

Nei
secoli scorsi la musica ricopriva un unico ruolo: quello di divertire il pubblico
offrendogli un prodotto basato sulla musica classica oppure sul melodramma
o sulla canzone, spostandoci nei primi anni del Novecento.
Con l’ampliamento del mercato musicale e con l’avvento del consumismo basato
su strategie nuove e quasi convulse per vendere meglio un qualsiasi prodotto,
tutto si è modificato in negativo. Nel nostro tempo non esistono più barriere
al cattivo gusto. Tutto viene usato, inglobato, digerito e riutilizzato in
funzione del mercato e di tutto ciò che può avere un riscontro di immagine
o un ritorno finanziario. Se consideriamo il mondo della pubblicità, notiamo,
con disappunto, che anche la musica classica è stata saccheggiata senza pietà,
svilendo un messaggio che nel tempo era rimasto puro, incontaminato, giungendo
a noi nella sua forma originale. Ebbene ora ciò non è più possibile, dato
che i “creativi”, i pubblicitari, sono andati a “scovare” una miniera ancora
intatta. Scoperto questo filone d’oro, tutti si sono gettati incondizionatamente
su Bach, Beethoven, Verdi, Puccini con l’intenzione di “usare” i brani più
famosi per reclamizzare prodotti nobili e meno nobili. È stato così possibile
ascoltare le migliori arie verdiane accompagnare, come una colonna sonora,
l’offerta di un famoso prosciutto o formaggio oppure ascoltare un frammento
di una sinfonia beethoveniana per pubblicizzare una caramella e ancora un
passaggio de “Peer Gynt” di Grieg per commentare i miracoli estemporanei di
un olio adatto a far sparire la pancia. Ora il problema può essere diviso
in due parti: a) i brani utilizzati senza alcuna manipolazione. b) le composizioni
manipolate elettronicamente. Nel primo caso, il pericolo di distorcere la
realtà consiste nell’abbinare la composizione al prodotto promosso. Il risultato
è sicuramente diseducativo, poiché il fruitore non avrà la possibilità di
conoscere il titolo esatto del brano. La “giustificazione” educativa, che
molti utilizzano come un loro merito, si risolve in una buffonata, scoprendo,
per l’ennesima volta, un’attenzione parossistica di un mercato che, a corto
di idee, si rivolge ad un tipo di musica poco frequentata dalla maggioranza
della popolazione. Allora sorge spontanea una domanda: “Perché i pubblicitari
usano la musica classica che non piace alla massa?”. La risposta è semplice.
Non dimentichiamo che “in primis” le musiche scelte sono famose da sempre
ed anche per sbaglio tutti le hanno ascoltate. A queste riflessioni si può
aggiungere la ricerca di musiche di atmosfera, che riescono a creare un tutt’uno
con l’immagine. Sarebbe auspicabile che in futuro i “creativi” informassero
i loro consumatori mettendo in modo dettagliato il titolo del brano adoprato,
creando così una corretta informazione che, anche se molto lontana da un’idea
educativa, potrebbe offrire la possibilità a chi ascolta e vede di conoscere
il brano eseguito. Diventerebbe così uno “spot” intelligente e, forse, più
accettabile. Il secondo punto si evidenzia come il più tragico in assoluto!
I saccheggiatori non si fermano ad una mera utilizzazione, ma modificano il
sofferto “parto” dei compositori classici e operistici, con interventi elettronici,
tentando di “modernizzare” il prodotto, rendendolo “alla moda”, e cioè ricco
di quei diabolici e assordanti ritmi della “disco-music” o del “rock” più
agguerrito. In questo caso il “saccheggio” non ha alcuna giustificazione.
Ci troviamo di fronte ad un furto legalizzato, dove il messaggio culturale
viene calpestato violentemente. Vince alla grande il consumismo sfrenato e
il mondo classico ne esce quasi annientato. Tutto ciò dimostra il crollo degli
steccati culturali generando un positivo rapporto di collaborazione con tutti
gli altri mondi, ma si tratta soltanto di un’apparente volontà di collaborazione
da parte degli addetti ai lavori. L’unico risultato importante rimane, ahimè,
il mercato pubblicitario; per l’ennesima volta, il settore musicale classico
non trova alcun giovamento. Il pubblico non recepisce il messaggio musicale
nella sua integrità, ma ascolta un prodotto distorto nel quale rimane lo scheletro
del brano, eliminandone le parti più importanti. L’unico settore accettabile
rimane il cinema, dove la musica classica trova ospitalità, il più delle volte,
nella sua veste originaria, generando un ottimo risultato artistico. Concludendo,
viene spontaneo consigliare alle varie agenzie di pubblicità di utilizzare
la musica classica con oculatezza, ampliando il repertorio e portando a conoscenza
dell’ascoltatore altre pagine di uguale bellezza ma meno famose. Il mezzo
pubblicitario e televisivo è il più efficace per divulgare il prodotto da
vendere. Vediamo di confezionarlo con una musica di qualità, facendo un buon
servigio anche alla cultura, che ne ha un gran bisogno, in un secolo così
difficile e denso di brutture.



