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Della serie: quando lo sport si diverte a sorprendere e a sorprenderci. Il tutto necessita di una piccola premessa che vede il sottoscritto nel ruolo di testimone leggermente attonito per la curiosa successione dei fatti. Maggio 1999, sono a Trieste, in un Tennis Club locale, nel ruolo di modesta racchetta coinvolta in un incontro di serie C a squadre.
Assonnato quanto basta, al mio arrivo non posso però non accorgermi della presenza di un volto noto, che esula però dall’ambiente tennistico. Gianmarco Pozzecco, giocatore di basket allora in forza a Varese, ostenta con fare infastidito e gesticolando le proprie ragioni ad un gruppo di amici-sostenitori.
Per chi non lo sapesse, il “Poz” è uno dei più grandi talenti cestistici del nostro paese. E in quel momento è furioso perché il CT della nazionale di basket di allora, Bosha Tanjievic, lo ha appena escluso dalla lista dei convocati per gli europei in arrivo.
Scelta coraggiosa e contestata, che però da lì a poco, ha come clamoroso corollario il sorprendente successo azzurro proprio nella competizione continentale.
Passano tre anni e siamo all’agosto appena alle spalle. In redazione mi capita di incrociare Maurizia Cacciatori, l’alzatrice più forte e carina d’Italia, furente per un boicottaggio questa volta ancora più pesante.
Tra le 12 scelte per i mondiali in Germania lei, il simbolo del volley femminile, non c’è.
Questa volta addirittura le polemiche però sui quotidiani appaiono ancor più diluite.
La decisione del CT Bonitta passa infatti un po’ inosservata per il contemporaneo stato confusionale calcistico, tra un campionato che non parte e squadre che falliscono. Immediatamente però, captando le rimostranze della ex-nazionale, ecco il flash-back.
Rivedo il caso Pozzecco al femminile tre anni dopo, con l’aggiunta pero’ di un particolare sentimentale inquietante: Maurizia è l’attuale fidanzata del play Fortitudo! Penso malignamente tra me e me che un destino beffardo potrebbe accomunarli da esclusi-delusi. “Stai a vedere che finisce come agli Europei del ‘99.
Le ragazze dell’Italvolley vinceranno il mondiale”. Pensiero intrigante, ma anche problematico visti i favori del pronostico e la consistenza delle avversarie. Succede però proprio così, incredibilmente.
Un’impresa che non ha precedenti nella storia del movimento femminile e che ora costringerà invece il prurimedagliato ambiente maschile ad inseguire.
Per la cronaca solo all’invincibile ex –URSS riuscì due volte (nel 1952 e nel 1960) lo straordinario bis iridato.
Tornando in casa nostra, al meraviglioso traguardo che ci ha piacevolmente stupiti, ci si accorge da un’analisi più approfondita che il boom mondiale delle ragazze non era poi così poco preventivabile.
Alle radici di una disciplina che ha già saputo conquistare stima e praticanti a livello uomini, ci sono infatti dati importanti che supportano e giustificano annualmente la fase di crescita. Secondo i dati della FIPAV, la federazione volley, solamente nell’ultima stagione è raddoppiata la fascia delle giovanissime (8-14 anni) che praticano la pallavolo a livello dilettantistico.
E a livello assoluto in Italia le tesserate che settimanalmente si dividono tra ricezioni e schiacciate guidano la classifica dello sport agonistico tra le donne. Bello, naturale e inevitabile che solo ora la penisola ne abbia scoperto l’aspetto vincente.
Titoli d’apertura, sponsor e share d’ascolto altissimi sono il segnale che l’ubriacatura di popolarità ha finalmente investito Togut e compagne.
Come sempre, in questi casi, è bello ripercorrere soprattutto le fasi di crescita del movimento, rispolverando alcuni aspetti che, anche attualmente, da professioniste gratificate e vincenti, le ragazze azzurre non dimenticheranno.
Già, perché il volley femminile, fa parte di un bagaglio sociale prettamente italiano, fatto di storie a metà tra il casereccio e il professionistico.
Di trasferte con levatacce domenicali, in macchine stipate, con il sacchetto di panini e minerale a disposizione preparato dai famigliari.
Di palazzetti lugubri e freddi, con superfici lise dall’usura dove prendere il coraggio a due mani significava tuffarsi per intercettare una schiacciata e tornare il giorno dopo a scuola con lividi e dolori articolari ovunque.
E dove, se la doccia non era gelida, significava o che l’adrenalina per una vittoria sofferta era ancora in circolo o che i colleghi maschietti avrebbero giocato il match successivo.
Pullman o treno per fraternizzare o risparmiare a seconda della distanza delle destinazioni.
Si giocava naturalmente per divertirsi, ma soprattutto senza vedere mai una lira anche a livello professionistico.
A cominciare dalle stesse azzurre, per le quali era previsto un rimborso spese ridicolo bilanciato però dall’orgoglio di poter rappresentare il proprio paese.
E se adesso che sono sul tetto del mondo, le donne di Bonitta, non danno l’idea di poter perdere il senso della misura.
Le senti parlare un po’ ovunque, in telegiornali e trasmissioni specializzate, in questa sbornia d’apparizioni che presto passerà di mano.
Ma l’impressione che le umili origini del loro movimento non siano dimenticate emerge soprattutto dalle velleità post-trionfo.
Chi la vacanza sognata, chi finalmente un appartamento per costruirsi una piccola indipendenza.
E chi finalmente una macchina un po’ trendy, diversa dall’utilitaria sfoggiata costantemente per gli allenamenti. Come per Francesca Piccinini, seconda bellezza più ricercata del gruppo, che naturalmente dopo il forfait forzato della Cacciatori, ha scalato di un posto questa ipotetica graduatoria.
Aveva pattuito con il fidanzato un premio solo in caso di vittoria.
Niente eventuali regali di consolazione, solo uno, importante, da campionessa del mondo.
Morale. Vedremo come si adatteranno i quasi 2 metri della 23enne schiacciatrice all’abitacolo della nuova Mini.

 

Foto di Fiorenzo Galbiati

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Paolo Ghisoni