

L’ultima edizione del premio “E’ giornalismo!”, credo
il più ricco o uno dei più ricchi in circolazione, una trentina di milioni
di vecchie lire, qualche anno di vita, nella giuria fondatrice la triade patriarcale
della categoria e cioè Biagi, Bocca e Montanelli, è stato assegnato ad Antonio
Ricci, per “Striscia la notizia”.
Mentre scrivo, non ho ancora letto da alcuna parte qualche commento che non
sia di maniera, con interviste alla diade senatoriale rimasta e a Ricci del
tipo “Montanelli sarebbe stato d’accordo? Ma certo”, oppure “Ma Striscia è
più satira che informazione…? E’ vero, ma abbiamo ritenuto che…”, ecc. ecc.
E invece il genere del premio, a partire dal suo titolo così esclamativamente
icastico, la caratura della giuria che rappresenta il meglio riconosciuto
della gilda categoriale, e la scelta fatta potevano e potrebbero meritare
un sopralluogo sul terreno del giornalismo, oltre la convenzione di un premio
specifico. Perché è immeritato il premio? Ma figuriamoci, è meritatissimo,
arriva addirittura in ritardo se è vero che c’è chi sostiene da anni che “Striscia
la notizia” sia “il miglior telegiornale italiano”. Di sicuro è il programma
più visto della tv.

Ma appunto, tra la vox populi di “Striscia” giudicato sia pure in modo semiserio un tg e l’auditel che lo premia come ascolti, adesso c’è questo premio “pontificio”, che fa da ponte tra i due versanti, che lo certifica giornalisticamente. E dunque, se il prodotto di Antonio Ricci è il miglior esempio contemporaneo di giornalismo, dopo essere stato vissuto per circa tre lustri come un momento di satira e di “cazzarate”, forse Biagi, Bocca e compagnia più che premiare Ricci, dovrebbero far uso del loro lignaggio professionale per stigmatizzare lo stato del giornalismo e casomai passare dai premi ai castighi. Vediamo per sommi capi perché, dopo un’anamnesi telegrafica di “Striscia”. Nasce alla fine degli anni ’80, dopo i successi di “Drive In” in puro stile varietà/cabaret e una serie di tentativi più “nobili” o comunque di maggior spessore “giornalistico” non andati a buon fine come “Emilio” e “L’araba fenice”, il tutto sotto l’egida della satira. Ricci parodia e mima il telegiornale, mischiando ai conduttori le “veline” e le notizie. Attenzione: all’epoca non solo Berlusconi non era ancora sceso in campo politico, ma neppure aveva i tg, la legge Mammì essendo ancora nella mente di Craxi. Insomma, all’epoca né Biagi né Bocca né Montanelli l’avrebbero mai premiato… . Dopo aver potenziato la parodia, e mentre Mentana faceva bravamente le sue prove di TG5 dando agli italiani dosaggi da cavallo di cronaca ignorata dai Tg Rai imbevuti di veline sì, ma subpolitiche, Ricci comincia a parodiare meno i telegiornali “concorrenti” e a dare anche lui più notizie, parodiando i Tg cosiddetti seri implicitamente, dando cioè le notizie che essi non danno.

A metà degli anni ’90, preparata da teoria e pratica sul versante del sociale (cui modestamente ma direttamente ho contribuito con la mia Radiozorro nei contatti continui con Ricci e i suoi redattori), nasce la sublimazione del difensore civico mascherato da commedia dell’arte, ma utilissimo: il Gabibbo. Ricci irrobustisce definitivamente la sua creatura dandole ciò che le mancava, ma che evidentemente mancava anche ai telegiornali che prendeva per i fondelli, e cioè un occhio sulla realtà non filtrato né dai servaggi di partito né dagli schemi tradizionali né dalla parodia di base, ma funzionale a quest’ultima. Se il contesto era dunque “ridicolo”, ”Striscia” gradualmente poteva andare a toccare i poteri forti, politici ed economici, perché “tanto è satira”, irridendoli da studio ma poi collegandoli alla cronaca italiana di cui nessuno o quasi nessuno parla, il tutto in un contesto da prima serata tv. Adesso B&B ci dicono che tutto ciò “E’ giornalismo!”. Ci credo, con Ricci su questo da anni periodicamente ragioniamo ridendo amaro (nel ’95 proposi all’attuale direttore generale della Rai di fare Videozorro alle 20 su Rai Due, prima del Tg: il Gabibbo non c’era ancora. Adesso impazziscono per gli ascolti anche “gabibbati” di “Striscia”, e si lagnano su fatti, max&tux, zingare ecc.). Certo che è giornalismo. Ma è il resto che non lo è, non lo è più, non lo è abbastanza. Stritolato dalla dipendenza psicoprofessionale dalla politica e da quella psicoeconomica dai datori di lavoro nella commistione di entrambi i padroni, in dubbio sulle nuove tecnologie, sindacalmente scivoloso, in definitiva alla ricerca di un senso e di un’identità culturale che prescinda dall’esistenza di un Berlusconi o di più subBerlusconi o di vari antiBerlusconi, questo che abbiamo sotto gli occhi non mi pare proprio (per lo più) giornalismo. E’ comunicazione pubblicitaria in chiave stretta o allargata, in un processo teso esclusivamente a vendere prodotti che all’origine non potevano prescindere dalla natura di servizio dell’informazione. Altro che dibattito sulla satira: ma naturalmente, dato il premio gabbato lo santo… .
Photo: Alberto Pugliese

