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Nell’ambito della drammaturgia italiana del primo Novecento Dario Niccodemi si segnala come drammaturgo di spicco e direttore di compagnia di buon successo. Il genere teatrale da lui proposto colpì favorevolmente il gusto borghese di gran parte del pubblico della sua epoca, che gli tributò vasta fama. Nato a Livorno nel 1874, Niccodemi visse dapprima in Argentina e in seguito in Francia fino al 1915, anno in cui tornò a stabilirsi definitivamente in Italia, dove morì a Roma nel 1934. Riuscì abilmente ad imporsi all’attenzione della critica e degli spettatori italiani con testi di impatto immediato. Niccodemi, infatti, prediligeva effetti patetici e una buona dose di drammaticità nello svolgimento delle trame e riusciva in tal modo a coinvolgere emotivamente il pubblico. In qualità di direttore teatrale fu assai disponibile a sostenere testi “rivoluzionari” e innovativi, che per certi versi risultarono di difficile e di non subitanea comprensione.



E’ proprio di Niccodemi la storica prima rappresentazione nel 1921 al Teatro Valle di Roma del dramma Sei personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello, che finì per sconcertare gli spettatori non ancora abituati a una visione dell’azione teatrale che scardinava le regole della tradizione, e all’ambiguità del testo del più geniale drammaturgo italiano del Novecento. Nell’occasione Niccodemi diede così prova di un certo coraggio nell’avvallare un autore come Pirandello e di una volontà aperta alla diffusione di elementi di sperimentazione sulle scene.

Ma veniamo alle opere.
In esse Niccodemi cercò di analizzare i costumi della società borghese a lui contemporanea in commedie come Ombra (1915), Scampolo (1916), La nemica (1916), La maestrina (1917), Prete Pero (1918) e L’alba, il giorno e la notte (1921).

Singolare ed amplissima notorietà ottenne La nemica, grazie alla quale Niccodemi si impose in tutta Italia, sostenuto da un’ottima compagnia teatrale. L’opera, ambientata in un castello a 70 chilometri da Parigi, vede protagonista una famiglia di nobili: la duchessa di Nièvres assieme ai due figli, Roberto e Gastone. Entrambi i fratelli sono assai legati fra loro, si rispettano e si vogliono bene, anche se per normali leggi dinastiche al primo andrà il titolo nobiliare e il patrimonio assai cospicuo, mentre al secondo resterà solo il ruolo di cadetto. Roberto riesce simpatico a tutti, ma soffre grandemente perché ritiene di sentirsi osteggiato dalla madre, che invece lui adora di un amore che sfiora la passione. D’altronde non si può negare l’evidenza: tutte le attenzioni della duchessa sono per Gastone, il minore, quello che dovrebbe essere relegato a uno status di secondo piano.
Roberto sfoga la sua condizione - e cioè questa prostrazione depressiva per non essere amato senza un motivo evidente – con Gastone, il quale cerca di smussare la situazione, come per altro aveva fatto anche in precedenza. Invano, perché Roberto, senza capirne la causa, sente incombere sempre più su di sé l’odio di una nemica, una mamma che volutamente gli sta distruggendo la vita.
Nel secondo atto avviene il confronto diretto tra Roberto e la madre, la duchessa Anna. Il giovane le annuncia l’intenzione di voler partire per le Indie, con lo scopo di vedere se lei possa mostrare un minimo di interesse nei suoi confronti. Il figlio la incalza in un dialogo serrato e sfibrante, a tal punto da farle rivelare la verità a tutti celata: Roberto non è altro che figlio illegittimo del duca, avuto da un’altra donna. Di fronte a tutti Anna si era ben disposta ad accettare Roberto come se fosse suo figlio e aveva iniziato a volergli bene fino a quando si era resa conto di aver commesso una grossa ingiustizia nei confronti dell’unico suo vero figlio, Gastone. Da allora nacque pian piano in lei un senso di odio e di risentimento per il figliastro adottivo Roberto. Alla fine di questo drammatico sfogo a due la duchessa chiede disperatamente perdono a Roberto che comunque la considera e la sente sempre sua madre.
Il terzo atto porta all’epilogo della vicenda. La prima guerra mondiale è iniziata: Roberto e Gastone sono al fronte, il secondo in cerca di gloria, l’altro di una morte liberatrice dal suo dramma interiore. Al castello giunge un telegramma di stato che annuncia alla duchessa la gloriosa scomparsa in combattimento di suo figlio. Ottenebrata dal dolore, lei si chiede quale dei due potrà aver incontrato la morte. Ma subito dopo tutto si svela: giunge Roberto, ferito, che le reca il bacio e l’ultima parola di Gastone pronunciata prima di morire, e cioè “mamma”.
E in questo slancio melodrammatico, con un abbraccio finale che riunisce metaforicamente la madre e i due figli, cala il sipario.

Grazie a una buona maestria tecnica, soprattutto nel dialogo, e alla presentazione di situazioni fortemente coinvolgenti, Niccodemi divenne uno degli autori più popolari e seguiti, tanto che fu autore rappresentatissimo anche postumo e la stessa compagnia Niccodemi, che gli sopravvisse, tenne a battesimo il debutto di Vittorio Gassman in un’edizione de La nemica nel 1943.


Un altro testo del primo ventennio del ‘900, quasi coevo alle opere di Niccodemi, e che ottenne successo perché fonte di sicuro divertimento per il pubblico, fu Addio giovinezza di Nino Oxilia (1884-1913) e Sandro Camasio (1888-1917), rappresentato la prima volta a Milano nel 1911.
Gli aspetti più normali della vita quotidiana sono, tra gioie e dolori, l’elemento predominante di questa commedia. Un giovane, Mario, futuro medico, e alcuni altri personaggi stanno per laurearsi a Torino. Il protagonista vive in una modesta camera in affitto, ha una ragazza fissa, Dorina, innamoratissima di lui, che Mario considera una storiella momentanea ed è sempre in cerca di possibili nuovi rapporti. Con il raggiungimento dell’agognata laurea si concluderà questo periodo “dorato”, scanzonato e amatorio, quasi ludico, e se ne aprirà invece un altro, quello delle responsabilità vere, del lavoro, del ritorno al proprio paese nella casa paterna e di una futura famiglia con qualche brava ragazza del posto.
Forse proprio la linearità della scrittura, la non sviluppata complessità interiore dei personaggi e la semplicità della vicenda fecero sì che gli spettatori riuscissero a riconoscersi facilmente in questa commedia, attribuendole un alto livello di gradimento, che gli autori stessi, durante la stesura del testo, non avevano certo sperato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

.Franco Manzoni