

Inoltre
lo scrittore ha saputo coniugare l’idea e lo scopo politico con la sua poetica
cercando un punto di riferimento estetico che potesse raggiungere una validità
di espressione. In
Brecht è evidente la struttura e la tecnica del teatro espressionista, coabitano
con il gusto del grottesco, della satira corrosiva e dell’analisi traslucida
della quotidianità con tutti i vizi, la decadenza di una società corrotta
o corruttibile.
Tutto ciò è evidente nelle sue prime opere e in particolare in “Trommeln
in der Nacht” (Tamburi nella notte) del 1922 dove la Germania del primo
dopoguerra viene analizzata con cruda realtà, senza dimenticare il dramma
storico: “Das Leben Eduards II von England” (La vita di Edoardo II
d’Inghilterra) del 1924, rimaneggiato da Marlowe ed in altri lavori di pari
importanza. Aldilà della sua produzione teatrale è importante puntualizzare
la collaborazione con il compositore Kurt Weill, con il quale scrisse pagine
immortali dell’opera del XX secolo.
E’ proprio con “Mahagonny” del 1929 e con “Dreigroschenoper”
(L’opera da tre soldi) del 1931 che si è testimoni di una perfetta coesione
fra testo e musica. Per quanto riguarda Weill troviamo che nel primo dopoguerra
si crearono varie direzioni che influenzarono notevolmente il futuro della
musica; per esempio la “Neue sachlickeit” (la nuova obiettività) che
si ispirò ad una forma di denuncia e di presa di coscienza dei problemi della
società. Di conseguenza la musica si avvicinò alle altre forme d’arte, formando
un fronte unico che vide la pittura di Kandinskij come propulsore di un radicale
cambiamento e l’architettura Walter Groupius, fondatore e artefice del famoso
“Bauhaus”.
Nell’altro caso Schönberg era l’alternativa, svincolata però dal contesto
sociale.
E’ in questa dimensione che Weill si trovò ad operare, insieme a Paul Hindemith.
Egli fu un compositore che si identificò con la realtà storica, utilizzando
nelle proprie composizioni frammenti sonori della società del tempo e cioè
temi di cabaret e canzoni di strada. In tutto questo stato di “anarchia” culturale
i compositori si trovarono in balia di se stessi, anche se l’idea comune che
si stava delineando era stata tracciata da Gropius in una sua frase ormai
entrata nella storia: “L’arte non è una professione. Non ci è alcuna differenza
essenziale tra l’artista e l’artigiano. L’artista non è che un artigiano ispirato…
Formiamo, dunque, uma comunità di artefici senza la distinzione di classe
che alza un’arrogante barriera tra l’artigiano e l’artista” (1)
Weill se non avesse incontrato Bertold Brecht avrebbe cambiato il suo stile?
La risposta la si trova nel libro di Luigi Rognoni, nel quale egli scrive
che: “K.W. ha scritto musica atonale ma giunto al limite di tale esperienza,
anziché organizzarla, come faranno altri musicisti, attraverso una nuova sintassi
sonora (la dodecafonia), cambia bruscamente rotta, convinto, come Brecht,
della necessità di usare una forma di linguaggio che sia accessibile a tutti
e che parli dei comuni sentimenti e delle comuni aspirazioni dell’uomo ad
una vita migliore, di fratellanza e di giustizia sociale” (2).
La vera collaborazione con Brecht ebbe inizio nel 1927 con un breve ad una
“Songspiel” che anticipa un lavoro più ampio ed ispirato, il quale
prende il titolo di: “Aufstieg” , vera ricerca espressionistica, per
aprire un dialogo con la musica teatrale e da commento. Brecht rende eccessivamente
radicale il suo pensiero teatrale, in quanto egli tende a utilizzare gli schemi
del teatro epico con lo scopo di mettere in crisi le tradizioni, cambiando
alla base ogni schema precostituito. Invece Weill crede nel rinnovamento di
elementi già esistenti, per cui si instaura una tensione che porterà alla
crisi della loro collaborazione. Brecht persegue la concretezza, testimoniando
la volontà di sradicare il romanticismo del teatro. Lo spettatore diventa
il protagonista riuscendo a vivere il prima persona quello che si sta verificando
sul palcoscenico.
Anche un altro lavoro testimonia la sua continua evoluzione e “L’Opera da
tre soldi” si dimostra un capolavoro di eterogeneità che metta luce sulle
intenzioni del compositore riguardo alla teatralità musicale di inizio secolo.
Weill riesce ad accostare elementi tra di loro contrastanti, utilizzando un
montaggio che persegue un medesimo risultato visto da una differente prospettiva.
Da creatore Weill diventa spettatore, chiedendosi più volte che cosa si aspettava
il pubblico ormai informato e sollecitato sui cambiamenti che stavano avvenendo.
Il lavoro fu rappresentato il 31 agosto 1928 al Schiffbauderman Theater di
Berlino ottenne un buon successo rendendo ufficiale la famosa collaborazione
fra i due. Il brano prese lo spunto dalla settecentesca “Beggar’s Opera” inglese
di John Gay apparsa a Londra nel 1728. Esiste, da come si può notare, un antecedente
che rispecchia a distanza di due secoli il medesimo scopo di riscattare una
parte di potenziali ascoltatori volutamente dimenticati.
“The Beggar’s Opera” conosciuta anche come “L’Opera del mendicante” fu
scritta da Gay e da Johan Christopher Pepusch per la musica. Brecht modella
il testo adottandolo ad un tempo moderno. Un ideale collegamento con il passato,
filtrato attraverso le conquiste e le innovazioni avvenute nei secoli.
Anche Boris Porena accomuna più volte Weill a Britten, non dimenticando di
ricordare Brecht: “Dopo la ripresa del 1920 (del lavoro di Gay) è noto
infatti come la famosa Ballad opera sia caduta sotto l’unghia leonina di Brecht
e quella, meno leonina, ma pur sempre affilatissima di Weill”.
Anche il costante passaggio dallo stile jazzistico a quello colto viene pensato
da Weill e Brech come un elemento frantumatore di un discorso classico. Il
melodramma non ha più alcuna funzione storica o fantasiosa e la musica vive
una nuova realtà, meno favolistica. L’ironia e la satira dominano costantemente
commentando il presente e cioè la Berlino del primo novecento. Anche l’attore
cambia il suo ruolo classico e Brecht in una sua frase definisce la difficile
funzione dell’attore-cantante, riprendendo l’ormai famoso “Sprechgesang”:
“L’attore non ricopre il ruolo voluto dalla tradizione, ma deve cantare, ballare.
Quindi deve saper creare uno spettacolo ‘totale’ distruggendo gli schemi e
le programmazioni imposte da una cultura élitaria. L’attore deve comunicare
il messaggio, in questo caso di Brecht al pubblico che non raccoglie passivamente
la trama, ma la vive da protagonista. Sempre Brecht sottolinea in modo polemico
che: “..Le opere comuni non sono fatte per il pubblico, ma per le organizzazioni
teatrali”.
Per comprendere più profondamente il messaggio di Brecht, possiamo citare
particolarmente due brani che evidenziano la differente ambientazione psicologica
che Weill viveva all’interno della medesima composizione. Nel primo caso si
tratta di “Salomon Song” interpretata da Jenny. Una pagina dolce,
morbida che rievoca periodi passati, temi tranquilli che si perdono nella
fanciullezza e nel gioco più ingenuo.
Tutto ciò era voluto e ricercato anche da Brecht che il più delle volte esigeva
da Weill queste letture musicali. Indubbiamente il rapporto fra i due personaggi
fu importante per commentare e cristallizzare un momento storico, sociale
del nostro secolo. L’unico neo, se così lo vogliamo chiamare, consiste nelle
numerose interferenze di Brecht nei confronti del lavoro di Weill, creando
tensioni che più volte furono stemperate da Weill stesso. Rimane, comunque,
il fatto che il binomio si è dimostrato nel tempo vincente per una propensione
alla polemica costruttiva, trascurando, volutamente, le strade del riformismo
“tout-court” e della moda.
