

Nuova luce sul regno di Akhenaton,
l’unico faraone ad adorare un solo dio, il primo monoteista della storia che
secondo alcuni avrebbe influenzato persino Mosé e di conseguenza la religione
giudaica. E questa luce arriva una volta tanto non dall’Egitto,
dove pure i faraoni avevano il centro del loro potere, ma da un Paese ben
più periferico: il Sudan.
Gebel Barkal, Meroe, Dongola, Kurru sono nomi che al turista anche colto dicono
poco, ma che nell’egittologo erudito evocano i faraoni neri; era questa
l’antica Nubia, si trovava qui il regno di Kush che sempre aveva fatto gola
agli egizi e che a volte venne assoggettato con aspre battaglie: nel nuovo
regno, sotto la stirpe dei Thutmosidi, regolari spedizioni misero a ferro
e fuoco l’intera regione e la posero sotto il controllo dei faraoni, che potevano
così sfruttare le miniere d’oro e di pietre preziose qui abbondanti.

Le principesse figlie di Akhenaton, Kush e Bonnet in Nubia
E tracce ancor oggi
visibili vennero edificate nel corso dei secoli: santuari, cappelle, templi,
come quello monumentale dedicato ad Amon e voluto da Ramses II, e naturalmente
piramidi; strutture più piccole, più rozze, dalla forma sottile e allungata,
ma pur sempre piramidi, eterna testimonianza del potere dei viceré di Kush
sotto i grandi d’Egitto; per non parlare poi delle statue: è di poche settimane
orsono la notizia che una missione congiunta europea (francesi, svizzeri,
tedeschi e italiani) ha riportato alla luce una quindicina di statue intatte
dei viceré di Kush; sono manufatti imponenti che ben evidenziano il
potere che questi sovrani avevano assunto nel Medio Regno e nell’epoca tinita,
potere che era riconosciuto dai faraoni d’Egitto, che da loro erano influenzati.
Ma se vogliamo parlare di scoperte in questa zona, la più eclatante è anch’essa
molto recente e investe l’area del sacro e dei templi che qui erano dedicati
alle numerose divinità del pantheon egizio: nella sua ultima campagna archeologica
una missione dell’Università di Ginevra, diretta dallo studioso Charles
Bonnet, ha fatto proprio nell’antica Nubia un rinvenimento rilevante,
in grado di precisare la storia dell’egittologia e di modificare l’idea di
molti studiosi sulla reale portata del monoteismo di Akhenaton.
A Kerma, uno di questi splendidi antichi abitati, nel nord del Sudan, sono stati rinvenuti i resti di edifici risalenti al periodo di Amenophis IV (appunto il sovrano eretico passato alla storia con il nome di Akhenaton).
Tracce di fondamenta di luoghi di culto erano state in precedenza trovate
in tutta la regione, ma solo ora si ha una testimonianza concreta della presenza
dei seguaci del dio Aton, cioé del dio Sole in una zona così remota del regno;
addirittura è stata scoperta dipinta su una parete una scena frammentaria
che mostra il re sotto i raggi del sole terminanti a forma di mano: è un genere
di rappresentazione attestato proprio ad Amarna (l'antica Akhenaten),
il sito tra Luxor e il Cairo dove Akhenaton risiedeva con la famiglia e gestiva
il potere assoluto.
Kerma
Kerma si trova alla 3a cateratta
del Nilo
E’ insomma la testimonianza che conferma teorie già avanzate, ma solo ora
totalmente legittime: il culto monoteista del dio Aton, unica divinità degna
di essere venerata, ebbe più influenza di quanto si pensasse. Fu una vera
e propria rivoluzione, che segnò l’Egitto e che ne valicò i confini fino a
toccare le regioni più periferiche: raramente nella storia antica è capitato
di assistere a un cambiamento così radicale e, alla luce delle nuove scoperte,
così capillare.
Amenophis IV e la sua corte non lasciarono nulla di intentato: la propaganda
funzionava benissimo e tutte le titolature regie furono cambiate con l’introduzione
dell’appellativo dell’unico dio (ad esempio il titolo di “toro potente dalle
alte piume”, troppo legato ai culti tradizionali di Tebe, fu trasformato in
“toro potente amato da Aton”) e il faraone stesso – marca tangibile di questa
rivoluzione – si fece chiamare appunto Akhenaton,
“gradito ad Aton”.
Una volta appurata la fortuna che ebbe il culto del dio Sole in tutto l’Egitto,
è lecito chiedersi quanto questo cambiamento possa aver influenzato il monoteismo
giudaico e dunque le religioni rivelate che da esso derivano.
Una figlia e Nefertari, la sposa di Amenophis IV
Per quanto importante e capillarmente diffuso, si ha la tendenza a ritenere
che il culto di Aton sia da ricondurre tutt’al più a un sostrato semitico
comune.
E l’ebraismo, in quanto “religione rivelata”, ha caratteristiche sue proprie,
che la connotano e le conferiscono una sua unicità indiscutibile: è una religione
che riflette il cammino di un popolo, quello ebraico, che con l’Egitto ha
avuto costanti contatti, senza mai però fondersi fino a perdere la propria
identità.
E del resto l’esperienza del monoteismo di Akhenaton è tutta interna al culto
degli egizi: già prima assistiamo a un tentativo di “solarizzazione” di alcuni
dei del pantheon egizio; Amon, forse il dio principale, assume la forma sincretica
di Amon-Ra (dove Ra era il dio Sole).
E’ insomma un’esperienza quella di Akhenaton e di chi lo ha seguito che è
stata totalizzante nei territori controllati dal faraone (come ben mostrano
le recenti scoperte in Sudan), ma che non è certo riuscita a modificare i
potenti sistemi religiosi dei popoli circonvicini.


Amenophis IV, che cambiò il nome in Akhenaton



Statuetta di Akhenaton con una figlia



Il celebre busto di Nefertari
