

La
scorsa estate, per motivi di lavoro, ho dovuto scrivere un articolo sui luoghi
comuni e ho citato due frasi celebri che li definiscono: “Niente di più bello
dei luoghi comuni” (Baudelaire) e “In fin dei conti i luoghi comuni sono le
grandi verità poetiche” (Stevenson). Mentre scrivevo, la memoria ha avuto
uno scatto, un salto quasi vertiginoso. Da
Baudelaire e Stevenson sono passato a un grande dell’umorismo, a un grande
ingiustamente dimenticato: Giovanni Mosca, nato a Roma nel 1908 e morto a
Milano nel 1983. Ma la data da ricordare è il 14 luglio 1936.
Quel giorno uscì il primo numero del “Bertoldo”, bisettimanale del
martedì e del venerdì, in edicola al prezzo di trenta centesimi.
Il “fondo” di presentazione era costituito da un dialogo tra il Barone e Bertoldo.
Riportiamo alcune battute. Barone: “Com’è il funzionario?” Bertoldo: “Solerte
e attivo”. Barone: “E il film?” Bertoldo: “L’ultimo capolavoro della stagione”.
Barone: “Che nome prendono le donne quando sono sedute in tribuna?” Bertoldo:
“Un fitto stuolo di elette dame”. Barone: “Com’è la fibra dell’illustre infermo?”
Bertoldo: “Forte e resistente”. Barone: “Ma i reiterati attacchi del morbo?”
Bertoldo: “Finiscono col prevalere…”. L’autore è Mosca, direttore insieme
a Vittorio Metz. In una pagina interna, sotto il titolo “L’amoroso signore”,
si vedeva un allampanato omino in “redingote” nera, pantaloni a righe e cappello
a cilindro. La battuta, firmata Mosca, diceva: “Amore, amore, di quali cose
tu non rendi capaci gli uomini! Guardate me, ad esempio, che giro col baffo
foggiato a viola del pensiero, detto baffo della nostalgia, a perenne ricordo
di colei che, perfida, m’ha abbandonato e non ritorna più”.

Mosca, che firmava soltanto con il cognome, prima di dedicarsi interamente all’umorismo, era stato impiegato al ministero di Grazia e Giustizia e aveva insegnato in una scuola elementare. Il suo linguaggio era surreale e feroce. I mesti omini in “redingote” annunciavano ai figli beffardi premi di bontà: “Se sarete buoni, domenica vi porterò a veder morire il nonno”. O conducevano questi bambini, vestiti alla marinara, a immergersi in un laghetto: “Guardate com’è limpida l’acqua: si vedono benissimo i sassolini del fondo e i cadaveri dello zio Paolo e dei cuginetti”.
Il
“Bertoldo”, di cui era caporedattore Giovannino Guareschi, il futuro
creatore di Peppone e don Camillo, faceva anche la fronda nei confronti del
regime allora imperante. Il fascismo, ad esempio, dichiarò guerra alle parole
straniere: “Filmo” invece di film, “arzente” invece di cognac, “ballo tabarino”
invece di bal tabarin. Mosca rispose con una vignetta intitolata “o purismo
o morte”. Il solito omino impugnando un mannaia si accingeva a decapitare
un vecchio signore: “Basil, Basil, Basil, Basilio Puoti! Nel nome del grandissimo
purista nostro, io vi uccido, barone. Voi avete detto “tennis” e invece non
si deve dire “tennis” che è parola straniera. Basta con le parole straniere
che deturpano la bellezza della nostra lingua! Non più “tennis”, dunque! Al
vocabolo esotico “tennis” sostituiamo l’italiano, nostrano “tennis”, pronunciato
con chiara ferma squillante voce, a torso nudo, sulle cime degli Appennini,
stringendo erpici e badili”. Quando l’EIAR (la RAI di allora) inaugurò la
rubrica “Radio Sociale”, l’umorismo di Mosca ebbe trovate indimenticabili.
Immaginò “canzoni laterizie” per i muratori, “canzoni tessili” per i lanieri,
“canzoni metallurgiche” per i lavoratori del ferro e dell’acciaio.
L’avventura del “Bertoldo” finì nel settembre 1943. Mosca aveva avuto noie
con la censura per un atto unico, “La sommossa”, che era un’evidente satira
delle pose e dei discorsi di Mussolini. Le noie e gli attacchi lo colpirono
anche dopo la guerra per un altro atto unico, “Collaborò”.

Era cominciata la stagione di “Candido”, della campagna in favore della monarchia, dell’anticomunismo senza mezze misure. La maggiore aggressività politica di Guareschi sembrava sovrastare Mosca che lasciò “Candido”, diresse “Il Tempo di Milano”, poi il “Corriere dei piccoli”, e cominciò a tenere la critica teatrale sul “Corriere d’informazione” e a scrivere articoli per il “Corriere della Sera”.
L’altro,
memorabile Mosca fu quello della vignetta quotidiana sul “Corriere d’informazione”,
che era l’edizione pomeridiana del “Corriere della Sera” e che oggi non si
pubblica più.
Per motivi che non è il caso di spiegare, fui per alcuni anni il redattore
che riceveva la telefonata mattutina di Mosca. “Nanni”, com’era confidenzialmente
chiamato, diceva: “E’ tutto pronto, puoi mandare a prendere”. La voce era
sempre fresca e cordialissima. Mosca s’era alzato molto presto, aveva visto
i giornali e, nella quiete della sua casa, aveva pescato tra cento e cento
notizie quella che gli accendeva l’estro.
Spesso immaginavo con un senso di pena e di ossessione quei mattini di Mosca,
quel dover avere a ogni costo lo spunto e la trovata. Come faceva a non stancarsi,
ad avere la stessa immutabile freschezza, lo stesso rintocco come d’una moneta
d’argento che rimbalzi sul marmo? La verità è che la pena e l’ossessione erano
soltanto mie. Mosca paragonava l’umorismo a una seconda vista che permette
di andare oltre le apparenze. C’è sempre una scaglia bizzarra che splende
nel fondo grigio delle nostre giornate: si tratta di saperla individuare.
Tra le centinaia e centinaia di vignette, ne ricordo particolarmente una.
Era l’epoca dello scandalo legato all’aeroporto di Fiumicino.
Mosca mandò una vignetta che mostrava due dei suoi omini visti di spalle.
Sullo sfondo c’era una grande vetrata e oltre la vetrata sagome di carabinieri.
La battuta diceva: “A destra abbiamo chiuso, a sinistra non abbiamo ancora
aperto, e adesso dove scappiamo?”.
Mosca sapeva colpire duramente anche la parte politica nelle cui file era
etichettato. La libertà era una parola da vivere con coerenza per un uomo
che, oltre a essere l’autore dei crepuscolari “Ricordi di scuola”, aveva tradotto
le Satire di Orazio.
Come ho già scritto all’inizio, ho voluto dedicare il Lunario a un grande
dimenticato come Giovanni Mosca.
Non è giusto che il lungo, quasi infinito sorriso che Mosca ha donato in mezzo
secolo di lavoro sia entrato nell’ombra dell’oblio. Io sono qui a rammentare
che gli omini in “redingote” si chiamavano Brunacci Bonamonti, Bellotti Bon,
signor Ulderico, cavalier Ambrogio Vitali o professor Celiomontanus. Quei
nomi rispondono ancora al segreto appello della memoria, scandito dalla vecchia
generazione alla quale appartengo.
Nostalgia? Si, nostalgia.