

Vanni Viviani (San Giacomo delle Segnate 1937-2002) ci ha lasciato da pochissimi
mesi.
Questo scritto è il ricordo affettuoso e la memoria di uno degli artisti più
significativi del secondo Novecento; uno di quei pittori italiani che a Milano
ha lasciato un vuoto culturale e creativo di notevole spessore.
L’artista è mancato proprio mentre si teneva a Palazzo Tè di Mantova una sua
bellissima antologica.
Un
percorso all’interno non solo della “nuova immagine” e della “nuova figurazione”,
ma anche di quel mondo fantastico più che surreale, cui volle tener fede e
propositi. Dieci anni dopo la mostra fiorentina de “La nuova figurazione”
del ’63, il Vanni Viviani ormai avviato all’arte, nel recupero del fantastico,
si poneva in “Presenze e tendenze nella giovane arte italiana” alla Biennale
di Milano, Palazzo della Permanente, 1974, fra le situazioni critiche più
avvertibili, con il mistero dell’autenticità. Egli ha adoperato in pittura
il simbolo, la trasposizione poetica dell’analogia e della metafora, quel
simbolo che i poeti come Baudelaire, Verlaine e Rimbaud, i cosiddetti poeti
maledetti, usarono nella metà dell’Ottocento. Non per nulla la partenza avveniva
con l’uso e l’abuso delle spighe, prodotti della sua terra, della sua Padania.
Il grano è simbolo di vita e di attività feconda, la mela celebra il peccato,
la trasgressione, l’ambiguità, la natura. La pittura diviene, anzi è divenuta,
per Viviani modello mitico rituale, perfino con l’uso di scritte come “Love”
dove la O diventa sostituta della mela stessa, o specchio del nome Vanni Viviani.
Egli credeva fermamente perfino nel suo nome che conteneva la parola “vivi”,
proprio perché Vanni era un pittore “visivo”, un pittore veggente che fonde
segno, immagine, allegoria. Nei suoi dipinti la fantasia esplora il mondo,
i luoghi delle origini, la terra promessa. Ecco le città, i luoghi di vita
con le loro architetture, dalla città di Brasilia alla Cà di Pomm, fino al
Cenacolo cristiano. La sua è una iperimmagine, non una immagine reale né una
immagine che rimanda ad oggetti reali, ma iperimmagine in quanto è piuttosto
una dilatazione allucinata dell’immagine, la sua riproduzione in chiave di
gigantismo simbolico e insieme la sua decodificazione sono la simulazione
totale della simulazione diffusa, è pura simbolizzazione.
Le architetture, private e pubbliche, spaziano da San Paolo in Brasile fino
alla cascina di San Giacomo delle Segnate nel Mantovano, che aveva eletto
a dimora regia; Vanni Viviani restituisce alla pittura la sua verginità, quella
patina archeologica adatta al ritmo lento di un’azione senza tempo, sottraendola
alla polvere del quotidiano.
La mela è un simulacro, se si intende per simulacro un’immagine demoniaca, occasione del peccato, tentazione di rimando biblico, ma anche codice di forte carica lussuriosa, che gioca corposa e illustrativa in labirinti, architetture, solidi, stanze, nei paesaggi in genere.
Colore e luce, spazio e magia, amore e disamore, tutto porta al grande artificio della pittura di Vanni Viviani, artista di grande storia dei tempi, nei segni arcaici del mondo, nella visceralità di un affetto che la terra oggi ci ha portato via.


