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Oppresso dalla guerra in Iraq (per ora, in Iraq, mentre scrivo…) eticamente, spezzettato politicamente, offeso logicamente (per chiunque sia dotato di un friccico di logica non torna nulla fin nel lessico pre-bellico, con quel “preventiva” che rimanda assai di più a un “preventivo sugli interessi da ricostruzione…), basculo con l’immaginazione o un minimo impressionismo sullo stato del mio paese: in questi casi, la figura retorica più incisiva è quella della metafora.
Di questi tempi, o meglio ormai da qualche tempo, da qualche anno, mi visitano periodicamente due metafore principali che vorrei condividere con il lettore, magari spargendole come un antivirus sul web.
La prima metafora è quella del piano. Il piano geometrico. Di solito si impostano le cose in Italia e se ne parla come se il paese fosse in piano, su un piano orizzontale.
Prendete le vicende della Rai, la più importante azienda culturale, editoriale, di comunicazione nostrana. Non sarà un caso che ormai da più lustri, chiunque se ne occupi, le cose peggiorano.
Se è vero che non siamo “nani sulle spalle dei giganti”, visto che recentemente di giganti se ne son visti davvero pochi, almeno bisognerebbe capire perché siamo “nani sulle spalle di nani”, e il tutto degrada chiunque (o quasi, è una metafora…) arrivi.

Ebbene, secondo me questo accade perché il paese e quindi la Rai che in questo senso ne è un significativo concentrato non sono in piano, non sono perlomeno su un piano orizzontale: sono su un piano inclinato, e quindi destinati a rotolare per forza verso il basso, qualunque sia la natura delle persone o azioni che vi si depongano sopra.
Ci vorrebbe qualcuno in grado, e legittimato, di rimettere in asse il piano, di riequilibrarlo, così da poter permettere di vedere le cose come sono, non come rotolano.
Ma chi, e quando, e come? L’altra metafora è quella del teatro e delle lingue di fuoco.
L’Italia è un teatro con in scena la sua classe dirigente e in platea e in galleria e nei palchi gli italiani, la “gente” di varia estrazione. La pièce recitata interessa ormai sempre meno e da tempo gli italiani, e lo si capisce dal loro menefreghismo, dalla loro distrazione (elettorale? politica? culturale?), dalla loro distanza dal proscenio in qualunque senso.
Non vogliono uno spettacolo migliore, meglio scritto, meglio diretto meglio recitato, vogliono salire sul palcoscenico, o farci salire i loro figli che di solito però lo trovano già occupato dai figli della (sedicente?) classe dirigente, che si perpetua incrociando gli incarichi tra Rai ed Eni, Enel e Mediaset, Telecom e Vattelappesca…. Ogni tanto, ma raramente, c’è un politico (cfr. un Bossi) che, avendo più fiuto, almeno si fa il primo atto sulla scena e poi (nell’intervallo?) scende in platea o meglio va nel loggione per carpire gli umori e “farsi riconoscere come uno di loro”, ma il tutto finisce qui.
Quale è la novità oggi, che rende la cosiddetta distanza tra paese legale e paese reale, tra personaggi/interpreti e spettatori, ancora più grave e “pasolinianamente” criminale? Il fatto che una parte del teatro stia andando a fuoco, e che qualcuno, troppo pochi mi sembra, se ne sia accorto e gridi “Aiuto!”, i pompieri non arrivano, sul palcoscenico si continua, nelle prime file fanno cenno stizziti di tacere e non disturbare la pièce… Questa è l’Italia, temo, tra piano inclinato e teatrino in fiamme… Oppure sono io atrabiliare perché non mi piace troppo la guerra?


..Oliviero Beha