

Un nuovo rapporto di stretta collaborazione è nato tra
Mosca e l’Occidente: prima che il Paese possa essere pienamente integrato
sul piano economico e politico dovrà tuttavia passare molta acqua sotto i
ponti.
Con la definitiva ammissione al G-8 deliberata a giugno in Canada, la Russia
è entrata a pieno titolo nel ristretto club delle potenze che gestiscono di
conserva l’ordine mondiale: uno sviluppo, se vogliamo, scontato fin dal 1994,
quando fu invitata per la prima volta al vertice di Caserta come ospite, ma
egualmente significativo della considerazione di cui Vladimir Putin gode ormai
tra gli altri leader e della importanza che viene di nuovo attribuita alla
Russia nella politica internazionale. Ma quale è il vero volto di questo grande
Paese a dieci anni dal suo passaggio dal comunismo al capitalismo, quanto
è affidabile sul piano dell’economia e che minaccia rappresenta il suo tuttora
imponente arsenale nucleare? Sotto molti rispetti, esso si trova ancora in
una fase di transizione ed è perciò difficile dire con certezza quale sarà
il punto di approdo.

Chi si limita a visitare Mosca o San Pietroburgo, due città ormai “occidentalizzate”
dove circolano moltissimi soldi, può anche illudersi che la Russia abbia ormai
assimilato l’economia di mercato e sia pronta per aspirare a un’adesione alla
UE. Il tasso di sviluppo del 5% registrato negli ultimi tre anni, mentre il
resto del mondo ristagnava, è senza dubbio incoraggiante, e il fatto che da
quando Putin è al potere il Paese abbia onorato puntualmente il debito di
143 miliardi di dollari che lo affligge lascia bene a sperare per il futuro.
Ma basta fare duecento chilometri in qualsiasi direzione per capire che le
cose non stanno così: anche nella parte europea del Paese ci sono ancora villaggi
fermi all’Ottocento, la vita media dei cittadini è tuttora inferiore a quella
che era ai tempi dell’URSS, e un quarto della popolazione, soprattutto anziana,
vive al di sotto della soglia di povertà. Non si sta più peggio che ai tempi
del potere sovietico, come era evidente a metà degli anni Novanta, dopo il
collasso del sistema; ma per certi aspetti, soprattutto quello sanitario,
quel minimo di assistenza fornito dal regime comunista non è più garantita
e la parte più debole della popolazione ne soffre.
Anche se lo stato centralista di staliniana memoria è stato – in teoria –
smantellato, una burocrazia stolida, ipertrofica e corrotta domina ancora
il Paese, rendendo la vita difficile sia ai semplici cittadini sia agli imprenditori,
russi e stranieri, che vogliano avviare una qualsiasi attività. I ritardi
nell’emanazione delle leggi indispensabili per il funzionamento del mercato
rendono tuttora possibili ogni sorta di truffe e di abusi. Se un imprenditore
straniero ha la disgrazia di scontrarsi con uno dei clan che controllano la
vita economica delle provincie, può tuttora capitargli di ricevere la visita
di un plotone di ufficiali giudiziari che, con le motivazioni più strane,
lo informano che lo stabilimento non è più suo. Alla miserabile società egualitaria
imposta dal comunismo se ne è sostituita, nel bene e nel male, una formata
da una ristretta cerchia di super-ricchi e da moltitudini che ancora faticano
a cucire la colazione con la cena. In un certo senso, la Russia di oggi fa
venire in mente il Far West, dove forza e astuzia prevalevano in genere su
onestà e lavoro.
Bisogna peraltro riconoscere che da quando Putin si è insediato al Cremlino
il potere dei cosiddetti oligarchi, i disinvolti finanzieri che hanno fatto
la parte del leone nelle privatizzazioni, è stato molto ridimensionato e alla
legge della giungla si è sostituito un regime di semi-legalità in cui anche
le imprese straniere possono tentare di operare. Ma l’obiettivo dell’ingresso
nell’Organizzazione mondiale del Commercio, già centrato alcuni mesi fa dalla
Cina, rimane per la Russia un miraggio, perché troppe sono le carenze industriali,
legislative e organizzative che ancora la affliggono.
Basti pensare che questo Paese di 145 milioni di abitanti, che si stende per
dieci fusi orari dal Baltico allo stretto di Bering, è titolare di meno del
due per cento degli scambi mondiali e raccoglie meno investimenti stranieri
del Cile o della Repubblica ceca. Il grosso delle sue esportazioni è tuttora
costituito da petrolio, metano, nickel, alluminio ed altre materie prime,
come se si trattasse di una nazione sottosviluppata, mentre le uniche sue
industrie che riescono a competere per qualità e costi sui mercati internazionali
sono – oltre alle produttrici di vodka e di cannoni - quelle che beneficiano
del bonus di una energia a buon mercato: acciaio, chimica di base e poco altro.
Una apertura delle frontiere, quale è prevista dalla regole dell’OMC, sarebbe
oggi fatale per buona parte dei settori bancario, industriale e organizzativo,
e ucciderebbe nella culla quel po’ di agricoltura privata che è riuscita a
nascere dalle ceneri dei kolkhoz e dei sovkhoz.
Con qualche eccezione, settant’anni di comunismo sembrano avere ucciso sia
lo spirito imprenditoriale, sia la capacità di lavoro della sua gente, lasciando
in eredità ai nuovi governanti un Paese tutto da rifondare. L’industria petrolifera,
infatti, è riuscita a rilanciarsi soltanto reclutando manager stranieri, esperti
delle nuove tecniche di estrazione ignote ai funzionari del passato regime.
Rendeva perfettamente l’idea una vignetta dell’Economist, in cui Putin, al
volante di una vecchia Lada, cercava di trascinare su per una salita una sgangherata
roulotte con un orso dentro. Le scelte del giovane presidente sono state fin
qui ragionevoli ed oculate, ma pur essendo riuscito, di recente, ad assumere
il controllo della Duma – cacciando i comunisti dalla presidenza di alcune
importanti commissioni da cui praticavano l’ostruzionismo – non sempre riesce
a fare applicare le sue disposizioni da un apparato statale non molto cambiato
dai tempi di Gorbaciov.
La marcia verso l’economia di mercato, per esempio, viene spesso ostacolata
dalle autorità locali, specie nelle 21 repubbliche autonome della federazione,
e procede a velocità inversa alla distanza da Mosca. Il tentativo di introdurre
un regime di proprietà fondiaria di tipo occidentale, dopo tre generazioni
di gestione collettivistica, stenta a decollare, se non altro per la scarsa
familiarità della gente con le nuove regole. Il fisco, che ai tempi di Eltsin
non riusciva più a far pagare le imposte neppure alle industrie di Stato,
sta facendo progressi, ma si ritiene che i grandi gruppi che gestiscono oggi
l’economia russa riescano tuttora a nascondere una buona parte dei loro guadagni.
Mentre una volta i russi soffrivano per una eccessiva presenza dello Stato,
adesso ne lamentano l’assenza, in particolare di fronte all’assalto di una
criminalità organizzata che ha invaso tutti i settori della vita civile. Approfittando
del vuoto di potere che si era creato specie durante la seconda presidenza
Eltsin, la celebrata mafia russa, ormai ben conosciuta anche in Italia per
la sua vistosa presenza in certe località di villeggiatura, ha effettivamente
creato imperi difficili da smantellare. Grazie alla sua potenza finanziaria,
essa è spesso più forte dell’autorità e non esita a eliminare anche fisicamente
i funzionari che osano attaccarla. Le naturali tendenze autoritarie dello
Stato finiscono allora per scegliere altri obiettivi, come il mondo dei media,
che ai tempi di Eltsin era riuscito a svincolarsi dai vecchi controlli ed
era diventato molto aggressivo nei confronti del potere. La mano di Putin
in questo settore è stata molto pesante, soprattutto nei confronti dei giornali
e delle stazioni radiotelevisive controllate dagli oligarchi che avevano osteggiato
la sua ascesa alla presidenza. In alcuni casi, la mannaia ha colpito organizzazioni
effettivamente asservite a gruppi d’interesse, in altri si è invece abbattuta
su giornali e TV libere che esercitavano semplicemente il loro diritto di
critica. Quasi tutti i leader occidentali che hanno incontrato Putin nell’ultimo
anno hanno sollevato questo punto con lui, ma egli non ha voluto sentire ragioni.
Neppure la “scelta occidentale” di Putin, cioè la decisione di collaborare
senza riserve nella lotta al terrorismo, stabilire uno stretto collegamento
con la NATO e accordarsi con Bush per la riduzione degli arsenali nucleari,
ha incontrato il pieno gradimento di un’opinione pubblica abituata per decenni
a considerare l’America la nemica per eccellenza. Molti non hanno ancora digerito
la sconfitta nella guerra fredda e il conseguente declassamento della Russia
da superpotenza mondiale a Paese marginale. Molti rinfacciano all’Occidente
la crisi finanziaria del 1997-8, che ha distrutto quel che restava dei risparmi
delle famiglie, e l’imposizione di un sistema economico estraneo alla loro
formazione mentale.
Ostili al nuovo corso sono soprattutto i militari, che prima della caduta
del muro di Berlino godevano di uno status privilegiato e oggi hanno perduto
buona parte della loro influenza. Nessuno di loro si illude che possano mai
tornare i tempi gloriosi della sfida globale al mondo capitalista, quando
la Casa Bianca era costretta a trattare da pari a pari con il Cremlino, la
flotta sovietica era presente in tutti gli Oceani e l’Armata rossa installata
da padrona in tutta l’Europa orientale. Tuttavia, essi non sono nemmeno disposti
ad accettare il pauroso degrado di oggi, che investe lo status degli armamenti,
il livello delle comunicazioni e anche la qualità della vita di ufficiali
e soldati.
La sola idea che le Forze armate della santa madre Russia possano diventare
una specie di ruota di scorta della NATO nelle operazioni di peacemaking e
di peacekeeping li riempie di disgusto per i loro governanti. Un altro motivo
di malcontento è la crescente presenza militare americana nelle repubbliche
ex sovietiche dell’Asia centrale, ai confini settentrionali dell’Afghanistan,
considerate fino a ieri una specie di cortile di casa di Mosca.
Fino
adesso, per fortuna, i militari hanno opposto a Putin solo una resistenza
passiva, e si sono limitati a sfogare il loro malumore nella spietata (e per
la verità non molto efficace) campagna che conducono ormai da cinque anni
contro gli indipendentisti ceceni. Ma le loro possibilità di creare problemi
sono infinite, perché vanno dall’ostruzionismo nello smantellamento dei missili
nucleari, per cui il G8 ha appena stanziato 20 miliardi di dollari, alla vendita
sottobanco di “atomiche tascabili” ai terroristi di Bin Laden.
Per quanto la Russia non abbia una storia di putsch militari, prima o poi
Putin sarà costretto a venire incontro ad almeno una parte delle loro richieste
se vorrà coprirsi le spalle.
Sintomi di questo contrasto sono la sua riluttanza a rinunciare alle forniture
nucleari all’Iran, vivamente contestate dall’America, e anche una certa copertura
che il Cremlino dà tuttora al suo vecchio cliente Saddam Hussein, uno dei
maggiori acquirenti di materiale bellico russo. Ma Putin sa che ogni concessione
ai suoi militari rischia di essere interpretata come un gesto ostile da parte
di una Casa Bianca ormai abituata a non avere fastidi da Est.
A meno di qualche colpo di scena, la scelta occidentale sembra comunque irreversibile.
Essa è basata su un ragionamento molto semplice: se la Russia vuole avere
qualche speranza di portarsi, nel giro di una generazione o due, dal suo attuale
reddito pro-capite di 4.200 dollari a quello più che quintuplo dell’Europa
comunitaria, ha bisogno del knowhow occidentale, dei capitali occidentali,
della cooperazione occidentale.
Per ottenerli, deve comportarsi non da rivale, ma da affidabile partner. Per
risultare un affidabile partner deve rinunciare, sia pure salvando la faccia,
alle politiche più indigeste a Washington (e anche a Bruxelles), come un rapporto
di collaborazione con i Paesi del cosiddetto asse del male; deve anche continuare
a funzionare da calmiere del mercato dell’energia, come sta già facendo da
un anno a questa parte. Il premio dovrebbe essere una più rapida integrazione,
sia economica sia politica, con il resto del mondo, da cui l’URSS si era deliberatamente
tirata fuori. Per questo, Putin e i suoi collaboratori sono tanto riconoscenti
all’Italia, che si è fatta promotrice di una apertura senza riserve nei loro
confronti. Dove potranno nascere i contrasti, sarà sui tempi di consegna:
il nuovo Zar ha fretta, perché deve dimostrare prima delle elezioni presidenziali
del 2004 che il suo investimento frutta buoni dividendi e che le molte rinunce
che la scelta occidentale impone hanno una solida contropartita. Ma sia negli
USA, sia in Europa, c’è gente che frena. Molti vorrebbero una linea più dura
verso Mosca sulla Cecenia, dove Putin combatte effettivamente frange di terrorismo
islamico, ma le sue forze armate usano contro la popolazione metodi inaccettabili
per il mondo civile.
Altri suggeriscono di attendere che l’economia russa, uscita dalla crisi soprattutto
grazie al caro-petrolio, si consolidi prima di fare altre concessioni. Altri
ancora muovono critiche a Putin sulla gestione dell’eredità sovietica, e in
particolare sui rapporti con repubbliche autoritarie come la Bielorussia o
l’Uzbekhistan o sul sostegno dato ai separatisti della Transnistria (che dovrebbe
far parte della Moldovia) o dell’Abkhazia (sulla carta, parte integrante della
Georgia). In altre parole, Putin non ha incantato tutti.
Quel che piace, comunque, è l’evidente solidità del suo potere, al momento
non insidiato da avversari politici credibili.
Esso è una garanzia di stabilità, ed è questo che – in questo momento così
delicato – interessa più di ogni altra cosa.









