

Nostro inviato a Algeri
La scritta Gendarmerie
è stata ritoccata e adesso si legge Gensdemerderie, gente di merda,
insomma. Un’altra stabilisce l’equazione gendarmerie, cioè esercito, eguale
assassini.
Una terza elabora
un passaggio in più: Gendarmerie =Gia =Assassins. Militari
e integralisti, ninjas, i corpi speciali, e barbus, gli sgozzatori afgani,
sono la stessa cosa.

Gole profonde, paesaggi alpini, paesi abbarbicati in cima alle montagne, olivi
tutt’intorno e poi cedri man mano che si sale, il piccolo santuario bianco
e celeste di un marabut locale, le tombe di fianco, il Fort Napoleon costruito
dai francesi alla metà dell’Ottocento per tenere sotto toro i villaggi dei
crinali, donne a volto scoperto, lunghe gonne e corpetti vivaci color arancio,
giallo, rosso, verde, rivendite di liquori, caserme sbarrate, caserme abbandonate.
“Assassins à 20 mètres”, indica la freccia che porta a una caserma bruciata.

“Benvenuto in Cabila”,
mi dice Azzedine scendendo dalla macchina. “Qui se parli arabo non ti rispondono:
o berbero, o francese. Qui le donne non si coprono, si beve vino, non c’è
spazio per il fondamentalismo. Loro in Algeria ci sono da una eternità, dicono,
da prima che gli arabi gliela confiscassero spartendosi il potere. Per questo
odiano lo Stato”.
La Cabila, un terzo della popolazione, è l’altro grande problema dell’Algeria.
Lo è da sempre, e sempre più pressante. “Se ci vuole andare eviti il fine
settimana”, mi aveva detto il presidente della fondazione Amis de Casbah,
cabilo anche lui. “Ogni venerdì Tizi Ouzou, la capitale, si blocca per
una manifestazione. Chiudono le strade, gli studenti vanno in strada, alzano
barricate, interviene l’esercito, il caos in parole povere. È così da mesi
ormai. La posta in gioco è l’autonomia e la difesa dell’identità linguistica”.
La “primavera cabila” ha avuto inizio allorché uno studente di vent’anni di
Beni Doula, nel comune di Tizi Ouzou, Guermah Mohaed detto Massinissa
(la Cabila è l’antica Numidia dell’epoca romana) venne prelevato per un interrogatorio
in caserma. Ne uscì cadavere, “morte accidentale” fu la versione ufficiale.
A un soldato cadde di mano la pistola automatica.
Sette proiettili centrarono il ragazzo. Il 19 aprile il paese scese in piazza,
la protesta si estese, ci furono 40 morti. Due mesi dopo le autorità locali,
gli aarchs, i saggi, elaborarono una piattaforma di rivendicazioni e organizzarono
una marcia su Algeri per rimetterla nelle mani del presidente della Repubblica.

Bilancio: quattro morti, 400 feriti, l’uscita di uno dei due partiti cabili,
il Rassemblement pour la culture et la démocratie (Rcd), dal governo con l’accusa
al governo stesso di aver complottato, tramite i servizi di sicurezza, per
assassinare il suo leader, Said Saadi.
A ciò va aggiunto l’atteggiamento schizofrenico dell’altro partito, il Front
des Forces socialistes (Ffs) che prima ha partecipato a una cerimonia ufficiale
dove venivano decorati dei militari, poi ha accusato gli aarchs di “arcaismo
tribale”. Da qui il rigetto popolare e il boicottaggio nei suoi confronti,
il formarsi di un fronte di resistenza al di fuori dei partiti e contro il
governo sempre più difficile da gestire. Di “primavera cabila” ce n’era già
stata un’altra, vent’anni prima, repressa brutalmente.
E agli albori dell’indipendenza c’era stato anche un “autunno cabilo”, egualmente
finito nel sangue. Le gole di Beni Armane, dette dai francesi le gole di Palestro,
segnano l’ingresso nella regione venendo dall’Atlante. Durante la guerra di
liberazione furono per le truppe francesi un posto maledetto, durante il terrorismo
islamico sono divenute le “gole della morte”. Oggi vedi postazioni militari
dappertutto, caserme e fabbriche presidiate, gli alberi tagliati davanti a
ogni insediamento bellico per evitare le imboscate, stazioni e torri di avvistamento.
“È meglio non passarci al mattino presto e dopo il tramonto”, dice
la mia guida. “Qui ci sono ancora dei terroristi in attività”.
In Cabila il disprezzo e l’odio verso i “barbuti”, gli integralisti, marcia
di pari passo con il disprezzo e l’odio verso lo Stato centrale.

Tre anni fa, quando Matoub Lounes, la “leggenda vivente dei berberi”,
il cantante che aveva riscritto le parole dell’inno nazionale algerino dando
del traditore agli uomini di governo, fu innaffiato di piombo in un agguato
sulla strada che da Tizi Ouzou portava a un comune vicino, l’idea che
si trattasse più di un’operazione dei Servizi che non di un episodio di terrorismo
prese subito piede, e nel tempo si è radicalizzata. Questi sospetti inseriscono
l’altro grande problema, quello delle zone d’ombra, delle compromissioni,
delle infiltrazioni, delle deviazioni che hanno punteggiato i dieci anni della
tragedia algerina.
Negarle o respingerle in nome della difesa della democrazia e di nessuna concessione
al terrorismo è stupido e pericoloso, perché ripete la cecità che ai francesi
costò l’Algeria, in termini non solo politici ma anche morali. L’impiego massiccio
della tortura per stroncare la resistenza anticoloniale fu una delle pagine
più ignobili di quell’avventura d’oltremare, e l’aver vinto in tal modo la
“battaglia di Algeri” non gli impedì di perdere la guerra dell’indipendenza.
La barbarie del decennio appena trascorso non è un qualcosa di sconosciuto.
A Melouza, nel 1957, quelli del Fln sgozzarono, a due per volta, i 174 abitanti
del villaggio, colpevoli di appoggiare i rivali del Mouvement national algérien,
l’altro partito antifrancese.
Li comandava Mohamedi Said, che trent’anni dopo sarà uno dei capi del Fis.
Lo scontro fra le due fazioni lasciò 10mila algerini sul terreno. All’indomani
dell’indipendenza 57mila harkis, i “francesi-musulmani rimpatriati” vennero
massacrati.
“Naso, orecchie e labbra tagliate, evirati, sepolti vivi nelle calce o
nel cemento, bruciati, crocifissi sulle porte”, era scritto nei rapporti
delle prefetture che si accingevano a lasciare il Paese. La “maschera della
morte” si chiamava il taglio delle orecchie, del naso e delle labbra, un immenso
buco rosso in mezzo al viso. Naso si dice nif e avere del nif vuol dire avere
dell’onore. Tagliarlo significa disonorare, così come decapitarlo vuol dire
impedirne il riposo eterno, tagliargli la gola offrilo in sacrificio, evirarlo
negarlo in quanto uomo.
La guerra di liberazione è piena di episodi del genere, così come, da parte
francese, l’asfissia, i ferri roventi, le bottiglie nell’ano, l’ingozzamento
a forza di acqua e sale, il colpo alla nuca.
“Gli integralisti non sono dei marziani, degli extraterrestri piombati in
Algeria all’improvviso”, mi dice il presidente dell’associazione Amis
de Casbah. Pochi chilometri quadrati per una popolazione di 60mila abitanti,
la Casbah è un formicaio umano e una rovina edilizia. Le piogge tremende dei
giorni scorsi hanno aggravato una realtà fatta di crolli improvvisi, un labirinto
disastrato dove non funziona nulla, lo Stato è assente e la hogra, l’intraducibile
espressione araba che sta per rabbia, disperazione, odio, cresce ogni giorno.
Fu qui che la guerra di liberazione raggiunse il suo acme e ebbe la sua più
plastica rappresentazione. Imboscate, fughe da terrazzo a terrazzo, complicità,
passaggi nascosti di casa in casa, strade che finivano nel vuoto e strade
che si trasformavano in corridoi, in cortili, in sotterranei.
Un tributo di sangue altissimo, salutato da fiumi di retorica.
Ma trent’anni dopo era tutto come allora, nessun intervento statale, nessun
piano di sviluppo, non una scuola, non un ospedale. Non sorprende allora che
sia stata durante il terrorismo un centro di reclutamento, di resistenza,
un posto sicuro dove rifugiarsi. Il 50 per cento degli algerini è sotto i
15 anni ed è impermeabile ormai al mito di una indipendenza conquistata con
le armi, vede i risultati, constata i fallimenti. Metà della popolazione è
urbana, la disoccupazione supera il 30 per cento.
È davvero così difficile capire come diventi vizio da combattere tutto quello
che comunque non si possiede e ci è negato? È così strano il fatto che l’età
media dei barbus passati alla macchia, alla lotta armata, sia di vent’anni,
la generazione degli “hittisti”, i reggitori di muri (hit), ragazzi con un
diploma che non serviva a niente, costretti, per la mancanza di alloggi, a
dividere una stanza con genitori, parenti, fratelli dediti, quando gli andava
bene, al trabendo, il contrabbando?
La violenza, il terrorismo, l’orrore, nascono anche così e non si sconfigge
la barbarie se non si incide sulle cause che l’hanno fatta esplodere.

"La sale guerre" s’intitola il libro, vietato in Algeria,
che un ex ufficiale, Habib Souaidia, (Ed.La
Découverte) ha scritto sul comportamento delle Forze armate durante quel
decennio, una sorta di guerra parallela atta a regolare conti, alzare il livello
della paura, favorire i massacri lasciando senza difesa gli abitanti, attribuire
all’avversario attentati e assassini.
Il libro ha suscitato in Francia clamori e processi, e anche se fosse vero
solo un decimo di ciò che racconta, esso basterebbe per far capire come il
fenomeno integralista sia stato aiutato e fomentato dal regime militare e,
una volta divenuto incontrollabile, schiacciato con una repressione che ha
approfittato dell’emergenza per una sorta di controterrore indiscriminato
che lascerà odi e desideri di vendetta anche per il futuro.
Ciò che è certo è che il codice di famiglia che limitava i diritti delle donne
fu votato nel 1984, con il partito unico del Fln al potere, lo stesso che
nel 1990 varerà una legge che autorizzava i mariti a votare per le mogli;
che i moti del 1988, che portarono alla fine del regime e alle prime elezioni
multipartitiche in Algeria, videro 400 vittime fra i civili; che all’indomani
del colpo di Stato con cui si interruppe il processo elettorale, ci furono
40mila deportati; che il presidente Bouiaf, uno degli eroi della guerra di
liberazione, da trent’anni in esilio in Marocco, chiamato dai militari bisognosi
di un nome spendibile, fu assassinato, come ha ricordato sua moglie, “da un
clan di militari, la vecchia guardia conservatrice del vecchio partito unico
che si è resa conto che non era una marionetta che potevano utilizzare a piacimento
- certissimamente, non lo hanno ammazzato gli islamici”; che se le elezioni
del ’91 dove il Fis trionfò con il 47 per cento videro un astensionismo del
quaranta per cento, il che fece dire che quel partito non rappresentava in
fondo che la metà della metà degli algerini, e quindi non lo si poteva intendere
come rappresentativo della volontà popolare, il secondo arrivato, il Fln che
poi appoggerà il colpo di Stato, lo era ancor meno: il suo 23 per cento era
la metà della metà della metà…
La sera, sul porto di Duemila, a una ventina di chilometri da Algeri, in uno
di quei ristoranti popolari sul mare dove gli algerini portano la famiglia
a mangiare triglie e gamberi appena pescati, ripenso a quello che mi aveva
detto il direttore di El Watan, Omar Belouchet: “Non abbiamo avuto lo scontro
di civiltà, ma modernità contro reazione, un dramma interno alla società musulmana.
Non c’entra niente l’odio per l’Occidente in quello che è successo”.
Ha ragione, così come probabilmente ha ragione Gilles Kepel,
l’autore di "Jihad. Ascesa e declino. Storia del fondamentalismo
islamico" (Ed. Gallimard), quando sostiene che l’islamismo,
come movimento di carattere sociale, “esce sconfitto e esaurito” al termine
del decennio che lo aveva visto sorgere minaccioso.
L’ampiezza dei massacri, la cecità con cui gli integralisti si sono accaniti
sul corpo del Paese fino a scomunicare la società stessa, il takfir, la condanna
a morte per empietà per tutti gli algerini che non si erano impegnati al loro
fianco, ha lasciato una tale scia di sangue che impedisce un suo ritorno sulla
scena. Resta in piedi la modernità, o meglio la sua caricatura.
Un sistema politico bloccato, un’economia da import-import, come qui chiamano
l’arricchimento del regime tramite i monopoli sull’importazione, una classe
dirigente che è un clan di potere, un’urbanizzazione di massa che lo Stato
non ha saputo disciplinare e confortare, una legislazione sociale debole,
un potere militare che è un corpo separato, chiuso in quartieri militari,
in villaggi vacanze militari, in centri commerciali per militari. Il futuro
dell’Algeria si gioca sulla possibilità di riformare dalle fondamenta la finta
modernità che la paralizza.
Non è un futuro su cui scommettere a cuor leggero.
















