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Ci sono scrittori in cui ti imbatti quasi per caso, persi dentro una citazione, una nota a piè di pagina, un aneddoto, all’interno di pagine dedicate invece ad autori che conosci e che ami, di cui pensi di sapere tutto, di cui ti illudi di sapere tutto. Via via che quell’imbattersi si moltiplica, quasi fosse una sorta di leitmotiv, in più biografie, saggi, romanzi, di nomi a te compagni e a cui devi ore di piacere, di riflessione e di dolore, la curiosità si fa sempre più forte e il voler andare a vedere di cosa si tratti assomiglia a una sorta di caccia al tesoro, al termine della quale sai che in premio ci sarà la conquista di una nuova felicità, l’allargamento di un Panteon intellettuale di cui tu solo hai le chiavi e dove puoi startene chiuso per ore, mentre fuori il mondo continua la sua corsa. Victor Segalen è uno di questi.


Come una meteora attraversa le pagine di Céline come di Paul Morand, di Alain Gerbault come di Henry de Monfreid, di Mircea Eliade come di Giuseppe Tucci, di Chatwin e di Malraux…. Le attraversa al ritmo di assonanze, similitudini, preveggenze, anticipazioni, scelte esistenziali, gusti e idiosincrasie individuali. Le attraversa, però, come presenza-assenza, perché Segalen fu medico, viaggiatore, archeologo appassionato di antiche civiltà, avventuriero, poeta, e insomma fu in un’unica vita quello che gli altri furono ciascuno nella loro. E questo all’interno di un’esistenza in fondo breve quasi come un sospiro, appena quarant’anni. Lo ritrovarono ai piedi di una quercia, l’“Amleto” di Shakespeare a fianco, un fazzoletto stretto sotto il ginocchio a cercare di fermare l’emorragia provocatagli dal taglio di un’affilata radice nella foresta bretone di Heulgoat. Vivente, non aveva pubblicato nulla o quasi, scrittore postumo per scelta, scrittore postumo per eccellenza.

Di lui in Italia non si sa molto e il moltiplicarsi di editori intorno alla sua opera, se da un lato testimonia l’interesse, mette altresì in evidenza l’incapacità e/o la difficoltà a inserirlo in un progetto coerente. In Francia è un mito e l’opera omnia, pubblicata da Laffont, presenta un corpus fitto di oltre duemila pagine. Nella stragrande maggioranza abbozzi non finiti, rifacimenti e riscritture, ampliamenti e abbandoni. Ce n’è a sufficienza, insomma, per cercare di saperne di più. Il pensiero di Segalen si muove intorno a due direttrici costanti, la prima riguarda l’esotismo, ovvero la concezione del diverso, la seconda i rapporti fra la realtà e l’immaginario, ovvero il terzo occhio della scrittura. Ufficiale medico della Marina, Segalen trovò prima nella Polinesia e poi in Cina la materia prima per approfondire quei temi che, all’inizio del Novecento, restavano avvolti nelle nebbie degli imperi coloniali e oggi rischiano di confondersi nei vapori delle società globalizzate. Un suo romanzo, definizione ambigua ma sufficiente, si intitola “Les immémoriaux”, cioè “I dimentichi”, i senza memoria, e racconta la scomparsa della civiltà Maori non solo nel momento in cui essa viene a contatto con quella occidentale che le impone nuovi usi e costumi, ne distrugge miti e credenze, ne avvelena corpo e spirito con malattie e droghe, ma soprattutto nel suo dimenticare se stessa, nel suo essere civiltà orale che a un certo punto perde la parola, e quindi il contatto con il proprio passato.

Aristocratico, individualista, nemico della democrazia di massa, Segalen comprende un secolo fa ciò che oggi è alla base di gran parte del dibattito ideologico. La bellezza del mondo sta nella diversità, non esistono civiltà migliori e/o peggiori se non nell’ottica di chi stabilisce i gradi di giudizio secondo i propri parametri di riferimento. Sradicare le visioni del mondo altrui contribuisce alla perdita del mondo stesso, prepara una realtà esplosiva di diseredati, altera una fragile armonia che andrebbe invece preservata. Scrittore, capisce benissimo che “dire è creare, cantare è mantenere”, e che il cuore di un popolo è dato dalla sua lingua, da quell’insieme complesso che si chiama tradizione. A fronte di tutto questo, Segalen elabora un’estetica del diverso lontana mille miglia dall’esotismo del suo tempo e, in forma rovesciata, del tempo a venire, il cogliere cioè l’altro da sé nell’incontro-scontro che esso provoca con il nostro modo di essere, oppure l’esaltarlo in una sorta di scimmiottesca mimesi imitativa, a favore invece di un tentativo di immersione grazie al quale rendere la reazione dell’altro nei confronti dello straniero, del luogo rispetto al visitatore.

I suoi scritti, così, sono attraversati da questa ricerca di trovare lo stile adatto e il punto di osservazione giusto per raccontare non come noi vediamo il diverso, ma come il diverso vede noi, spogliandosi di ogni eurocentrismo, sforzandosi di entrare nell’anima delle cose. Vitalista, edonista, la visione del mondo di Segalen è positiva, niccianamente felice. Non viviamo in una valle di lacrime, non siamo nati per soffrire, gli elementi sensuali, panici sono per lui quelli che meglio permettono di entrare in sintonia con il mondo, con il Tutto da cui proveniamo, gli aspetti sacrali non vanno penalizzati da quell’insieme di norme e regole che trasforma un credo religioso in un’istituzione. Si inserisce qui l’altro elemento di interesse di questo scrittore sui generis. La professione medica lo mette a contatto con le nevrosi, il campo sterminato dell’inconscio, l’insufficienza della scienza, della semplice empiria e della pura razionalità a dar conto del mistero che ci circonda. Per Segalen il mistero non è il trascendente, non è qualcosa al di là, un altro mondo magari raggiungibile con l’ascesi o la meditazione. Al contrario, ha a che fare con la nostra capacità immaginativa, è la somma delle nostre visioni, delle nostre conoscenze, della nostra sensibilità messa al servizio di una migliore comprensione di noi stessi e di ciò che ci circonda. Poeta, visionario, lavora per una esplorazione nel profondo che permetta di riportare in superficie ciò che la fretta, la consuetudine, i luoghi comuni hanno provveduto a seppellire.

C’è in lui un sentimento profondo del passato grazie al quale quest’ultimo torna a vivere, si rimette in movimento, diventa contemporaneo. Sinologo di valore, nelle sue esplorazioni in una Cina colta nel trapasso imperiale, nell’essere squassata da modernismi di matrice occidentale, riesce a recuperare nella scrittura l’Impero di Mezzo ormai scomparso eppure sempre presente, eterno nell’atteggiamento di fronte alla natura, nel rapporto fra uomini e cose. E’ difficile, nel breve spazio di un articolo di giornale, dar conto della profondità e della estensione del pensiero di Segalen, complicato com’è, del resto, dall’essere una sorta di campo di lavoro, di work in progress, ogni volta sottosopra per nuovi stimoli, nuovi progetti, nuove intuizioni. Come archeologo si devono a lui, frutto delle missioni del 1914, i ritrovamenti della tomba imperiale di Che-Houang-ti, del monumento equestre di Houo Kin-pong, degli obelischi funerari Han, dell’iconografia buddista di Seutchouan. Come poeta, la composizione di “Sterli”, dove la poesia si modella sul marmo dell’elemento funerario di riferimento e graficamente si sposa con l’ideogramma cinese, dà vita a un capolavoro visivo fra i più significativi del nostro tempo. Come romanziere, si assiste al tentativo di uno che, come dimostra quel capolavoro che è “René Leys” (Giano editore), è assolutamente in grado di padroneggiare la tecnica tradizionale, di fare a meno di descrizioni, io narranti, personaggi, per dar vita a una sorta di epica corale dove il flusso del racconto è oggettivo, nasce dal suo stesso formarsi, segue la cronaca naturale di una narrazione orale intorno al fuoco. Diceva Nietsche: “Scrivi col sangue e vedrai che il sangue è spirito” e in quel flusso emorragico che si porta via Segalen c’è molto di più di un semplice simbolismo. Sempre egli cerca di raggiungere l’inconoscibile, di dire l’indicibile. Affronta il reale nei suoi viaggi ogni volta sperando che nel confronto con l’immaginario che ne ha nutrito la preparazione scocchi quella scintilla che vada oltre, che si situi altrove, che sveli la meraviglia del mondo: In “René Leys” il gioco di realtà e immaginazione si fa vorticoso e alla fine i campi si invertono e ciò che era creduto vero si rivela, forse, finzione, e ciò che era stato solo pensato diventa, forse, realtà. Ogni volta il velo della conoscenza sembra sollevarsi un poco di più, ma basta un attimo perché si riabbassi e la ricerca ricominci il suo corso. Ecco, questo è ciò che ci resta di Victor Segalen, che credeva così tanto nel valore della scrittura che in vita non si decise mai a renderla pubblica. E che la morte, crudelmente ma felicemente, ha trasformato in scrittore


Stenio Solinas