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Ma soprattutto quando si è figli di un Dio minore e si finisce agli onori delle cronache paradossalmente piu’ per un clamoroso K.O. che per un trionfo scontato.
E’ li che inizia il racconto di una delle rappresentative nazionali azzurre piu’ medagliate della storia.

Che pero’, oltre al dazio femminile, deve pagare il pegno di una disciplina della quale ci si ricorda solo a risultato centrato. Strano e penalizzante il destino dell’Italia della pallanuoto donne. Un gruppo che tra il 1991 e il 2003 è riuscito a portare in patria la bellezza di 2 titoli mondiali e 4 europei.
L’ultimo, a Lubiana a giugno, passato sulle pagine dei quotidiani sportivi nostrani come scontato. Certo meno vivisezionato rispetto al KO in finale del 2001 contro le ungheresi. Allora c’era da scovare e capire se stava per chiudersi un ciclo. Dossier e parole sprecate a profusione . Che cozzano fastidiosamente con la sola paginetta celebrativa all’indomani del successo nella piscina croata. Qualche profiletto scarno delle 17 ragazze che hanno confermato una tradizione vincente. Poi nulla piu’.
Perchè ora tutto è già proiettato verso l’unico traguardo mancante. Ovvero le Olimpiadi.
Un obiettivo che a suo tempo ha già “bruciato” a più riprese un altro team nazionale storico; quell’Italia della pallavolo capace di vincere titoli a raffica ma con la maledizione dell’oro mancato a Barcellona, Atlanta e Sydney. Penalizzante ma anche penalizzata la storia del “Setterosa”. Soprattutto se paragonata alle colleghe proprio del volley. Piccinini e socie, dopo un successo mondiale decisamente insperato, hanno saputo sfruttare una scia pubblicitaria e una popolarità legata in parte anche al fattore estetico. Bionde, atletiche, slanciate e sul tetto del globo. Tanto basta per far breccia decisa nell’immaginario collettivo dei nostri connazionali, desiderosi quanto orgogliosi di vedersi rappresentati nel mondo da una compagine perfetta anche sul piano della bellezza. Purtroppo per Conti, Miceli, Allucci, Malato, Di Mario, Greco e Zanchi (questo il novero delle titolari) lo sforzo agonistico si consuma di nascosto. Sott’acqua, a mulinare braccia e gambe, a consumare ossigeno a palate. Dalla vasca le ragazze emergono con colpi di reni per concludere, stoppare o parare. Ma solo con la parte superiore del tronco. Spesso esclusivamente con movimenti della testa per giunta coperta dalla canottina monocromatica. Vuoi mettere dal punto della resa televisiva una schiacciata vincente di un cigno del volley con chioma fluente con un gol di rapina di una pallanuotista semisommersa!
Come si fa ad innamorarsi piu’ di una atleta della quale non si intravedono minime fattezze rispetto ad un altra che spesso sfoggia per civetteria celata dall’utilità, splendide leve praticamente nude? Discorso maschilista? Puo’ darsi.
Ma schietto e onestamente riconducibile al trattamento mediatico ottenuto dal gruppo di coach Pierluigi Formiconi. Meglio conosciuto nell’ambiente come “l’Imperatore” per il suo periodo di straordinaria fertilità in fatto di numeri vittoriosi. In sostanza l’uomo che in poco meno di vent’anni e con una breve parentesi non alla guida della nazionale, ha saputo dare sostanza ad un movimento quasi dilettantistico. Che nel ritagliarsi faticosamente spazio ha imparato sulla propria pelle cosa significhi “fare notizia”.
Come nel 1987 dopo il successo in un’esagonale a Messina su una Francia che ci aveva sempre guardato con superiority complex.


“Brave le ragazze azzurre. Ma soprattutto fortunate rispetto alle disagiate quanto pittoresche neozelandesi”. Questa in sintesi il riassunto cronistico di quel primo storico traguardo. Perchè chi doveva raccontare, preferì allora concentrarsi sulle danze maori a bordovasca delle esponenti australi e del loro viaggio disagiato in pulmann dalla lontana Olanda. Non sono cambiate purtroppo certe regole del giornalismo di casa nostra. E purtroppo nemmeno l’interesse verso quello che non è un pallone che rotola in una rete. Con un campo verde sotto pero’. Ogni giorno c’è sempre piu’ spazio per fantomatici acquisti miliardari del baraccone calcio e sempre meno per valide prestazioni sportive degli sport cosidetti minori. Fa rabbia scoprire che i nostri colleghi francesi sull’unico quotidiano specializzato (l’Equipe) celebrino in prima pagina con sciovinismo tipico il minimo vagito vincente di un loro connazionale. Che sia un ciclista o un lottatore di Sumo.
Alle ragazze, quelle della pallanuoto, così come le altre, non rimane quindi che prepararsi per la sfida piu’ difficile. Atene e le Olimpiadi da conquistare.
Ma soprattutto uno spazio costante negli onori delle cronache agonistiche del nostro Belpaese. Perchè finora una vittoria che qualcuno giudica scontata ha riscontri addirittura da carboneria. E obiettivamente è ora di finirla di incensare il soldo e il bello. Perchè chi ama e pratica lo sport deve saper rispettare e apprezzare il valore dei sacrifici nascosti.
Non solo autoeleggersi a 50milionesimo erede di Giovanni Trapattoni sulla panchina della Nazionale.

Quando una vittoria non fa piu’ quasi notizia. Quando la cultura sportiva monocalcistica di un paese si fa sentire praticamente su tutto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


.Paolo Ghisoni