

Vent’anni
fa, esattamente il 16 ottobre 1982, nel reparto di nefrologia e dialisi dell’ospedale
di Mestre, morì Mario Del Monaco, che era nato a Firenze nel 1915. Era il
tardo pomeriggio.
Se avesse potuto scegliere l’ora e il luogo del supremo momento della sua
vita, Del Monaco avrebbe immaginato ben altro: non le bianche corsie, non
la malinconica imminenza della sera.

Nessuno era stato più tenore di lui negli ultimi decenni dello scorso secolo,
e dunque per un tenore la scena doveva essere diversa.
Centinaia di volte, in tutti i più grandi teatri del mondo, Del Monaco aveva
cantato il mirabile “Vien…Venere splende”, rivolto all’amata Desdemona,
a conclusione del primo atto dell’”Otello” di Verdi: l’alba con le sue bianche
luci sarebbe stata il perfetto fondale. I tenori amano e muoiono alla vigilia
del giorno, la loro voce non tollera l’ambiguità del crepuscolo.
La notte (e Del Monaco fu anche Calaf in “Turandot” di Puccini)
è soltanto una promessa di gioia: “All’alba vincerò”.
Rievocare la vita di Del Monaco significa passare attraverso questi fantasmi
del melodramma: un labirinto di costumi, di parrucche, di storie.
C’è la stinta “redingote” di Rodolfo, la camicia spalancata sul petto
di Chénier, il bianco vestito da clown di Canio, la nordica
armatura di Lohengrin, la divisa di ufficiale di marina di Pinkerton.
Fu come Pinkerton, in “Madama Butterfly” di Puccini, che Del Monaco cantò
per la prima volta a Milano, al teatro Puccini, nel dicembre del 1940.
Fu Rina Filippini, poi divenuta sua moglie, a convincere gli impresari ad
ascoltare il giovane sconosciuto. Del Monaco era sotto le armi, si slacciò
il colletto della camicia grigioverde e tuonò “Addio, fiorito asil”.
Fu subito scritturato.
La voce era già di casa nel registro sovracuto, si beava per gli squilli che
sembravano sfide alla gola umana. Del Monaco non era alto di statura, ma la
sua voce pareva proiettata dove soltanto i tenori possono arrivare: oltre
i “cieli bigi”, oltre le fiamme orrende delle pire, oltre le strade percorse
dalle carrette che portano alla ghigliottina.
Ricordo un “Andrea Chénier” di Umberto Giordano, visto all’Arena
di Verona nel 1951: il “Viva la morte” di Del Monaco saliva nella notte serena
come un inno di gioia. Potrà sembrare una stranezza, un’impressione errata,
ma il personaggio del poeta Chénier era superato dal piacere del canto. La
finzione scenica, totalmente cancellata, lasciava lo spazio di gloria dovuto
al tenore.
Del Monaco costruì un mito sulla potenza della sua voce. Non si offendeva
se lo si chiamava “divo”.
In un’intervista confessò: “Per essere divi bisogna dare al pubblico qualcosa
che gli altri non sono capaci di offrire, fare cose che tengano inchiodato
il pubblico alla poltrona. Quando cantavo io non si diceva: vado a sentire
l’Otello o la Carmen o la Tosca. Si diceva: vado a sentire Del Monaco. Così
capitava a Maria Callas”. Mario Del Monaco ebbe applausi da ogni pubblico.
Kruscev saltò la cena per andare ad ascoltarlo.
Nixon, il maresciallo Tito, la regina madre d’Inghilterra vollero incontrarlo.
Con SAR la Regina d'Inghilterra e con il Maresciallo
Tito
L’album delle sue fotografie è una sorta di piccolo museo dove spira l’aria
festosa delle grandi serate: mazzi di fiori, uomini in frac, donne in abiti
luccicanti, specchi di camerini, e lui, il tenore, con la pelle bruna di Otello.
Del Monaco diceva: “Otello è un’opera al limite delle possibilità umane”.
Per Otello litigò con Roberto Rossellini diventato regista di melodramma.
Accadde nel 1955 all’Arena di Verona. Rossellini aveva invaso la scena del
primo atto con un fumo denso e acre, reso ancor più molesto dal mulinare di
alcuni ventilatori. Del Monaco apparve sulla nave, tentò lo squillo dell’”Esultate!”,
la gola gli diventò secca. Fu rovente polemica, ma Rossellini fu costretto
a cedere e passò la mano a un altro regista.
Vent’anni alla Scala, dodici stagioni al Metropolitan, duemila fra recite
e concerti, tante onorificenze, passione per la pittura e per le auto veloci,
due film: “Melodie immortali. Mascagni” di Giacomo Gentiluomo (1952)
con Pierre Cressoy e Carla Del Poggio; “Primo amore” di Dino Risi (1978)
con Ugo Tognazzi e Ornella Muti.
Del Monaco amava ripercorrere la traiettoria della sua carriera come se la
recita del distacco, l’acuto dell’addio, non fossero mai avvenuti. Forse un
tenore della sua fama non poteva troncare ogni legame con il mondo delle splendide
finzioni in cui aveva conosciuto giorni memorabili. Si rivolgeva ai familiari
spesso modulando la voce: “Non dirloooo ! Bastaaaa”.
Lo smalto era rimasto intatto.
E ancora, come se l’attendessero i palcoscenici, i camerini e i costumi, Del
Monaco proteggeva la gola con lunghissimi silenzi, con la paura della correnti
d’aria, con il foulard sempre annodato.
Nell’autobiografia intitolata “La mia vita e i miei successi”, uscita
nella primavera dell’anno in cui morì, Del Monaco nell’ultima pagina definì
la sua voce “voce senza tramonto”.
Non credo che alludesse soltanto alla volontà di considerarsi sempre in scena
o ai prodigi della tecnica che, attraverso i dischi e le colonne sonore, avrebbero
trasmesso agli anni futuri tante romanze e tanti acuti, così come li udimmo.
Aveva avuto elogi altissimi.
Con la Callas e la Simionato
Ne cito uno soltanto, dovuto alla penna di Eugenio Montale, futuro premio
Nobel e allora critico musicale. La stagione 1955-56 della Scala fu inaugurata
con “Norma” di Vincenzo Bellini.
Protagonista era Maria Callas che, scrisse Montale, “non cessa mai di stupirci”.
Poi aggiunse: “Il Pollione di Mario Del Monaco è verosimilmente
il migliore che sia mai esistito. Per la prima volta sappiamo come questa
parte può, anzi deve essere cantata”.
Torniamo, prima di concludere, all’immagine della “Voce senza tramonto”.
Essa mi sembra il simbolo di un mito, l’emblema della giovinezza che il tenore
rappresenta. Nella grigia laguna di Mestre, davanti alla quale Del Monaco
morì, passavano soltanto barche e petroliere. Lontano era il cigno fulgente
di Lohengrin. Lontano era il vittorioso veliero di Otello.
Soltanto la voce, “quella” voce, poteva rimettere in moto i cari inganni,
le parole antiche dei libretti d’opera.
E’ quanto sta accadendo anche qui, nella stanza dove scrivo il “Lunario”,
con l’aiuto dei ritagli d’archivio e di qualche lampo della mia memoria di
melomane. Adesso l’ora sarebbe proprio quella in cui si apre il sipario, l’orchestra
ha concluso il preludio e si aspetta l’entrata del tenore.

Otello



I pagliacci


Aida

Otello

Andrea Chenier
