

Tra i dieci nuovi
inquilini che, il I° maggio prossimo, entreranno nella comune casa europea,
la Polonia sarà nello stesso tempo il più importante, il più ingombrante e
forse anche il più scomodo. Con
una superficie di poco superiore a quella dell’Italia e 39 milioni di abitanti,
essa si affianca alla Spagna come Paese di seconda schiera che pretende di
fare parte del gruppo di testa: infatti, prima ancora di diventare ufficialmente
parte dell’Unione, Varsavia ha stretto un patto di ferro con Madrid per respingere
una riduzione del suo peso nel Consiglio Europeo, prevista dalla bozza di
Costituzione preparata da Giscard d’Estaing. “Nessuno si aspettava” è l’osservazione
che si sente più spesso a Bruxelles” che la Polonia si presentasse al tavolo
dei negoziati con tanta arroganza”.
Ma gli eurocrati faranno bene ad abituarsi, perché quanto hanno sentito finora
è soltanto l’antipasto: il maggiore dei Paesi dell’ex patto di Varsavia è
infatti deciso a fare sentire le sue ragioni tous azimut, nella consapevolezza
di potere diventare, per la sua posizione geografica e per la sua storia,
un membro chiave del club. I polacchi sono, nell’insieme, soddisfatti di ricongiungersi
alla grande famiglia europea, da cui sono stati separati per mezzo secolo
e di cui sono fieri di far parte (nel referendum sull’adesione, il 77,45%
ha votato sì), ma non sono disposti né a farsi mettere i piedi in testa da
Bruxelles né a trasferimenti di sovranità che possano, in qualche modo, minare
la loro preziosa indipendenza. Dopo essere stata spartita dal 1772 al 1919
tra Germania, Austria e Russia e dal 1939 al 1945 tra Unione Sovietica e Terzo
Reich ed essere poi stata soggiogata per altri 45 anni da Mosca, da quattordici
anni la Polonia si sta godendo – pur tra mille difficoltà – il primo periodo
di libertà e di democrazia della sua storia moderna: e – un po’ come il nostro
Umberto Bossi – dice fieramente no a un “superstato centralista” che pretenda
di esercitare un peso eccessivo nelle sue faccende interne. Il rapporto di
Varsavia con l’Unione Europea è stato fin dall’inizio pieno di contraddizioni
e di ambiguità.
Da un lato, dopo la caduta del muro la Polonia è stata all’avanguardia nel
chiedere l’adesione, attuando fin dai primi anni Novanta una riforma economica
radicale che le ha consentito di passare più velocemente di altri Paesi ex
comunisti dall’economia di comando all’economia di mercato.
Dall’altro, ha messo subito le mani avanti nell’affrontare i dossier più delicati,
puntando i piedi quando c’era da puntare i piedi e non esitando a porre a
Bruxelles pesanti aut-aut che altri non avrebbero potuto permettersi. I polacchi
si aspettavano probabilmente che l’Unione sarebbe stata disposta a pagare
un certo prezzo, per compensarla del fatto di essere stata il primo Paese
dell’Est a ribellarsi contro il potere sovietico, di avere avuto un ruolo
determinante nella caduta del Muro e di avere dato senza storie il suo assenso
alla riunificazione tedesca. Quando hanno constatato che questo credito esisteva
solo nella loro immaginazione, hanno provato molta delusione e attraversato
una fase di dubbio sulla opportunità di entrare nel club.
Dopo tutto, con l’ingresso nella NATO (fortemente voluto dagli americani)
essi avevano risolto i loro problemi di sicurezza nei confronti della Russia
e sul piano economico l’adesione non si prospettava come un grande affare.
L’obbligo di adeguarsi in tempi stretti alla legislazione comunitaria, la
necessità di ridimensionare o addirittura di chiudere una serie di industrie
obsolete, la prospettiva di diventare i guardiani del confine orientale dell’Unione
a scapito dei lucrosi traffici transfrontalieri con Ucraina e Bielorussia,
venivano considerati altrettanti macigni sulla strada dello sviluppo. Il dossier
più delicato delle trattative è stata l’agricoltura, che per la Polonia riveste
ancora una importanza fondamentale.
Essa era passata quasi indenne attraverso quasi mezzo secolo di comunismo,
perché i vari Gomulka e Gierek non avevano mai avuto il coraggio di procedere
a una nazionalizzazione della terra di tipo sovietico e Mosca ha preferito
chiudere entrambi gli occhi su questa anomalia piuttosto di rischiare, agli
inquieti confini occidentali del suo impero, un bis della tragedia dei kulaki.
Per questo, al momento del cambio di regime, la Polonia si è ritrovata con
un territorio frazionato in tante proprietà private della dimensione media
di otto ettari, che danno tuttora lavoro a un quinto della popolazione attiva
(contro meno del 4% nell’Unione Europea) e i cui metodi di coltivazione sono
indietro di una generazione. Anche a voler essere ottimisti, solo un quarto
di queste fattorie ha una produttività accettabile, che le metta in condizione
di competere con le aziende agricole dell’Europa occidentale. Ma, proprio
per il loro numero, gli agricoltori polacchi, riuniti nel Partito dei contadini,
hanno da sempre un grande peso politico, e fin dall’inizio si sono adoperati
per condizionare le trattative e strappare a Bruxelles le migliori condizioni
possibili. Le posizioni di partenza erano lontanissime. Varsavia pretendeva
che ai suoi agricoltori venissero riconosciuti i medesimi, generosi sussidi
attualmente previsti dalla Politica Agricola Comune e che assorbono il 40
per cento del bilancio dell’Unione. Bruxelles ha risposto picche, perché un
simile trattamento per la Polonia (e, di riflesso, per l’Ungheria e gli altri
nuovi membri a forte vocazione agricola) avrebbe fatto saltare tutti i suoi
conti. Dopo un interminabile braccio di ferro, il governo polacco si è accontentato
di incassare, in una prima fase, solo il 25% di quanto spetta agli agricoltori
dei Quindici, e di salire progressivamente al cento per cento solo dopo un
lungo periodo di transizione. Gli agricoltori, naturalmente, si sono ribellati,
e hanno formato l’ossatura del partito del no all’Europa. Neppure il referendum
ha messo a tacere le loro proteste: essi temono, letteralmente, per la loro
sopravvivenza, in un Paese che ha una disoccupazione al 18 per cento e in
cui non ci sono perciò molte possibilità di inventarsi nuovi mestieri.
Ma le inquietudini polacche nei confronti dell’Europa non si fermano all’agricoltura.
La potente Chiesa cattolica, che ebbe una parte decisiva nella resistenza
antisovietica, non è affatto entusiasta di entrare in una Unione dove l’aborto
è diventato la regola, dove il Parlamento vota a favore del matrimonio tra
gay e dove un fronte amplissimo si rifiuta di inserire nella nuova Costituzione
europea il riconoscimento delle radici giudaico-cristiane. Gli abitanti delle
province occidentali strappate alla Germania nel 1945 e ripopolate con gli
abitanti delle regioni orientali cedute all’Unione Sovietica hanno, dal canto
loro, l’incubo di un ritorno dei tedeschi. Il progetto lanciato nelle scorse
settimane a Berlino di costituire una Fondazione per ricordare e studiare
l’esito forzato di dodici milioni di tedeschi dalla Slesia, dalla Pomerania
e dalla Prussia Orientale (nonché dai Sudati, oggi annessi alla Repubblica
Ceca) ha provocato la violenta reazione di Varsavia. Molti polacchi temono
infatti che essa sia il preludio di una massiccia campagna di acquisti di
case e terreni da parte degli esuli e dei loro discendenti, magari in preparazione
di future rivendicazioni territoriali. Con prezzi intorno al 25% di quelli
in vigore a occidente dell’Oder-Neisse, le proprietà immobiliari polacche
rappresenterebbero un affare anche se non ci fosse di mezzo da parte dei profughi
del ’45 la voglia di ritrovare le proprie radici. Per ora, Varsavia ha ottenuto
una moratoria, ma viste le enormi differenze nel PIL dei due Paesi, non certo
colmabili in cinque anni, il problema si ripresenterà puntualmente alla sua
scadenza. Una delle maggiori attrattive dell’adesione, per i polacchi, era
l’apertura delle frontiere, e perciò la possibilità di andare a lavorare –
legalmente e liberamente – nei Paesi più ricchi dell’Unione. Con un reddito
pro capite di soli 3.900 Euro e salari medi pari a meno di un quinto di quelli
austriaci e tedeschi, per i polacchi anche una Germania in crisi è un paese
di Bengodi.
Le stime su quanti
di loro abbiano intenzione di migrare verso Ovest (magari solo temporaneamente,
in attesa di un miglioramento delle condizioni interne), variano peraltro
moltissimo. Secondo uno studio dell’Unione, il flusso sarebbe di 335.000 persone
l’anno nella fase immediatamente successiva all’apertura delle frontiere,
per scendere a 150.000 una volta esaurita la spinta iniziale.
Ma stando a un sondaggio dell’Istituto MORI, i polacchi pronti a fare le valigie
sarebbero addirittura il 40 per cento del totale.
Di fronte a queste cifre, Berlino e Vienna hanno alzato a loro volta le barricate,
imponendo una formula che, per sette anni, darà loro la possibilità di contingentare
il numero dei lavoratori polacchi che dovranno accettare.
Altri Paesi dell’Unione bisognosi di manodopera, ma geograficamente molto
più lontani, si sono per contro detti pronti ad aprire le frontiere da subito.
Nonostante la forte pressione popolare, su questa questione Varsavia non ha
usato toni forti, perché teme che la libertà di emigrazione abbia come conseguenza
una dannosa fuga dei cervelli.
“Sarebbe una tragedia” ha chiosato l’ex premier Mazowiecki” se per effetto
dell’adesione all’Europa la Polonia si trasformasse in un Paese di vecchi
contadini”. Un altro timore molto diffuso (e purtroppo non privo di fondamento)
è che, una volta cadute tutte le barriere doganali, i prodotti occidentali
invadano il Paese e diano il colpo di grazia a una parte dell’industria nazionale,
con conseguente aumento della disoccupazione. Già oggi, il Paese soffre di
un fortissimo squilibrio della bilancia commerciale, che indebolisce lo zloty
e rende problematico una rapida adozione dell’Euro, e ha perso al 75% il controllo
del suo sistema bancario. Sottoposti, nei primi anni Novanta, a una cura da
cavallo liberista, che accelerò la ripresa ma fece anche molte “vittime”,
soprattutto tra i pensionati e i dipendenti pubblici, i polacchi sono tuttora
incerti sul sistema che vogliono instaurare. In un referendum del 2001, il
47% si pronunciò a favore del socialismo (naturalmente nella sua versione
occidentale) e il 41% a favore del capitalismo. Coerentemente, nelle ultime
elezioni hanno scelto un governo di centro-sinistra, che peraltro si è dimostrato
più eurofilo e aperto agli investimenti stranieri del centro-destra. Esattamente
come in Italia negli anni Ottanta e Novanta molti polacchi, soprattutto nelle
classi medio-alte, guardano all’Europa come a una specie di taumaturgo dei
mali nazionali. Essi si rendono conto che la fase di adattamento sarà durissima
e che, nonostante tutti gli sforzi e i fondi strutturali che arriveranno da
Bruxelles, in un primo tempo il tenore di vita potrebbe addirittura regredire
e la Polonia essere relegata a un ruolo di serie B. Ma, sul medio e lungo
termine, considerano l’adesione essenziale per garantire il futuro del Paese
in un continente che non soffre più delle vecchie conflittualità, ma dove
le rivalità tra i protagonisti della sua storia rimangono intatte. E’ in questa
chiave – che potremmo chiamare postnazionalista”- che bisogna guardare ai
rapporti della Polonia con gli Stati Uniti e al suo ruolo nella crisi irachena.
Fin dalla sua adesione alla NATO, il governo di Varsavia ha scelto la parte
di testa di ponte privilegiata di Washington nell’Europa orientale, puntando
ad attrarre il maggior numero di investimenti americani e, se possibile, anche
di basi militari americane.
La manifestazione più evidente di questo orientamento si è avuta quando, dovendo
rinnovare la propria aviazione, ha optato per un accordo con la Lockheed anziché
con il consorzio di produzione europeo.
E quando Francia e Germania sono scese in campo contro la guerra a Saddam
Hussein, la Polonia non ha esitato un momento a schierarsi dalla parte dell’America,
promuovendo una lettera-manifesto firmata anche dagli altri governi dell’Europa
orientale che ha scatenato la rabbiosa reazione di Chirac.
L’amministrazione Bush ha generosamente premiato questo atteggiamento, affidando
alla Polonia il comando di una delle tre zone in cui è stato suddiviso l’Iraq
occupato. Blair, a sua volta, non ha nascosto il proprio apprezzamento e l’Italia
si è rallegrata di avere un così importante compagno di strada nell’appoggio
militare a Washington. In compenso, sono aumentate le riserve della cosiddetta
“vecchia Europa”, e in particolare da parte dei tedeschi, che non hanno mai
avuto un rapporto facile con i loro vicini dell’Est. Da sempre, nella lingua
tedesca Polnische Wirtschaft, economia polacca, è sinonimo di disordine e
cattiva amministrazione. C’è, in questa espressione, una atavica diffidenza,
per non dire un po’ di disprezzo, per un Paese slavo che non è mai riuscito
a realizzare le sue ambizioni.
Questo giudizio negativo è stato confortato da un rapporto della Commissione
Europea del 2 ottobre 2002, che strigliava duramente i polacchi per la cattiva
qualità della loro pubblica amministrazione, per il suo farraginoso apparato
giudiziario, per la diffusa corruzione, per una crescita economica troppo
debole e per le colpevoli lentezze nella ristrutturazione dell’agricoltura
e dell’industria siderurgica: un vera e propria messa in mora, che ha provocato
il comprensibile risentimento di Varsavia e per un momento ha addirittura
messo in dubbio la conclusione del negoziato di adesione nei termini previsti.
Alla fine, i polacchi hanno incassato le critiche e si sono impegnati ad adottare
i rimedi adeguati.
Ma si tratta di un altro segnale che, nonostante i profondi legami culturali,
il matrimonio Polonia-Europa non sarà tutto zibibbo e giulebbe: e, negli anni
venturi, non ci sarà più Giovanni Paolo II, il Papa più amato in Occidente,
a smussare gli angoli.

Il Paese
di Papa Woityla sta per entrare nell’Unione Europea
con molte aspettative
e molte rivendicazioni che derivano dalla sua tormentata storia.