

Suona
decisamente male. Ma nello sport moderno abbiamo imparato che ci può stare
quasi tutto. Un paese senza tradizioni veliste, senza un minimo sbocco al
mare e soprattutto senza una rappresentanza nostrana è il trionfatore della
Coppa America, manifestazione da più di 150 anni simbolo della sfida velica
più prestigiosa del mondo.
C’è naturalmente una punta di invidia nostrana, visto che la barca di Ernesto
Bertarelli, presidente di Alinghi ma italianissimo imprenditore, ha scelto
l’avventura sotto l’egida elvetica, riuscendo dove Prada e, in precedenza
Azzurra, avevano fallito. Ma non può non essere sottolineato, come si faceva
ai suoi tempi con il bolognesissimo fenomeno dello sci Alberto Tomba, la stranezza
della circostanza che ha riportato in Europa dopo 152 anni il trofeo più ambito
del panorama oceanico.

Nulla di più esemplificativo su come, per ragioni geografiche, l’ex campione stesse alla montagne quanto la Svizzera potesse ambire a dominare la rassegna in programma nel golfo di Auraki. Volendo esagerare coi paragoni, a qualcuno la sfida di Alinghi aveva ricordato un film leggerotto di un paio d’anni orsono: “Cool runnings” ovvero l’improbabile scalata ai vertici del bob mondiale, attraverso le Olimpiadi, da parte di un equipaggio giamaicano!

Ma tutto quello che in quel lungometraggio americano era fantasia, improvvisazione ed anche romanticismo, nel caso del successo della 30 metri made in Switzerland diventa programmazione, cultura della vittoria e investimenti ingenti. Sempre per rimanere in tema di paragoni un po’ scomodi l’Inter vinse la sua ultima rassegna continentale, la Coppa Uefa 1997/98, con ben 9 stranieri (tra “comunitari” e non). In molti allora si chiesero che senso avesse parlare di successo di una squadra italiana in Europa. L’interrogativo va dunque rimandato ai nostri vicini di confine, quando si scopre che, a bordo della vincitrice, c’era una vera e propria multinazionale della vela, con la bellezza di 12 paesi rappresentati. Il sailing team, ovvero le 31 persone che agivano sullo scafo, ruotavano poi attorno ad un nucleo neozelandese (8 elementi) recentemente dominatori delle ultime due edizioni.

Ed in particolare quel Russell Coutts, skipper, e quel Butterworth, navigatore, protagonisti primari in precedenza della doppietta 1995/2000 dell’imbarcazione dei “Kiwi”, Black Magic, mai sconfitti in 14 regate di America’s Cup. L’esempio di Alinghi, se ricondotto al mero ragionamento e all’opportunismo di facciata, non è dunque dei migliori. Basta, per così dire, “fare la spesa” in casa d’altri, assicurandosi i “prodotti” migliori, per ottenere ciò che si vuole. Sintomatico quello successo subito dopo la decisiva regata che ha dato il 5-0 al club nautico di Bertarelli; in un ambiente temprato alle durezze della vita di mare, la correttezza e la voglia di dire le cose in faccia senza troppi giri di parole è ancora fortissima. I neozelandesi non hanno preso benissimo il “tradimento” dei connazionali passati ad abbracciare la causa svizzera. E così Alinghi e la sua ristretta cerchia di trionfatori ha dovuto lasciare la Nuova Zelanda quasi da clandestina, rinunciando per evidenti motivi di sicurezza alla tradizionale sfilata dei Winners. Meglio festeggiare a Ginevra, anche se i tuffi nel lago gelato non danno lo stesso godimento di un bagno nelle acque dell’oceano.

Acque. Già. C’è poi il fatto che questo paradiso raggiunto dai velisti senza mare dovrà pur essere conservato. E quando nel 2006 altri ambiziosi equipaggi busseranno alla porta dei detentori della Coppa America bisognerà pur avere uno specchio d’acqua dove raccogliere la loro sfida. Ma proprio la mancanza di sbocchi marittimi dei conquistatori svizzeri ha presto aperto un “balletto” sconveniente, soprattutto per il tempismo di chi si è proposto come base ospitante quando ancora la sorte di Black Magic non era stata segnata. Oltre a Francia e Spagna, c’eravamo anche noi, l’Italia dai golfi spettacolari e di chi non vede l’ora di guadagnare qualcosa (popolarità o altro) in prima fila. Venezia, Elba, Sardegna, Trieste e via dicendo.

Tutto un fiorire di candidature che avrebbero avuto senso sportivo se Prada o Mascalzone Latino fossero tornate dall’altro capo del mondo con la Coppa. Così, sinceramente, con tutta una lista di club nautici pronti a calarsi a mo’ di avvoltoi su chi, per impossibilità geografiche oggettive, non può difendere un titolo, sarebbe soprattutto una caduta di stile. Di opportunismo ne hanno già dimostrato parecchio quelli di Alinghi con le loro scelte di uomini. E allora noi non facciamoci riconoscere anche in Europa, bramando cose che non ci competono. Personalmente tifo Portogallo. Dopo la marea nera della petroliera affondata di recente a ridosso delle coste galiziane sarebbe un bel modo per riconciliare l’uomo col mare. Forza Cascais.
