

Il
giovane musicista neodiplomato e ricco di grandi speranze che si trova, il
più delle volte, a dover decidere il proprio avvenire artistico ed economico
ha di fronte in linea di masima tre strade. La prima è la partecipazione ad
importanti concorsi oppure la possibilità di suonare in stagioni di grande
livello qualitativo: il che non è facile quando si è privi di un importante
nome che possa servire da viatico. La seconda via è di far parte dell’organico
delle più prestigiose orchestre sinfoniche quali la RAI, i Pomeriggi Musicali,
la Filarmonica della Scala o altre Istituzioni .
Di fatto i concorsi ultimamente sono bloccati, e solo saltuariamente si aprono
audizioni per pochi posti ma con una presenza massiccia di concorrenti che
rende quasi impossibile la vittoria. Così si fanno delle audizioni in orchestre
piccole e non stabili in grado di garantire soltanto un contratto a termine.
Non è poca cosa in un momento di grave crisi dell’ambiente musicale.
L’altra soluzione riguarda la formazione di gruppi cameristici che offrono
la possibilità di farsi conoscere come concertisti ma che non risolvono l'aspetto
economico,perchè i concerti non sono mai certi e numerosi. Una via più sicura
a lunga scadenza è l’insegnamento che può essere nei Conservatori o nelle
Scuole Medie Inferiori.
Per i Conservatori , bisogna prima possedere numerosi titoli artistici ottenuti
attraverso una valida carriera concertistica, in grado di garantire la sospirata
idoneità. Le Scuole Medie ad indirizzo musicale sono una buona valvola di
sfogo perchè offrono al giovane la possibilità di insegnare il proprio strumento
nell’attesa di diventare un docente di Conservatorio e avera una certa indipendenza
economica . Ma non illudiamoci. Entrare nelle graduatorie non è facile e quando
si è all’interno di questo lungo elenco non è detto che si venga chiamati.
La stessa situazione si trova nell’insegnamento nelle Scuole Medie Inferiori
dove i sogni artistici del “giovin musicista” restano irrealizzati non potendo
insegnare il proprio strumento ma il “flautino”. Un ripiego estremo ma che
risolve i problemi economici. Insomma la situazione non è certamente positiva
e il musicista fresco di diploma si trova a doversi districare tra mille problemi
e mille peripezie burocratiche lasciando per ultimo l’amore per la musica.
Ho interpellato Alfredo Perdetti: corno; Claudia Pane: pianoforte, fagotto;
Daniele Bogni: violoncello e insegnante presso il Civico Liceo Musicale di
Varese e il Conservatorio della Svizzera Italiana: tre giovani diplomati per
avere la loro opinione diretta sull'ambiente musicale che hanno trovato dopo
gli anni di sacrificio trascorsi a studiare lo strumento scelto. I tre musicisti
scelti sono diplomati in violoncello, pianoforte e fagotto, corno così da
coprire una buona parte dell’orchestra, cioè il mondo degli archi e dei fiati.
La prima domanda è stata se sono riusciti a realizzare in modo concretoleloro
aspirazioni . Perdetti ha risposto : “La scelta di intraprendere lo studio
del corno mi ha consentito di iniziare a lavorare e a realizzarmi molto presto”.
Claudia Pane ha sottolineato che: “ il periodo nel quale mi sono diplomata
(’85-’86, perchè ho due diplomi) è stato quello nel quale c’è stata più affluenza
di studenti (e quindi diplomati) in Conservatorio. Visto che a me piace l’insegnamento
e la musica da camera ho convogliato là i miei desideri di studente. Il pianoforte
e il fagotto ben si inseriscono in questi ambiti. L’opinione di Daniele Bogni
: “Quando ho ultimato gli studi presso il Conservatorio di Milano (nella classe
del MO Antonio Pocaterra), la mia aspirazione era quella innanzitutto di studiare,
perchè il programma per il diploma di violoncello in Italia è veramente assurdo!
Con il senno di poi mi rivedo fresco di diploma e pieno di belle speranze
alla ricerca di un insegnante e anche di un buono strumento..C'era un mondo
pieno di corsi , stage “europei” (forse all’epoca non c’erano ancora) che
servivano a fare esperienza ,ma non davano la continuità necessaria ”. La
seconda domanda riguarda l'alto grado di competizione che c'è nell'ambiente
musicale Claudia Pane puntualizza storicamente l’elemento della competizione
dicendo che: “La competizione musicale è nota fin dall’antichità (ne sono
testimoni i miti di Apollo e Dionisio o delle musedelle 12 principesse) ed
è arrivata a noi con miti antichi e moderni (basta pensare alle “gare” tra
Clementi e Mozart). Alfredo Pedretti per l'insegnamento considera che: “La
competizione fa naturalmente parte del mondo musicale, basti pensare che per
suonare in un’orchestra bisogna “battere” altri musicisti in un concorso,
per “mantenere” un incarico, bisogna sempre dimostrare di essere più bravo
di altri. Negativa è la competizione tra insegnanti che spesso coinvolge incolpevoli
allievi. Daniele Bogni sottolinea "Il musicista della mia generazione si trova
a constatare che gli anni passano senza che le cose cambino molto. La competizione
è importante nell'ambiente musicale, ma sono pochi quelli che si arricchiscono
davvero e rischiano di diventare vittime dell'ingranaggio composto da agenti,
enti e quant'altro che ruota loro intorno.La vera ricchezza del nostro lavoro
è la soddisfazione che dà la sensazione impagabile di trasmettere emozioni
al pubblico a agli alunni attraverso la musicacon la propria opera di esecutore
o di insegnante . Sulla situazione delle orchestre italiane le risposte fanno
emergere il disagio dato dalla chiusura di varie istituzioni storiche .Tali
istituzioni offrivano un arricchimento culturale , specie per il pubblico
giovane che poteva decidere di intraprendere studi musicali facendosi affascinare
dal mondo delle note; oltretutto si dava l' opportunità ai neodiplomati di
ottenere un lavoro gratificante e di grande crescita professionale. La risposta
di Pane è significativa: “C’è però una tendenza al miglioramento, visto la
famosa competitività. A volte si rischia tuttavia di puntare sull’evento (la
“prima” di una determinata opera, l’intervento di un grande direttore o solista)
piuttosto che offrire con continuità proposte inerenti al panorama musicale
italiano”. Pedretti ribadisce che: “Purtroppo la cultura musicale in Italia
non viene valorizzata come si potrebbe e di conseguenza molte compagini orchestrali
(tra quelle rimaste) soffrono di questa situazione”. Bogni entra maggiormente
nel dettaglio cogliendo un aspetto che da anni ha notevolmente danneggiato
la crescita culturale in un paese di grandi tradizioni musicali: “Mi ha veramente
amareggiato la chiusura della orchestre RAI a Milano, Roma e Napoli, io conoscevo
la situazione di Milano, quest’orchestra ha dato credo a quasi tutti i musicisti
della mia generazione che hanno avuto la possibilità di lavorarci un grosso
apporto umano e musicale, ci ha fatto da “nave scuola” vivendo a contatto
del grande mondo musicale in un ambiente quasi “familiare” e goliardico (chi
ci è stato sa cosa intendo), la sua soppressione è stata una perdita incalcolabile
per la musica a Milano, anche perché non vedo altre orchestre che possano
fare il “servizio” che la RAI ha fatto a noi (ottimo ambiente di lavoro, conoscenza
di colleghi anziani) anche ai giovani appena diplomati che ora sembrano solo
“materiale” per essere sfruttato da “contratti di formazione” o “cose simili”.
Con la chiusura di molte orchestre gli spazi di lavoro si sono ridotti, creando
grossi problemi non solo di carriera, ma anche finanziari ai musicisti che
non trovano sbocchi professionali e Pedretti risponde che: “C’è posto per
molti, ma non per tutti; chi si affaccia all’attività professionale oggi sicuramente
ha difficoltà a trovare i suoi spazi. Per quanto riguarda gli strumenti a
fiato, la continua evoluzione tecnica e di materiali, unita alla concorrenza
tra le marche, consente di trovare sul mercato strumenti di ottima qualità”.
Pane sottolinea che: ”La nostra generazione ha un po’ “saturato” il mercato.
Di contro, in Conservatorio ci sono sempre meno iscritti, sia per il famoso
“calo” delle nascite, sia perché alcuni strumenti sono poco “pubblicizzati”
e questo fa sì che in Conservatorio ci siano meno classi degli strumenti di
cui ci sarebbe più bisogno nelle orchestre. Per esempio, per alcuni strumenti
è più facile inserirsi nella professione dell’insegnamento, poiché sono più
“richiesti”. Per altri, inserirsi in un’orchestra è quasi impossibile (per
esempio arpa e chitarra)”. Bogni descrive l’aspetto psicologico del musicista
: “Io sono lungi dall’essere un musicista “arrivato” e riesco a vivere relativamente
tranquillo perchè parte del mio lavoro è prestato all’estero in un paese (la
Svizzera) dove l’insegnante di strumento ha una dignità economica più riconosciuta
che da noi, purtroppo in Italia un insegnante che opera al massimo livello
statale (nel Conservatorio) ha uno stipendio che gli permette di sopravvivere
appena se non ha un’altra fonte di reddito ". Per quanto riguarda il futuro
della music Perdetti dice: “La recente riforma dei Conservatori ha creato
una situazione di fermento che può portare qualche cosa di positivo. Consiglio
sicuramente di studiare musica a tutti, , a patto che non diventi mai un “lavoro”,
ma rimanga sempre l’arte più bella e completa per esprimere noi stessi”. Per
Pane : “Lo studio della musica è fondamentale anche a livello non professionale,
percreare (o ricreare) una coscienza musicale italiana più forte anche a livello
individuale. I giovani diplomati si devono adattare ad un lavoro più “migratorio”
sia tra le varie orchestre, sia proprio per quanto riguarda lo spostarsi tra
una città e l’altra. Da poco la realtà si sta modificando in meglio. Ora sono
indispensabili nel mondo musicale figure come il tecnico del suono o il correttore
di bozze musicali che potrebbero essere sbocchi supplementari per chi studia
musica”. Bogni conclude: “Certo le prospettive di lavoro non sembrano rosee,Ma
farsi mezzo e interprete, dando vita a suoni e sensazioni che grandi musicisti
di secoli passati hanno avuto prima di noi e sapere che ciò che essi hanno
provato anche noi lo possiamo provare e grazie alla nostra arte possiamo farlo
provare ad altri: tutto questo è un altissimo segno di fratellanza universale,
la musica è veicolo di tutte le sensazioni per tutti”. Detto tutto questo
non ci rimane altro che augurare … Buon lavoro!! anità,
sanità ed economia, sono diventati termini che viaggiano congiuntamente e
sembra quasi che non si possa più parlare di assistenza medica senza tirare
in ballo il costo delle prestazioni e la valutazione rispetto ai benefici
che se ne possono ricavare.
Da quando il concetto di sanità è stato identificato nella più ampia tutela
della salute e trasferito alla competenza dello Stato prima e delle Regioni
poi, si è persa di vista la cura delle malattie e del malato per concentrarsi
esclusivamente sul costo dell’assistenza. D’altronde, parlando di sanità intesa
come salute anziché come trattamento della malattia, è evidente che il titolare
del diritto all’assistenza diventa il soggetto sano anziché il malato, da
qui ne consegue che il costo della prestazione diventa un fattore di spesa
da tenere sotto controllo. Tutta la politica sulla sanità degli ultimi decenni
è perciò indirizzata al risparmio sui costi anziché al miglioramento della
qualità delle prestazioni. Mentre nell’assistenza medica di base si cerca
di introdurre il budget di spesa per le prestazioni mediche, nella medicina
ospedaliera si è imposto alla grande il concetto di finanziamento degli Ospedali
sulla base del raggruppamento delle patologie. A tutto questo va aggiunto
il concetto di aziendalizzazione degli ospedali e delle strutture sanitarie
in genere, cui si impongono concetti di gestione al risparmio tipici delle
strutture aziendali di imprese; attività che non hanno alla base della loro
operatività la cura delle malattie e dei malati. Il sistema dei famosi DRG
(diagnosis related groups), introdotto negli Stati Uniti operativamente nel
1983, tende ad eliminare il pagamento delle rette ospedaliere sulla base della
durata del ricovero e dell’intervento medico effettuato per il singolo malato
ricoverato in Ospedale e a controllare la spesa sanitaria attraverso la raffigurazione
di tutti i pazienti ospedalizzati in termini di diagnosi, procedure eseguite,
degenza e costi sostenuti. Da questa analisi si giunge alla individuazione
dei singoli DRG che potremmo definire: ”categorie di ricoveri omogenei per
quantità di risorse assorbite nel processo assistenziale”. L’Italia ha deciso,
con D.M. 14/12/1994, di replicare il sistema statunitense introducendolo anche
nel nostro Paese. Per la verità occorre specificare che il sistema DRG americano
non ha un valore gestionale per l’ospedale, che funziona indipendentemente
dai rimborsi, ma esclusivamente di accordi con le compagnie assicurative per
poter catalogare gli indennizzi da parte delle assicurazioni in modo tale
che vengano parametrati i premi assicurativi e la copertura del rischio da
parte della compagnia. Per capire la complicazione che ha comportato nell’assistenza
ospedaliera il sistema americano in Italia con il raggruppamento delle 492
classi di pazienti in 25 Categorie Diagnostiche Principali, basti sapere che:
“ il valore di ciascun DRG è dato dal prodotto del peso relativo del DRG per
il valore tariffario di base (PNSA = Pagamento Nazionale Standardizzato Aggiustato)
stabilito come unità di pagamento. Il peso relativo è, quindi, l’indice di
costo che esprime il grado di costosità relativa del DRG rispetto al costo
medio per dimissione espresso dal PNSA” Naturalmente non si può far finta
di non vedere che da quando questo sistema è stato introdotto in Italia c’è
stata una modifica sostanziale del tipo di assistenza al malato che da quel
momento è diventato per l’azienda il perno finanziario intorno al quale ruota
tutta l’economia ospedaliera. I complessi calcoli al computer sui raggruppamenti
diagnostici e sulla identificazione delle ICD-9-CM, ossia sulla complessa
classificazione delle diagnosi e delle procedure di dimissione, hanno portato
a stabilire una propria classificazione sui DRG più remunerativi per cui certi
interventi chirurgici catalogati in una classe che ti consente di ricevere
dalla Regione rimborsi superiori all’effettivo costo dell’intervento potrebbero
essere privilegiati rispetto ad altri meno remunerativi. Naturalmente per
ovviare a certi abusi, che si ripercuotono sul tipo di assistenza al malato,
occorrerebbero dei controlli altamente sofisticati che le Regioni non sono
certo in grado di eseguire, anche perché dovrebbe trattarsi di un controllo
preventivo e soprattutto di una modifica di mentalità. I rischi più frequentemente
associati agli incentivi del sistema sono sostanzialmente questi: - Riduzione
della durata di degenza per singolo ricovero, con rischio di dimissione intempestiva
del paziente; - Aumento del numero dei ricoveri per le categorie di pazienti
le cui tariffe sono superiori al costo marginale di produzione, con rischio
di aumento dei ricoveri non appropriati; - Selezione, entro ciascun DRG dei
pazienti che presentano costi inferiori alla tariffa stabilita, con rischio
di problemi di accessibilità e di caduta di equità del sistema; - Spezzettamento
(unbundling) del profilo di cura dei pazienti in una serie di ricoveri separati,
ciascuno dei quali è pagato a tariffa piena; - Manipolazione della SDO (scheda
di dimissione ospedaliera) in modo da determinare l’attribuzione del ricovero
ad un DRG con un peso, e quindi una tariffa, superiore a quella reale. E’
evidente che il sistema non può continuare a reggersi sul solo parametro dei
DRG ma deve essere affiancato da altri parametri tendenti a qualificare la
prestazione sanitaria in modo tale da poter giudicare l’opera dei sanitari,
che esercitano la loro attività professionale all’interno dell’ospedale, dai
risultati delle loro cure e non dal fatto che i conti tornino secondo lo schema
prefissato a tavolino. Anche in Germania si vorrebbero introdurre i criteri
DRG attualmente in uso in Italia, ma i medici ospedalieri tedeschi si stanno
opponendo ad un sistema guidato da puri criteri economici in quanto, sostengono,
peggiorerebbe la qualità delle cure e a rimetterci sarebbero alla fine proprio
gli ammalati. In Italia molti medici ospedalieri si stanno demotivando giorno
dopo giorno dovendo subire una valutazione della loro opera basata esclusivamente
sui rimborsi regionali ed auspicano che presto si possa giungere a sistemi
che premino i risultati, la preparazione scientifica ed umana, la ricerca
e non certo il fatto che il loro intervento abbia o meno un buon DRG.
