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In una nuova atmosfera del tutto rinnovata, il Teatro Olmetto di Milano presenta la sua nuova stagione teatrale 2002/2003 che si è aperta con “Lo sghignazzo di Arlecchino” di Ruzante, Goldoni, Dario Fo e per la regia di Vito Molinari, interpretato da Eugenio de Giorni.
Ammiccante ed ironica, la narrazione rivisita sette secoli di avventure di Giovanni detto Zanni (alias Arlecchino), servitore rustico ed istintivo, certamente non raffinato nei modi civili e continuamente insaziabile in ogni primordiale appetito; un personaggio che si evolve, muta e traveste, senza tuttavia mai tradire sé stesso e la sua semplicità, esprimendosi con una colorita mimica talvolta difficile da interpretare e comprendere, un groviglio fonetico che inebria lo spettatore. La comicità grottesca del testo viene sapientemente interpretata e le battute, o meglio “gli sghignazzi“ non scivolano mai nella volgarità gestuale. Mimica e travestimenti, infine sono i giusti ingredienti per gustare uno spettacolo vivace ed allegro. Una rappresentazione che, come tutta la stagione di prosa proposta dall’Olmetto, rappresenta comunque per la piazza milanese una scommessa riproponendo quell’arte ormai lontana della recitazione “a braccio” che, se è vero che ha portato alla ribalta la tradizione teatrale italiana e tanto lustro le ha dato, rischia tuttavia di scontrarsi con la “volubilità” del pubblico milanese. Una scommessa dunque, che rappresenta il naturale proseguo di quel progetto internazionale avviato già nel 2001 il cui obiettivo è la costituzione di un centro studi e di una compagnia internazionali di Commedia dell’Arte in collaborazione con le Università Westmister, Royal Holloway e Kingston e che troverà ospitalità anche in famosi teatri londinesi quali il Portland Hall e Cockpit. Un progetto a 360 gradi che comprende oltre alle rappresentazioni, anche uno stage di una settimana sulla Commedia dell’Arte condotto da Eugenio de’ Giorgi e, a seguire, un convegno al quale interverranno numerosi studiosi. Moderno Arlecchino Eugenio de’ Giorni ha messo la sua arte al servizio dell’arte senza cercare altri riflettori se non quelli presenti in sala, senza preoccuparsi di vincere la scommessa, perché è così che vede il teatro e nel teatro si vede.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giango de'Julio