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L' orientamento generale delle società occidentali, il cosiddetto “trend” che faceva tanto arrabbiare Nanni Moretti nel film “Palombella rossa”(quanto è passato? un secolo? due?) sembra dunque all’inizio del terzo millennio quello della spoliticizzazione.
Fine delle ideologie nell’ultima decade del secolo scorso, confusione di fronti politici, ideali in soffitta, valori interrati, e la politica sempre più politicante, mestiere e non missione, che strumentalizza il consenso ma non serve al cittadino che, specie se giovane, se ne sente sempre più estraneo.

Questo lo stato delle cose a partire dall’Italia in cui viviamo. Discorsi generici, vuoto a perdere mentre incombe la disoccupazione, la recessione, l’incertezza della classe dirigente al governo come all’opposizione.
Vediamo.

La manifestazione che nell’ultimo periodo ha colpito di più, per numeri e modalità di svolgimento, l’opinione pubblica è stato il Kolossal di San Giovanni dello scorso 14 settembre, dove alcune centinaia di migliaia di persone si sono radunate di fronte al palco di Nanni Moretti (toh, chi si ricita… proto, non sbagliare) per un girotondo sul posto di protesta elevata al cubo.
Contro Berlusconi, certo, ma non solo: anche le condizioni della sinistra venivano resettate mica male.
Lasciamo da parte le chiose sulla media/alta borghesia in divisa da girotondo che conosco personalmente. Per loro una divisa vale l’altra, sono politicamente insofferenti e, più che ragionare o agire a sinistra, odorano ciò che fa trend, sono per lo più “insinceri”. Virgolettato, perché lo sono in profondità, lo sono costituzionalmente, non legano la visione della politica con i comportamenti e la coerenza che ne dovrebbero conseguire.
Tra la moltitudine di San Giovanni sono perciò i meno interessanti e politicamente fruibili.
Sono insomma distanti dalla politica e invece pensano (?) e parlano come si vi fossero ben dentro, splendidamente complementari a chi, troppo spesso, nel centrodestra considera far politica una sottospecie del far affari: di qui l’attuale stallo…
Veniamo invece ai proletari, o postproletari, o piccolo borghesi, ai figli e quasi ai nipoti dell’umanità che Pasolini vedeva a rischio trent’anni fa, oggetto di un “genocidio culturale” e di una mutazione antropologica nel segno dell’omologazione: tutti vestiti uguali, anche di dentro, almeno tendenzialmente, nella preglobalizzazione di massa degli anni ’70.

Tre giorni dopo San Giovanni, ero allo stadio Olimpico per Roma-Real Madrid di Champions League: sono vent’anni o più che scrivo della politicità degli stadi e del pallone, della politica fuori dalla politica, delle sedi di partito, dei luoghi istituzionali almeno addormentati, se non peggio.
Quindi che scrivo anche dello stadio come metafora politica, luogo di passione, coinvolgimento, identificazione, gruppo.
Ma quando dopo il terzo gol a zero del Real, un tifoso romanista non peggio di altri, certo trucido, inviperito, deluso, prima si è lamentato dei guadagni eccessivi dei giocatori della sua squadra (e fin qui, banalmente, passi) chiedendomi al solito: “dotto’, glielo dica lei in tv a ‘sti zozzoni”, ma poi come colto da una folgorazione si è alzato in piedi, è montato sul bordo del posto di tribuna e ha urlato a Totti e soci “Io la delega in bianco non ve la do più!!”
Beh, ho fatto due più due.
Perché “Non vi daremo più la delega in bianco” era forse lo slogan principe di Moretti a San Giovanni, campeggiava su giornali e telegiornali, significava la politica dell’antipolitica ecc.
E finiva tre giorni dopo a sanzionare un distacco, momentaneo, del tifoso dal calciatore…
Erano dunque tracce di politica nelle urine della folla…
E’ questo il nostro futuro? E’ pensabile che non ci si risvegli, prima o poi? Può morire allo stadio anche la politica dell’antipolitica? Il cerchio si chiude?
Si può ancora, si deve, ricominciare daccapo?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Oliviero Beha