

Nostro inviato a Tromso
Nel porto di Tromso il Museo Polare è in quella che
due secoli fa era la dogana. Fuori è ormeggiata la Polstjerna, trentatré anni
di onorato servizio a caccia di foche e di rilevamenti scientifici nell’Artico.
I norvegesi amano la natura, ma non hanno la puzza sotto al
naso degli ecologisti, così la sorte di foche e balene non turba i loro animi
più di quanto li turberebbe il destino di un maiale o di un pollo.
Dentro è allestito il “piano Nansen” ovvero una serie di reperti appartenenti
a quella che fu una delle più incredibili avventure umane, il tentato raggiungimento
del Polo, via mare e via terra, da Fridtjof Nansen in una spedizione che durò
tre anni.

La loro collocazione a Tromso è un po’ tirata per i capelli: Fram,
ovvero Avanti, la nave usata da Nansen partì sì da Tromso, ma questa fu una
delle tappe, non la prima né l’ultima; cominciò tutto a Oslo, che allora si
chiamava Cristiania, ci fu qui un approdo intermedio e poi l’avventura prese
il suo avvio più a nord, dalla punta settentrionale di Vardoi il 21 luglio
del 1893.

Fra Tromso e Vardoi c’è di mezzo Capo Nord, dove ora c’è una sorta di centro
turistico ancorato al promontorio. Quando tira il vento rischi di volartene
con lui, ma lo spettacolo è strepitoso, come stare sul tetto estremo dell’Occidente
di fronte all’oceano Artico. Il primo a mettervi piede, a metà Seicento, fu
un prete italiano, Francesco Negri: ogniqualvolta ironizziamo sul nostro provincialismo
dovremmo pensare che fino a tutto il Settecento scorrazzavamo per il mondo
e che, per restare allo scorso secolo, al Duca degli Abruzzi e al Comandante
Nobile i norvegesi avrebbero fatto un monumento, laddove noi gli riserviamo
uno sbiadito interesse.

Fram, di cui ricorrono quest’anno i 110 anni dalla costruzione, ha il museo
che porta il suo nome a Oslo, sulla punta di Bygdoy. Rimorchiata e portata
in secco, le venne costruita intorno la struttura che oggi la conserva.
Puoi salirci sopra e entrarvi dentro, vedere le minuscole cabine di Nansen
e dei suoi dodici compagni d’equipaggio e che furono poi quelle di Amundsen
per andare al Polo Sud.
Fu il primo vascello costruito per navigare vittoriosamente fra i ghiacci,
opera di un mago delle barche che si chiamava Colin Archer. Archer mise a
frutto un’idea di Nansen, un po’ l’uovo di Colombo a raccontarla con il senno
di poi: per evitare di finire stritolati dalla pressione, pensò, occorreva
una nave con una chiglia tale da sfuggire alla stessa sollevandosi sul ghiaccio
invece di rimanerne stretta. E così fu.

La spedizione al completo
Nansen è un eroe popolare in Norvegia e non potrebbe essere altrimenti. L’avventura
del Fram e il suo essere il primo esploratore a raggiungere via terra, 86
gradi e 14 minuti nord, il punto più vicino al Polo fino allora toccato, coincisero
con il momento più frustrante del cammino di una Norvegia in cerca di se stessa.
Nel 1984 il suo tentativo di staccarsi dalla Svezia era fallito in malo modo
di fronte alla reazione di quest’ultima e i norvegesi sentivano il bisogno
di qualcuno che dicesse al mondo che erano in grado di fare da soli. Nansen,
con la sua impresa, fu quel qualcuno.
Non era un uomo facile, e al di là dell’agiografia fatta intorno a lui e ai
suoi compagni, l’avventura del Fram non fu idilliaca quanto a modus vivendi,
né all’insegna della reciproca stima. Il dottore di bordo, Enrik Blessing,
durante il viaggio divenne morfinomane, il capitano della nave, Otto Sverdrup,
mal sopportava le ingerenze di Nansen che non era un marinaio, l’equipaggio,
che non era interessato ai risvolti scientifici dell’impresa, chiamava il
suo ideatore il “Signor Se Stesso” e se ne teneva alla larga.
Nansen
e il capitano Sverdrup
Per tre anni il Fram andò
alla deriva attraverso l’oceano Artico, avvalorando l’idea di Nansen di una
corrente artica est-ovest, dalla Siberia al Polo Nord e da qui alla Groenlandia.
Una deriva fatta di noia, spossatezza, delusioni, alla lunga più pericolosa
delle insidie del ghiaccio superate brillantemente dalla nave. “Sento che
debbo rompere questa inerzia, questa attesa, fare qualcosa”, scrisse l’esploratore
nel suo diario.
“Il gioco del Polo Nord”, che i bambini norvegesi giocarono in quegli anni,
riduceva la spedizione a un tiro di dadi: o avanzavi o retrocedevi sulle caselle.
Non c’era l’imprevisto.
Fergus Fleming
che ha adesso scritto Ninety Degrees North. The quest for the North Pole
(Granta Books), ha tracciato il ritratto veritiero di un Nansen chiuso nel
suo mondo, per nulla incline all’amicizia, ossessionato dalle sue teorie e
dal compito che si era prescritto. I grandi uomini raramente sono simpatici:
non gli interessa esserlo, hanno altro cui pensare. Grand’uomo Nansen lo fu
sicuramente. E di quella specie legata al dilettantismo come categoria dello
spirito. Sportivo, scienziato, buon disegnatore, curioso, determinato, soprattutto
istintivo.
Quando la deriva del Fram cominciò a sembrargli interminabile, decise che
al Polo ci sarebbe arrivato a piedi.
Lasciò la nave il 14 marzo 1895 con un unico compagno, Hialmar Johansen. Fecero
500 chilometri in cinque mesi, arrivarono più a nord di qualsiasi essere umano,
svernarono, poi ripiegarono a sud. Nella Terra di Francesco Giuseppe incontrarono
una spedizione britannica e finalmente il 3 agosto del 1896 sbarcarono a Vadso,
nella Norvegia del Nord. Una settimana dopo il Fram, liberatosi dalla banchisa,
vicino alle Spitzbergen, approdava a sua volta a Skiervoy.
A trentacinque anni Nansen si ritrovò l’uomo più famoso del mondo. Il seguito
fu all’altezza delle premesse.

Giocò un ruolo importante nell’indipendenza della Norvegia, fu ambasciatore
a Londra, dopo la I Prima Guerra Mondiale fu a capo della Commissione della
Società delle Nazioni per il rimpatrio dei prigionieri di guerra, guidò un
progetto della Croce Rossa Internazionale per gli aiuti all’Unione Sovietica
vittima della carestia postbellica e rivoluzionaria, come Alto Commissario
per i profughi inventò il passaporto Nansen, con cui diede loro uno status,
e organizzò il trasferimento di mezzo milione fra greci e turchi ai loro rispettivi
Paesi di origine, abbracciò la causa del popolo armeno, vinse il Nobel per
la Pace.
Fra essere e benessere della Norvegia ci piace trovare in una figura come
questa un punto di incontro, la realizzazione di se stessi, l’attenzione per
gli altri, un nazionalismo non sciovinistico, l’apertura a culture diverse.
Il futuro, a volte,
consiste nel sapersi voltare indietro.
L'accoglienza
trionfale al ritorno ad Oslo




Fridtjof Nansen






