
Mosca in cenere, la sconfitta finale del “piccolo corso”.
E’ allora che gli aristocratici, di fronte all’eroico comportamento di un
esercito popolare, si rendono conto di non essere loro i figli prediletti
della madrepatria, ma i contadini.
L’europeizzazione è andata a infrangersi contro il muro degli egoismi espansionistici
nazionali. I gentiluomini russi si intendevano perfettamente con i loro omologhi
francesi e capivano più la lingua dei loro nemici che non l’idioma dei loro
servitori e dei loro soldati. Eppure è stato grazie a questi ultimi se la
Russia è uscita vincitrice.
E’ questo che darà il via, un decennio dopo e poco più, alla sollevazione
dei “dicembristi” e aprirà il vaso di Pandora delle rivendicazioni politiche
e sociali che porteranno poi alla rivoluzione del 1927. Improvvisamente, il
vecchio mondo non ha più appeal e i “cari, vecchi ragazzi del XVIII secolo”,
come scriverà ironicamente Puskin, non interessano più nessuno.
Contemporaneamente, però, come noterà Chadaev nella sua “Prima lettera filosofica”,
i russi si ritrovano a essere “fuori dal tempo, senza un passato o un futuro”.
Niente eredità romana, niente civiltà cattolica occidentale, niente Rinascimento,
il Paese è un “vuoto culturale”, un “orfano separato dalla famiglia umana”,
che può imitare le nazioni europee ma mai divenire una di loro, nomadi sulla
propria terra, stranieri a se stessi, senza un’identità.

Per tutto l’Ottocento la Russia si dibatte in questa contraddizione. Da Pietro
il Grande in poi, e quindi per due secoli, ha inseguito l’Occidente e quando
l’ha raggiunto si è accorto di essere un’altra cosa. Solo che non sa cos’è.
Ne deriva un ritorno al passato che solo nella sua mitizzazione trova una
ragion d’essere.
Il sogno della terza Roma nasce da qui, da Mosca che sconfigge l’Orda d’oro
mongola nel 1550, da Ivan il Terribile che eleva la cattedrale di San
Basilio come ringraziamento per la vittoria, da Mosca che prende il posto
di Costantinopoli e se ne proclama erede. Crocevia fra Oriente e Occidente,
aperta agli influssi che l’avanzata a est dell’impero porta con sé, sempre
più rappresenta il suo cuore orientale. Eppure, come noterà Diaghilev all’inizio
del Novecento, “tutto il nuovo è qui. Pietroburgo, al confronto, è una
città di pettegolezzi artistici, professori pedanti e pittori d’acquerelli
del fine settimana”.

Proprio quella Pietroburgo nata come antitesi alla Mosca medievale, simbolo
di modernità e di progresso. Ma l’avanguardia di Mosca non è il nuovo che
avanza.
E’ l’andare ad abbeverarsi a fonti primordiali per meglio cercare di rinfrescare
se stessi. Kandinsky trova nelle popolazioni ugro-finniche Komi, 800
chilometri a nord-est della capitale, di che alimentare il suo astrattismo
pittorico. E’ un procedimento proprio anche a pittori europei come Gauguin,
Picasso, Klee, Nolde: solo che mentre questi debbono andare oltreoceano o
in un altro continente per trovare l’ispirazione, lui ce l’ha in casa.

E come lui Malevich, Chagall, Goncharova: le culture tribali della
steppa asiatica, il primitivismo e il barbarismo che da essa emanano sono
quanto serve alla Russia per liberarsi dal peso dell’Europa e delle sue regole.
Ci si accorge che la frase di Napoleone, “gratta un russo e troverai un tartaro”,
è più vera di quanto i russi occidentalizzati credessero.
Da Turgenev a Bulgakov alla Akhatova, a Chadaev, Berdiaev, Godunov, Bukharin,
Rimsky-Korsakov, le origini mongole fanno parte della realtà russa, e l’occupazione
plurisecolare mongola è una storia di collaborazionismo, non di resistenza.
E’ riscoperta di un passato dimenticato e/o negato.
Scriverà Dostojevsky: “Dobbiamo mettere da parte la sottile paura di
essere chiamati Barbari asiatici dall’Europa e dire che siamo più asiatici
che europei. E’ qui il nostro destino. In Asia saremo signori. In Europa eravamo
Tartari, in Asia possiamo essere Europei”.
Blok, Belv, la migliore intelligenza l’avanguardia russa, si definisce Sciita,
dalla popolazione nomade iraniana che lasciò l’Asia centrale nell’ottavo secolo
avanti Cristo e governò la steppa intorno al mar Nero e al mar Caspio per
i successivi cinquecento anni. Non è un’esplosione improvvisa: ancora Puskin,
mezzo secolo prima, aveva cantato: “Ora la temperanza non è appropriata/Voglio
bere come un selvaggio Sciita”.
Block può ora proseguire: “Siamo Sciiti/Sì, asiatici, una famelica tribù
dagli occhi obliqui”.
Questo miscuglio di populismo, cristianesimo delle origini, paganesimo, pauperismo,
aiuta a capire il perché della vittoria bolscevica del 1917, a dispetto di
tutte le previsioni e teorie marxiste: la classe operaia, l’industrializzazione
eccetera.
Nicola ll , ultimo Zar
San Pietroburgo
Per i russi la proprietà era davvero un furto, la troppa ricchezza davvero
immorale, il lavoro manuale davvero l’unica fonte di valore. Verità e giustizia
diedero alla Rivoluzione d’Ottobre uno status quasi religioso, e fu
su queste basi che essa si impose. Con l’emigrazione degli anni Venti si assiste
a un altro paradosso. Cosmopoliti, elitari, i profughi dal comunismo, gli
Stravinskij, i Nabokov, intellettuali, aristocratici, borghesi, avrebbero
tutte le carte in regola per inserirsi nella buona società francese, tedesca,
inglese che li accoglie. Apparentemente sono più europei degli europei. Ma
da un lato si scontrano con la freddezza intellettuale di chi in quella rivoluzione
che li ha spazzati via vede la luce del nuovo mondo, e dall’altro la nostalgia
li fa ripiombare in una russitudine che non tollera contaminazioni e/o travestimenti.
Stravinskij, laico intransigente, non manca a una funzione della cattedrale
ortodossa di rue Daru e riempie la sua casa di icone; Chodasevic porta sempre
con sé le opere di Puskin: “Tutto quello che posseggo sono otto piccoli
volumi/ed essi contengono la mia patria”.
Il resto è storia moderna, anche se nel rileggere con Figes “la Russia
attraverso le lenti del comunismo” c’è da rabbrividire nel vedere come
una rivoluzione ingoi se stessa e instauri un’infernale macchina del terrore
che schiaccia la sua più bella intellighentia. Osserverà Mandestalm negli
anni Trenta: “La Poesia è rispettata veramente solo in questo Paese. Non
c’è nessun altro posto dove per lei è stata ammazzata così tanta gente”.
Dei 700 intellettuali che parteciparono al Primo Congresso degli Scrittori
del ’34, solo 50 riuscirono ad assistere ai lavori del secondo, vent’anni
dopo. E non si trattò, per i mancanti, di decessi per cause naturali.






Pietro il Grande




Puskin

Tolstoj

Lenin
