

In Quel che resta del giorno il maggiordomo di Lord Darlington si identifica talmente con la famiglia in cui presta servizio da annullare qualsiasi possibilità di una vita autonoma al di fuori di essa.

In Godford Park
la governante di Sir William McCordie uccide il padrone di casa, dal quale
trent’anni prima fu messa incinta, per evitare che il figlio illegittimo,
finito in orfanotrofio e solo più tardi venuto a conoscenza di chi fosse suo
padre, si vendichi in quello stesso modo.
In Servo in scena il valletto di un vecchio attore shakespiriano,
ormai rimbambito fuori dala scena, veglia con sadico e masochistico affetto
sulle ultime performances del suo anziano signore…Poche istituzioni come quella
della servitù inglese sono state più rappresentative di un tipo umano e della
società che lo incarnava, e raramente l’aristocrazia e la upperclass britannica
hanno trovato più perfetta corrispondenza nel loro modo di comportarsi come
classe dirigente di quella che, in un complicato sistema gerarchico, caratterizzava
il loro rapporto con i “coloni” domestici.

La storia dell’impero inglese può essere anche letta sul versante privato
del “colonialismo” familiare, e le frustrazioni, gli antagonismi, le volontà
e le velleità di ribellione, ma allo stesso tempo gli esempi di fedeltà, di
dedizione, persino di sacrificio, che legarono i servitori ai loro datori
di lavoro rispecchiano perfettamente il complesso intreccio di odii e di amori
che portò alla fondazione di un impero prima, al suo dissolversi dopo, alla
creazione infine di un Commonwealth, un’unione fra Stati di pari dignità in
cui comunque rimaneva qualcosa, magari soltanto in termini psicologici, dell’antica
sudditanza.
Anni fa fece in Italia un certo divertito scalpore una polemica nata sul Manifesto
in cui Valentino Parlato cercava di salvare la capra del lavoro domestico
con il cavolo della lotta e della dignità di classe: a sinistra si poteva
avere la colf, era il messaggio, a patto che non le si facessero lavare le
mutande del suo principale…L’Italia degli anni Ottanta e del consumismo di
massa aveva scoperto “le filippine” e quella che fino al decennio precedente
era stata la domestica, o meglio, la serva, nelle case agiate, diveniva in
un sistema dove l’espandersi del lavoro femminile e il nuovo potere d’acquisto
della piccola borghesia, avevano definitivamente rotto i vecchi argini della
ripartizione in classi, una sorta di nuovo status symbol democratizzato dalla
sua proletarizzazione. Ce l’avevano tutti, non era più un segno distintivo.
Attardandosi sul confine della biancheria intima Parlato cercò di farne l’ultimo
avamposto di un marxismo sempre più in affanno. Una difesa patetica, più che
materialistica.
Ai giorni nostri i richiami alla efficienza o allo status della servitù non
vanno al di là dei pettegolezzi giornalistici sul cuoco Michele del Presidente
del Consiglio, impegnato nell’impossibile quadratura del cerchio di non far
ingrassare il suo principale, cucinare senza aglio perché appesantisce l’alito
del suddetto e dei suoi ospiti, trovare un menu che vada bene al federalista
Bossi e al nazionalista Fini…
E’, sullo stesso versante, rimane indimenticabile la caricatura del giardiniere
gay di Sua Emittenza fatta a suo tempo da Antonio Albanese a Mai dire gol,
dove la finta competenza botanica del protagonista era il pretesto per una
surreale descrizione di tic, tabù, manie, fisime.
Stretta fra una nuova classe dirigente che è passata dal bilocale all’attico
mantenendo intatto l’identico cattivo gusto e una nuova opposizione che al
“profumo di soldi” ha continuato a mischiare il moralismo vezzo di far finta
di non sentirne l’odore, l’idea delle infinite alchimie esistenti nel rapporto
fra signori e servitori, dell’essere questo una sorta di cartina di tornasole
di un modello comportamentale più ampio, che attiene anche alla sfera del
politico, in Italia è naufragata ancor prima di essere ipotizzata e niente
lo testimonia meglio della battuta di una mia amica alle prese con i problemi
derivanti dalla conduzione di una famiglia:
“Le colf sono inaffidabili. Come gli uomini”.
Il cerchio si chiude, non senza gettare un’ombra sinistra su cosa sia divenuto
il genere maschile che la donna italiana, una figura dal sesso ambiguo, di
cui si farebbe volentieri a meno, pasticciona, imbrogliona e sulla quale è
meglio non contare…
Da ragazzo la lettura dei libri di Woodhouse era una delle poche oasi
di salvezza certa in cui potersi rifugiare.
Nel rapporto che legava Berto Wooster al suo maggiordomo Jeeves si
racchiudeva un mondo fuori dal tempo dove la piega perfetta dei pantaloni,
il club, i passatempi innocenti e le paure legate a zie dispotiche e a cugini
brontoloni che volevano a tutti i costi trovarti una moglie e un lavoro scandivano
l’orizzonte immobile di fronte al frastuono della modernità. Berto era il
prototipo del cretino felice, non così totalmente cretino dal non rendersi
conto della propria felicità, non così ciercamente felice da non accorgersi
della propria cretinaggine, e Jeeves il prototipo del deus ex machina che
tutto e che provvede, servizievole ma non umile, distaccato ma non freddo,
consapevole della propria superiorità e tuttavia conscio del proprio ruolo
e dei limiti ad esso connessi.
“Il servire un signore sposato non rientra nei miei princìpi” “Perché no?”.
“E’ una mia idea, signore”. “Vorresti dire che è parte della tua psicologia,
vero?”.”Precisamente, signore”. “E tu desideri veramente tornare con me?”.
“Reputerei un privilegio che lei volesse permettermi ciò, signore! A meno
che lei non abbia già deciso altrimenti…”.Non è facile trovare la parola adeguata
in questi supremi momenti, se rendo l’idea. Ciò che vorrei dire è che in un
momento come quello – supremo potreste quasi chiamarlo – con l’orizzonte che
si rischiara, le nubi lontane e il sole amico che brilla…ebbene! Andiamo,
via!…mi capite! “Grazie, Jeeves!” – dissi. “Prego, signore”.
Ho detto maggiordomo a proposito di Jeeves, e già nella scelta del termine
si capisce l’inadeguatezza italiana a rendere conto della gamma infinita che
quella inglese aveva coniato per codificare un modo di essere e di comportarsi.
C’era il butler, c’era il footman, il manservant, il foot boy, lo yard boy,
la lady’s maid, la house keeper, la female cook, la landry maid, la scullery
maid…
A Kempsford Manor, nel
Gloucestershire, due ore di macchina da Londra, c’è la sede della Guild
of Professional English Butlers, una scuola che avvia alla Professione
di camerieri presso famiglie. Non è l’unica in un Paese dove la retribuzione
di un maggiordomo oscilla dai 35mila ai 100mila euro l’anno, garantisce una
buona pensione e non conosce le lusinghe e le trappole della giovinezza: invecchiando
il maggiordomo si fa più appetibile, acquista esperienza, non teme la concorrenza
di chi ha meno anni di lui.
E’ un mestiere in cui non conta la fretta, vale la forma e si impone la sostanza.
Come nazione all’Inghilterra è riuscito quello che invece l’Italia ha fallito,
entrare nella modernità portandosi dietro una serie di tradizioni, una capacità
di conservare la memoria di ciò che era stata e metterla al servizio di ciò
che sarebbe diventata.
Si può anche dire che forse in Italia non c’era niente da conservare e questo
spiega perché i conservatori nostrani siano inutili più che ridicoli, ma è
un discorso che ci porterebbe lontano.
Quello che voglio dire è che la bulimia onnivora che caratterizza il sistema
italiano, la volgarità spacciata come un essere al passo con i tempi, trova
invece nel Regno Unito una serie di barriere comportamentali che sono date
dall’accettazione, sentita come un’identità e non come una costrizione, di
una serie di regole, di modi di fare, di modi di dire,di atteggiamenti, che
affondano nel tempo, fanno parte di un costume e di un carattere.
Diceva Malraux che solo due nazioni erano riuscite a creare, nel corso dei
secoli, un tipo umano che le caratterizzasse: L’Inghilterra e la Spagna, il
gentleman e il caballero.
Gli Stati sono anche fattti di ricordi, il corteo fatato che ne accompagna
il formarsi e il crescere, l’intreccio complesso che sta loro dietro, la capacità
di convivere con il proprio passato senza dimenticarlo o, peggio, negarlo.
L’Inghilterra di Blair ha senz’altro poco da spartire con quella prebellica
degli anni Trenta del secolo scorso, dove la gentry, l’aristocrazia terriera,
era ancora se non la ragione il cuore sociale di un sistema che vedeva se
stesso come il più idoneo a guidare le sorti del mondo, senza che né i suoi
membri né il mondo glielo avessero chiesto.
L’impero nacque per accumulazione e, come dire, per sbaglio. Londra si accorse
di esserne il centro la prima volta che su una mappa geografica colorò di
rosa i possedimenti che in un pugno di secoli aveva via via messo insieme…Eppure,
se poco o niente di essa rimane dal punto di vista razionale, tantissimo invece
resta sotto il profilo emotivo, educazionale, un’abitudine a muoversi come
se, una vocazione alla grande politica di un mondo dove, eccezion fatta per
gli Stati Uniti, la grande politica sembra essere scomparsa. Che poi essa
si riduca a uno scimmiottamento di ciò che avviene Oltreoceano è vero, ma
non è questo il punto: il punto è nel credere che le scimmie stiano alla Casa
Bianca e non a Downing Street.
Gli Stati sono fatti anche di illusioni.
La mostra Below Stairs. 400 Years
of Servant’s Portrtait ,
alla National Portrait Gallery di Londra fino all’11 gennaio è un po’
il riassunto di quanto siamo andati finora dicendo, pescando qua e là, divagando
fra casa nostra e oltre Manica.
Raccoglie 100 ritratti dal XVII al XX secolo, da servitori famigliari a servitori
istituzionali, la Royal Academy, il British Museum, l’Automobile Club, il
Traveller’s Club, il Garrick Club…
Raccoglie l’immagine di un mondo raccontato nei romanzi di Jane Auasten, in
quelli di Dickens e poi di Lawrence, negli scritti satirici di Swift e di
De Foe, nei film citati all’inizio, nei quadri di Hogarth, di Stubbs, di Gainsborough
e di Morland.
E’ una cavalcata lunga quattrocento anni che spiega il modificarsi di usi
e costumi meglio di un trattato sociologico. Il passaggio da una società feudale
in cui il nobile era il servitore del suo signore a una aristocratica dove
la gerarchia dei ruoli si fa etichetta a una democratica dove il servizio
è ormai un lavoro temporaneo, egualitario…
Ma pur nella infinita diversità, ciò che resta è il sentimento indistinto
di aver creato uno stile e un modello di comportamento, con tutte le sue idiosicrasie,
le sue sopraffazioni, i suoi cinismi, certo, eppure, e ciononostante, affascinante,
ricco di insegnamenti, metafora dei rapporti umani e di quelli politici.
Nello specchio di chi serve si riflette l’animo di chi governa, e viceversa.
Comandare, come servire, è un’arte.
Non si improvvisa.


Londra
"Below Stairs.
400 Years of Servant’s Portrtait ",
alla
National Portrait Gallery di Londra fino all’11 gennaio




