

Quest’anno cadono i 200 anni dalla nascita
di Hector Berlioz, musicista francese nato a La Côte Saint André nel 1803
e morto a Parigi nel 1869. Personaggio particolare e anticipatore
di molte delle scelte orchestrali del tempo, riuscì ad alienarsi le simpatie
dei colleghi con il suo carattere introverso e sempre pronto allo scontro.
Studente di medicina rinunciò agli studi facendosi conquistare dalla musica
ed in special modo dalla composizione che lui intendeva magniloquente, grandiosa
ed estremamente ricca di alchimie sonore che poco avevano a che fare con le
idee estremamente accademiche degli altri musicisti.
Possiamo citare a dimostrazione di quanto detto una frase di Felix Mendelssohn,
nella quale possiamo riscontrare tutta l’acrimonia e la volontà di distruggere
un personaggio che aveva dimostrato di avere il coraggio delle proprie scelte:
“Senza un briciolo di talento, cerca a tentoni nelle tenebre, si crede
il creatore d’un mondo nuovo, e con tutto ciò scrive le cose più detestabili,
e non fa che parlare di Beethoven, Schiller e Goethe.
In più, è d’una vanità incommensurabile e tratta con supremo disdegno Mozart
e Haydn, cosicché tutto questo entusiasmo appare alquanto sospetto…”.
(1) Parole pesanti e violente dato che in un altro scritto viene sottolineato
che: “…sarebbe lieto (Mendelssohn) di strangolare Berlioz, almeno fin quando
continui a magnificare Gluck”.(2)
Visioni diverse fra compositori ma poco rispetto delle opinioni altrui. Ebbene
Berlioz riuscì a districarsi piuttosto bene in un clima di lotta e emarginazione
che lo seguì per tutta l’esistenza ed oltre, riuscendo a conquistare la stima
di Liszt, Wagner e Paganini, tre “mostri sacri” che avevano visto nel
compositore francese il futuro della musica; addirittura Paganini disse che
vedeva in lui la reincarnazione di Beethoven. Esiste una lettera del violinista
genovese, datata Parigi 18 dicembre 1838, nella quale le attestazioni di stima
sono notevoli.
Leggiamone alcuni stralci: “Mio caro amico, Beethoven spento non c’era
che Berlioz che potesse farlo rivivere, ed io che ho gustato le vostre divine
composizioni, degne di un genio qual siete, credo mio dovere di pregarvi a
voler accettare, in segno del mio omaggio, ventimila franchi …. Credetemi
sempre il vostro affezionato amico Nicolò Paganini”.
Berlioz ricoprì vari ruoli nella musica, fu direttore d’orchestra, compositore,
critico musicale testimoniando con questo eclettismo la volontà di essere
sempre presente nei gangli della musica; anche se questa volontà fu interpretata
dagli altri come superficialità e pressappochismo. Temperamento appassionato,
non fu immune da megalomania, passando con facilità dagli entusiasmi alla
depressione.
La produzione, finalizzata all’orchestra, diventò per Berlioz un motivo di
attacco alle istituzioni, usando la compagine strumentale come una fucina
di nuove sonorità, inaugurando il rito della musica, componendo per organici
enormi e per un pubblico gigantesco. Insomma una sconvolgente anticipazione
dei nostri tempi!
Già con la Symphonie fantastique (1830) si è avuto modo di capire lo
stile del musicista, il quale aprì una nuova strada denominata “musica a programma”
una specie di romanzo in musica e cioè una storia non utilizzata melodrammaticamente,
ma sviluppata solo dall’orchestra. Potenza della fantasia!
Nella Symphonie fantastique la realtà si mescola alla finzione e la storia
tratta di un giovane poeta che ama perdutamente una giovin fanciulla e non
essendo riamato ed in un accesso di passione amorosa ingerisce dell’oppio,
entrando in una spirale di incubi che saranno il “leit-motiv” di tutto il
brano.
In Berlioz tutto è grandioso e fatto per stupire, quindi anche nelle opere
teatrali, quali "Les Troyens" (1856-58) troviamo un gigantismo
nell’orchestra quasi eccessivo che può trovare un parallelo con i capolavori
di Richard Wagner; anche se Berlioz non si è spinto così innanzi come quel
fuoco sacro che ha sorretto Wagner nella Tetralogia.
Anche in altri lavori quali Benvenuto Cellini (1834-1838) e Béatrice
et Bénédict (1860-1862) egli è riuscito ad esprimere una prepotente ricchezza
di contrasti psicologici, una dimensione sonora parossistica, senza tralasciare
un’attenzione per il passato e specialmente verso Gluck, suo nume tutelare.
Per quanto riguarda la produzione strumentale si può citare la splendida “sinfonia
drammatica” "Roméo et Juliette" (1839), la "Grande symphonie funèbre
et triomphale" (1840), la leggenda drammatica "La damnation de Faust"
(1846), tutte testimonianze di una volontà di fusione fra mondo profano e
sacro. Infine non si può dimenticare la parte didattica con il moderno trattato
di strumentazione (1843), punto di riferimento per i compositori di molte
generazioni.
Egli fu molto attento alla propria immagine pensando ai posteri e scrivendo
le celebri "Mémoires" (1860), due preziosi volumi in grado di farci
capire la sua complicata psicologia e la sua sensibilità musicale. In sintesi
fu uno spirito irrequieto, privo di quelle venature romantiche alle quali
tutti noi siamo abituati. In Berlioz non esiste l’intimismo e la riflessione
dolorosa alla Chopin, vi è, al contrario, l’esigenza di uscire allo scoperto,
“urlando” i propri pensieri e rischiando, in questo modo, di non essere considerato.
Ora dopo 200 anni speriamo di riascoltare la sua musica, evitando etichette
o letture di parte.
Ascoltiamo Berlioz e basta!





