

Jacques Chirac punta alla leadership in Europa, ha sfidato l’America e cerca di modificare gli equilibri transatlantici: ma, con il Paese che si ritrova, molti dubitano che abbia la forza di portare il suo progetto fino in fondo
Che cosa possiamo aspettarci da un Paese il cui presidente si crede l’erede di Napoleone e si è scelto il biografo dell’imperatore come ministro degli Esteri?” Questa sarcastica battuta di un diplomatico dopo il dibattito al Consiglio di Sicurezza che ha sanzionato la rottura tra Parigi e Washington sull’Iraq riassume abbastanza bene il giudizio dell’opinione pubblica americana sulla Francia di Jacques Chirac e Dominique de Villepin. Nella stampa, per la verità, si è letto di peggio: i francesi sono stati chiamati vigliacchi e ingrati, oppure “scimmie pacifiste mangiaformaggio”. I giornali sono andati a rivangare tutte le occasioni in cui la Francia si è schierata contro gli Stati Uniti negli ultimi duecento anni, minimizzando le molte altre in cui i due Paesi si sono ritrovati fianco a fianco. Un famoso opinionista, William Safire, ha accusato ditte francesi di avere fatto da intermediari per l’acquisto, da parte di Saddam Hussein, di prodotti chimici cinesi che consentono la produzione di carburanti per missili “proibiti”.

Per reazione, molte prenotazioni per vacanze a Parigi o in Costa Azzurra sono state cancellate, soprattutto in quel Midwest dove Bush ha la sua base elettorale. Qualche cittadino ha perfino proposto di rimandare loro indietro la Statua della Libertà, donata dalla Repubblica francese in segno di amicizia nella seconda metà del secolo scorso. Diversi ristoranti, dal canto loro, hanno tolto dalla lista tutti i vini francesi, e un certo Anthony Tola, proprietario di un locale nel New Jersey, ha dimostrativamente versato nella toilette il contenuto di cinque bottiglie di Dom Perignon del valore di mille dollari.

Ma se gli americani (seguiti a ruota dagli inglesi) sono stati i più negativi nei loro giudizi, anche in Europa la politica della Francia – e non solo rispetto alla crisi irachena - sta sollevando molte discussioni. Siamo di fronte a un tardivo revival della grandeur gollista, a un tentativo di prendere la guida dell’Unione Europea cavalcando l’avversione alla guerra o addirittura a un piano un po’ velleitario per liberarla definitivamente dall’abbraccio americano e trasformarla in una potenza alternativa? Le esternazioni del presidente Chirac, che anche nei momenti di maggiore contrasto tendeva a minimizzare le ripercussioni future del suo strappo, non hanno contribuito a fare chiarezza sulle sue reali intenzioni. Per capirci qualcosa, è opportuno vedere anzitutto che cosa rappresenta la Francia oggi. Nelle elezioni dello scorso anno, Jacques Chirac, pur essendo stato coinvolto in una serie di scandali, ha preso al ballottaggio l’82 per cento dei voti, perché dopo l’eliminazione al primo turno del candidato socialista Lionel Jospin ad opera del “fascista” Le Pen anche la sinistra ha dovuto – suo malgrado - votare per lui. Un mese dopo questo plebiscito Chirac non ha avuto difficoltà a ottenere una schiacciante maggioranza anche alle elezioni legislative, assicurandosi così cinque anni di predominio assoluto, con un governo amico e l’opposizione ridotta all’impotenza, che gli hanno consentito di impostare una politica a lungo termine. Dalla sinistra, che aveva governato in coabitazione con lui per i cinque anni precedenti, Chirac ha ereditato una situazione non facile. Dopo una lunga fase di crescita tra il 2 e il 3% annuo, che aveva consentito perfino di assorbire senza troppi danni la controversa legge delle 35 ore, l’economia è entrata, come in tutto il resto dell’Europa, in una fase di stagnazione.

Durante
la campagna elettorale, Chirac aveva promesso di adottare la ricetta liberista
“meno tasse, più sviluppo”, già praticata con successo in altri Paesi, senza
peraltro bilanciarla con un adeguato contenimento della spesa pubblica. Ma,
nel realizzare il suo programma, si è ben presto scontrato con gli impegni
del patto di stabilità, che vieta ai Paesi dell’Euro deficit superiori al
3 per cento del PIL. Portogallo e Germania, incorsi nella medesima infrazione,
hanno accettato con rassegnazione la censura di Bruxelles e si sono impegnati
a una correzione di rotta. Parigi, invece, ha lanciato alla Commissione una
specie di guanto di sfida.
La congiuntura nazionale e internazionale, ha argomentato il governo Raffarin,
sconsiglia in questo momento un inasprimento della pressione fiscale, che
è già a livelli molto alti; pertanto, regole di Maastricht o no, la Francia
non adotterà nessuna misura restrittiva fino a quando la crescita non avrà
di nuovo raggiunto livelli soddisfacenti e il conseguente maggior gettito
delle imposte compenserà i tagli delle aliquote.
Nessuno aveva mai osato tanto, specie in un momento in cui una Convenzione,
per giunta presieduta da un illustre francese come l’ex presidente Giscard
d’Estaing, sta faticosamente cercando di dare nuovo slancio al progetto di
unificazione europea.
La reazione dei partner infatti è stata vigorosa, e in tutte le capitali dell’Unione
sono tornate in voga le accuse che, a fasi alterne, vengono rivolte alla Francia
da trent’anni a questa parte. Eccone un campionario.
Ci sono molte altre cose che gli europei rinfacciano alla Francia.
Una buona fetta del cosiddetto “acquis communautaire”, cioè le 80.000 pagine
di normative dell’Unione cui tutti i nuovi membri devono adeguarsi prima di
potervi aderire, ha la impronta dirigista dello Stato francese e risponde
agli interessi francesi.
Quando poi Bruxelles adotta decisioni che non le convengono, Parigi tende
a ignorarle o perlomeno ad eluderle, resistendo fino all’ultimo alle procedure
di infrazione.
Un classico, in questa materia, è l’obbligo di liberalizzare l’energia elettrica,
cui tutti i Paesi si stanno conformando, ma che la Francia continua a riservare
alla monopolista EDF. Proverbiale è anche la tenacia con cui Chirac & C. difendono
i loro interessi nazionali: pur di accontentare la potentissima lobby degli
agricoltori, e potere godere ancora per qualche anno dell’attuale regime di
sussidi, ha imposto a un debolissimo cancelliere Schroeder una specie di pactum
sceleris, che ha fatto infuriare tutti gli altri.
Fautore, in teoria, di una politica estera di sicurezza comune dell’Unione
decisa con voto a maggioranza, Chirac continua imperterrito a perseguire,
soprattutto in Africa, una politica estera spesso in contrasto con quella
dei partner.
Nel bel mezzo della crisi irachena ha per esempio invitato a Parigi tutti
i capi di stato e di governo africano, anglofoni e francofoni, democratici
e golpisti, per fare proseliti alla sua causa e presentarsi come il paladino
del Terzo mondo. Con grande dispetto non solo della Gran Bretagna, ma anche
di molti altri membri dell’Unione, tra gli ospiti figurava anche quel Robert
Mugabe, presidente dello Zambia, cui Bruxelles aveva dato l’ostracismo per
le sue continue violazioni dei diritti umani, la ingiustificata confisca delle
proprietà dei coloni europei e le clamorose frodi elettorali con cui si mantiene
da 25 anni al potere. Ambigue sono anche le relazioni di Parigi con il mondo
arabo, pesantemente condizionate dalla presenza su suolo francese di cinque
milioni di musulmani, in gran parte di origine algerina, poco integrati e
da tempo infiltrati da elementi estremisti non lontani dall’ideologia di Bin
Laden.
Questa presenza pesa come un macigno sulla politica francese, al punto che
qualcuno ipotizza che le sconcertanti (ma in casa sua popolarissime) iniziative
di Chirac sul fronte internazionale gli servano anche come diversivo da una
situazione interna tutt’altro che brillante.
La costante contrapposizione tra francesi e immigrati extracomunitari e l’aumento
esponenziale della criminalità che ne deriva, sono state all’origine del successo
del Fronte nazionale di Jean Marie Le Pen nelle elezioni presidenziali dello
scorso anno. Per venire incontro alle preoccupazioni dell’opinione pubblica,
Chirac ha affidato il Ministero degli Interni al duro Nicolas Sarkozy, seguace
della famosa “tolleranza zero” di Rudolph Giuliani, che è effettivamente riuscito
nell’intento di rendere le città francesi un po’ più sicure e si è guadagnato
così una grande popolarità. La strada da fare è comunque ancora lunga, come
dimostra la serie di spettacolari evasioni dalle carceri degli ultimi mesi
ad opera di boss della malavita. E, per quanti progressi il governo riesca
a fare sul fronte dell’ordine pubblico, il problema di fondo rimane: le banlieu
in cui si affollano i magrebini somigliano spesso più alla casbah di Algeri
che a un quartiere europeo, e le differenze tra le due comunità in termini
di reddito, di scolarizzazione e di occupazione restano abissali. Il fallimento
della politica di assimilazione non è solo colpa di Chirac, ma rappresenta
una palla al piede per l’ambizioso tentativo da lui annunciato di rinnovare
la Francia e farne di nuovo la forza trainante dell’Europa.
A voler essere obbiettivi, bisogna riconoscere che, in vari campi, i francesi
restano all’avanguardia. Essi hanno senza dubbio il sistema sanitario più
efficiente dell’Unione, cui si rivolgono anche molti stranieri.
Hanno un’ottima rete di trasporti, con ferrovie veloci, una razionale e abbastanza
capillare rete autostradale, porti all’altezza della situazione e una compagnia
di bandiera che collega il Paese con quasi tutti i Paesi del mondo. Sono riusciti,
al contrario dell’Italia e della Spagna, a contenere la crisi demografica
con una intelligente politica di sostegno alle famiglie. Hanno una ricerca
di buon livello, in cui investono quanto è necessario, e grazie alla fedeltà
al nucleare dispongono dell’energia elettrica più a buon mercato d’Europa.
Infine, hanno un rapporto territorio/popolazione molto migliore degli altri,
con una densità di soli 108 abitanti per chilometro quadrato (Italia 187,
Germania 231, Regno Unito 247), che consente loro di praticare una politica
ambientale di maggiore respiro. Spesso si attribuisce il merito di queste
conquiste a una burocrazia di ottimo livello, guidata da dirigenti che si
sono formati nelle celebri scuole di pubblica amministrazione e hanno un forte
senso dello Stato. C’è del vero in questo, ma si tratta di una verità con
un rovescio della medaglia: la Francia è oggi il Paese più centralista e dirigista
d’Europa, con una forte e non sempre benefica presenza pubblica nell’economia
e una ostinata resistenza a ogni forma di regionalizzazione.
I liberisti arrivano a sostenere che “lo Stato francese è colonizzato dai
suoi dipendenti e dai loro sindacati” (Alain Madelin), e perciò non riuscirà
mai ad attuare quella “deregulation” reputata necessaria per rendere il Paese
più competitivo.
Forse lo stesso Chirac, uscito anche lui dall’ENA e erede della tradizione
gaullista, non ne è troppo entusiasta. Una cosa è certa: per molti aspetti,
la Francia costituisce una anomalia nell’Europa dei venticinque, un modello
di Stato ancora napoleonico in una fase in cui tendono a prevalere altre forme,
e, se mai si arriverà a una Europa federale, questa differenza non mancherà
di creare delle difficoltà. Nel bene e nel male, la politica di Chirac ha
riportato la Francia al centro della scena mondiale, come se fosse ancora
la grande potenza di un tempo. E’ vero che ha forze armate rispettabili, una
modesta ma funzionante “force de frappe” e una industria bellica aggiornata,
ma c’è egualmente chi sospetta che, nel contrapporsi così clamorosamente agli
Stati Uniti, il presidente abbia indossato scarpe troppo grandi per lui. Lo
vedremo nei prossimi mesi, ma fin da ora è chiaro che, anche quando il polverone
della crisi irachena si sarà dissolto, nulla tornerà più come prima.
