

Da qualche tempo che l’arte sacra in Italia è tornata
ad essere considerata, anzitutto grazie al supporto effettivo della Conferenza
Episcopale Italiana, e soprattutto per l’apertura in questo senso che talune
Accademie di Belle Arti italiane, tra le quali la storica Accademia di Belle
Arti di Brera a Milano, hanno voluto con l’introduzione del Corso di Arte
sacra. In questo naturale contesto
va inserita la mostra “Icone dai musei albanesi” che si tiene nelle Gallerie
di Palazzo Montanari a Vicenza, promossa da IntesaBci e con il patrocinio
del Ministero dei Beni Culturali italiano, e del Ministero della Cultura,
Gioventù e Sport della Repubblica d’Albania.
La mostra si inserisce in un progetto più ampio, già inaugurato da qualche
anno, che comprende la realizzazione di “Arte e Sacro Mistero” nel 2000, di
“Prezioso Quotidiano” nel 2001.
Si era aperto così un approfondimento sull’arte e sulla cultura artistica
del vicino Oriente, specie nell’ambito di quelle regioni adriatiche, ovvero
di quelle antiche regioni romane e bizantine, corrispondenti all’odierno territorio
albanese.
Una vasta raccolta di icone, quella esposta a Vicenza, che allarga così la
conoscenza e l’apprezzamento per una pittura che si sviluppò in epoca medioevale
– vale ricordare che lo scisma d’Oriente avvenne nel 1054 – fino ad avere
dei momenti di forte significanza poi nei secoli XVI e XVIII.
Icona, dal greco eikon che vuol dire immagine, vuol significare e indicare
un dipinto portatile di soggetto sacro, eseguito su tavola, in area orientale
e bizantina.
Le più antiche icone risalgono al V sec., proprio all’inizio dell’epoca medioevale;
la produzione continuò poi nelle regioni orientali e in special modo in Russia,
sino al XVIII.
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Nella lingua italiana fin dal sec. XII si è affermata la forma o il termine
“Ancona”, che vuol dire sempre immagine, ma sta a indicare pittura su tavola.
E come tale è anche sinonimo di “pala” – pala d’altare -, così infatti ne
parla il Cennini alla fine del XIV sec.
L’icona segna il culto e la religiosità della liturgia ortodossa, la stessa
oggi ancora celebrata in Serbia, in talune zone d’Albania, in Russia, in Grecia,
e in genere nell’Oriente cristiano che si definì “ortodosso” proprio con lo
scisma del 1054.
L’icona si rapporta al divino non in quanto rappresenta il sacro, ovvero i
santi, la Vergine, il Cristo Pantocratore, ma perché lega misticamente il
divino all’umano.
Queste icone provenienti dai musei albanesi esprimono la religiosità forte
ed austera di quelle popolazioni sottoposte all’ortodossia, evidenziano il
ricco patrimonio spirituale di quelle genti, chiariscono e anzi amplificano
la storia di taluni secoli, proprio d’una regione cosiddetta di transito.
Sono leggibili gli Apostoli, San Nicola, la vergine Maria, l’Arcangelo Gabriele,
San Marco, Sant’Antonio abate, San Giorgio, San Teodoro, San Demetrio, San
Gregorio Nazianzeno, e cento altri. L’icona è espressione della cultura portata
da Bisanzio in quei territori sottoposti al governo dell’Impero d’Oriente,
caratterizzando di sé anche questa terra di confine che, specie nel dominio
dell’arte sacra, ne mantenne viva l’impronta anche dopo la presa turco-ottomana
del potere.
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L’arte sacra bizantina si mantenne ricca e visibile specie attraverso i bellissimi
mosaici; nell’icona svela compiutamente la religiosità di quella zona che
fu spartita dall’Impero Romano, e che la presenza di Venezia rese importante
in quel cuneo che si va ad innestare tra i motivi commerciali ed economici
e la sacralità della grazia, cui il trascendente si svela.
Opere di straordinaria pittura, con fondi oro e colori squillanti, che svelano
non solo il percorso plurisecolare di questa terra, ma aprono a emozioni uniche,
poco descrivibili. Ridotto il numero delle icone del XIV sec., mentre nutrito
è il nucleo delle opere cinque-secentesche.
Lo stile di questa tipica pittura si svela nella morbidezza dei toni, nell’armonia
dei colori, nella raffinatezza dei particolari, nell’espressione dei volti
sacri, direi quasi nella loro serafica fisionomia.
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Taluni artisti che hanno prodotto tali capolavori, dopo la caduta di Costantinopoli,
si spinsero anche sulle coste d’Italia, specie in Puglia. Ne sono esempio
quelle “grotte di Dio” che monaci e artisti del tempo hanno affrescato.
E non può passare inosservato uno dei più grandi nomi legati all’icona, vale
a dire Onufri, pittore attivo a Berat, che fu anche a Venezia nel XVI secolo;
in lui resistono influenze tardo bizantine, accenti di scuola cretese, elementi
di connotazione gotica.
Attorno a Onufri si sviluppò una scuola di allievi, a loro vanno ricondotte
le opere più belle che sono giunte a noi – oggi conservate nel Museo Onufri
a Berat - tavole come pagine di bellezza e splendore, ma anche di fede e di
storia.





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