

Sembra quasi impossibile spiegare come da un ritiro
annunciato, ed in parte messo in pratica, si possa arrivare al massimo riconoscimento
mondiale.
Di solito, se un atleta, tra mille tormenti, sceglie la strada dell’addio
è perché si è messa in moto una sorta di autocoscienza che prevale sull’istinto
competitivo. L’orologio biologico poi fa il resto, con la macchina umana che
non riesce più a stare al passo con tempi e fasi di recupero. E se tutto questo
non combaciasse affatto con il nostro protagonista? Allora è il caso di raccontare
Mario Cipollini ed il suo mondo controcorrente. Quello che lo ha portato ad
abbandonare la disciplina più amata più per protesta che per convinzione;
salvo poi tornare sui suoi passi, o meglio sui suoi pedali, che lo hanno issato
sino all’iride mondiale. Che il fenomeno di Lucca sia un personaggio fuori
dagli schemi lo si è capito ormai da tempo. Forse da sempre, da quando a soli
7 anni, nel lontano 1974, vinse a Porcari la sua prima corsa, finendo però
squalificato per aver usato un rapporto consentito solo nelle categorie superiori.
Voglia di essere diverso, di uscire dagli schemi di una disciplina che spesso,
se non sempre, riporta all’immaginario collettivo il gruppo compatto che faticosamente
macina chilometri verso una meta lontana. Sino a quando arriva il guizzo del
solista, dell’uomo che tenta di distanziare gli altri facendo prevalere l’istinto
del protagonismo. Non a caso Cipollini è il prototipo perfetto del velocista,
uno che nella vita ed in pista, in prossimità del traguardo, sa quando scattare
in piedi e piazzare scientificamente la volata risolutrice. A Zolder, Belgio,
il massimo riconoscimento della carriera lo ha conquistato così; con l’aiuto
di una squadra azzurra ben amalgamata, fatta di gregari e di lavoro oscuro,
di protezione e supporto al suo leader. Sino al Carpe Diem, ovvero l’imbuto
della dirittura d’arrivo, dove lui, Re Leone, ha saputo mettere la propria
criniera davanti a tutti. Super Mario ha le stimmate e il carisma del campione.
I suoi ultimi quattro mesi di carriera qualcuno li ha interpretati a seconda
di sentimenti o sensazioni personali. La decisione di abbandonare a luglio
l’attività più per protesta ed amarezza che per convinzione ha innescato lo
scetticismo di parecchi detrattori, che al momento del più che annunciato
ripensamento non hanno risparmiato l’accusa di mossa pubblicitaria costruita
ad arte. Molto si può dire di Cipollini, ma non certo che non sia una persona
istintiva. E questa dote (o questo difetto) purtroppo (o per fortuna) di solito
uno se lo trascina dietro per tutta la vita. L’ho personalmente sentito stroncare
un cronista che lo incensava dopo una vittoriosa tappa dell’ultimo giro. “E’
inutile che adesso fai il leccapiedi, tu eri uno di quelli che mi davano per
finito...” Ha deciso di lasciare i 250 mila euro del premio federale ai compagni
di squadra come riconoscimento personale alla loro fatica e al loro spirito
di abnegazione. Ed anche a Zolder, in piena cavalcata mondiale, non si è smentito.
Dopo il rifornimento, quando il gruppo viaggiava sui cinquanta all’ora, un
collega poco altruista, ha pensato bene di gettare in aria il sacchettino
semivuoto dopo essersi idratato. Col risultato inevitabile che qualcuno alle
sue spalle lo ricevesse tra le braccia. Era, per sua sfortuna, proprio Re
Leone. Che lo ha raggiunto, e da due centimetri gli ha ruggito il proprio
disappunto completando l’opera con la restituzione in piena faccia dell’incauto
scarto. Analizzando l’autodenuncia e il pentimento a posteriori di un gesto
evitabile, Cipollini ha però confermato anche qui come le mosse calcolate
non siano il suo pezzo forte. Se così fosse stato, se la ragione avesse prevalso
sull’istinto, forse il futuro campione mondiale avrebbe presto intuito quanto
gli sarebbe potuto costare caro quel suo modo poco ortodosso di farsi giustizia.
Cento secondi di rabbia allo stato puro, una scarica di adrenalina ad elevato
tasso di alterazione per una complessa macchina messa a punto con più di 365
giorni di lavoro, sacrificando affetti e mettendo in gioco 14 anni di carriera.
Un dispendio energetico-nervoso dettato da un subbuglio interiore, che da
buon toscano, Mario non ha mai saputo domare definitivamente. Con questo quadro
è forse più facile intuire o comprendere il complesso iter che ha portato
il campione di Lucca dal presunto ritiro al successivo trionfo in terra belga.
Questioni, manco a dirlo di principio. In un momento in cui l’ambiente del
ciclismo usciva squassato dall’effetto doping, gli organizzatori del tour
de France si erano permessi di non invitare un atleta che in carriera aveva
vinto 12 tappe della massima rassegna francese. Lui, spot vivente di come
anche sulle due ruote non a motore si può essere protagonisti, accantonato
come l’ultimo dei comprimari. Lui, personaggio unico nella promozione in positivo
di una disciplina a forte dubbio di credibilità e sopravvivenza, ghettizzato
come personaggio scomodo e ormai in declino. Ecco dunque la sintesi contraddittoria
delle sue decisioni. Come in una parodia del Dr Jekill e Mr Hyde, SuperMario
avrebbe prima reagito d’istinto alla delusione, optando per il forfait definitivo
da un ambiente ormai in mano a politicanti della bicicletta. Ma una volta
svegliatosi dal trance emotivo, anche ben consigliato da chi gli ha sempre
voluto bene, ha saputo tramutare in positivo la rabbia accumulata. Pochi l’hanno
sottolineato, ma forse questa, a 35 anni suonati, potrebbe essere la soddisfazione
interna più gratificante per Cipo. Essere tornato sui suoi passi di atleta
sanguigno ha finalmente significato che il gioco (ovvero la giusta strategia)
valeva la candela.
Photo: Roberto Bettini


