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In giorno del 1985 mi telefonò Gianni Brera.
“Se non sbaglio – mi disse – tu sei nipote di un medico condotto”. Risposi che era vero, che portavo di quel medico lo stesso nome e lo stesso cognome,
Giulio Nascimbeni, e che nel mo piccolo paese veneto gli avevano dedicato una piazza e un busto. “Bene – continuò Brera – perché non scrivi un racconto su questo tuo antenato? Te lo farò pubblicare su una rivista che si chiama “Leadership Medica”.
Sei d’accordo? Accettai, il racconto uscì con il titolo “Il Natale del vecchio medico”, e dopo il racconto la collaborazione continuò con “Il Lunario”.


Perché questo ricordo? Perché a Gianni Brera (San Zenone Po 1919 – Codogno 1992), grande giornalista sportivo, è stata intitolata l’Arena di Milano, la cui costruzione cominciò nel 1806, come omaggio a Napoleone Bonaparte.
In due secoli l’Arena ha ospitato avvenimenti d’ogni genere: giochi circensi, caroselli equestri, ascensioni in pallone, fuochi artificiali, lanci di paracadutisti, concerti, riunioni di atletica leggera di livello mondiale. Nel 1928 divenne anche stadio di calcio, dove giocava l’Inter, mentre l’altra squadra milanese, il Milan, giocava a San Siro.
Ricordare Brera significa soprattutto parlare del suo linguaggio. Partiamo da lontano.
Nella splendida introduzione a “La Scienza in cucina e l’Arte di mangiare bene” di Pellegrino Artusi, ristampata da Einaudi nel 1970, lo storico della letteratura Piero Camporesi parlò di un gastronomo milanese dei primi dell’Ottocento, Giovan Felice Luraschi, il quale “fabbricò” una strana lingua da unire “al grande pasticcio linguistico maccheronico-lombardo-padano che va da Teofilo Folengo a Gianni Brera”.
La citazione, con quel salto di quattro secoli e mezzo (dal Folengo a Brera), voleva essere un omaggio a colui che, più di ogni altro, ha rinnovato soprattutto la lingua del calcio. Su Brera, anche quand’era in vita, si sono discusse e si discutono tesi di laurea, si sono fatte severe seriazioni degli innumerevoli neologismi usciti dalla sua penna, i dizionari ospitano le sue “parole d’autore”. Valga per tutti l’esempio di “abatino” per indicare, come è detto nel Dizionario Devoto-Oli, oltre a “giovane prete con una sfumatura di mondanità”, anche “un atleta ben dotato, ma privo di temperamento agonistico”. Abatino per eccellenza fu il pur grandissimo Gianni Rivera. Quando i giocatori dell’attacco erano piuttosto piccoli di statura e poco propensi alle azioni di sfondamento, Brera denunciava che l’attacco soffriva di un “alto tasso abatinesco”. Avventurarsi nelle citazioni dagli articoli e dai libri di “giuanbrerafucarlo” (come spassosamente amava presentarsi) è impresa impossibile: le righe del nostro “Lunario” non basterebbero. Ma è altrettanto impossibile sfuggire alla tentazione di fare qualche esempio.
Cominciamo dai nomignoli: “Rombo di tuono” per l’attaccante Gigi Riva dal tiro potentissimo; “Deltaplano” per il portiere Walter Zenga; “Divino Scorfano” per Maradona, geniale ma grasso e di bassa statura; “Schopenhauer” per l’allenatore Osvaldo Bagnoli di solito pessimista sui risultati della sua squadra; “Sala-el-Din” per il terzino Claudio Gentile, nato in Libia; “Stradivialli” per l’attaccante Gianluca Vialli, nato a Cremona, patria degli ineguagliabili liutai Stradivari; i “Tre Batavi”, con allusione ai tre giocatori olandesi che militavano nel Milan, Gullit, Van Basten e Rijkaard: l’immagine scende dritta da due versi di Giuseppe Parini: “de’ Batavi mercanti / le molte di tesoro arche pesanti”.
Brera amava il gioco maschio e, di conseguenza, i veri atleti dovevano essere “bipallici”, offrire i loro muscoli miliardari alla “patria pedatoria” e non “corricchiare, ciabattare, sfruculiare” e, quindi, rivelarsi “omarini, brocchetti, mezzecalze” affette da “gnagnera”. Per Brera il colpo di testa era “un’incornata”, il tiro “di collo pieno” diventava “ciclonico” e, se il tiro “ciclonico” si trasformava in gol, lo si doveva ammirare come “prodigio balistico”. La geniale inventiva linguistica di Brera non conosceva limiti né soste. Anche il latino poteva servire.
Rammento la parola “prestipedatore”, costruita sul modello di “prestigiatore”, dal latino “praestigia,ae”, femminile della prima declinazione, usato per lo più al plurale, che significa “inganno, illusione, sotterfugio”. Brera usava “prestipedatore” per i giocatori abili nel “dribbling”, cioè nel superare l’avversario con finte di piede e di corpo. Altro neologismo breriano è “zonagro”, applicato a quanti sono sostenitori del “gioco a zona” contro il “gioco a uomo”.
Brera era favorevole a questo secondo modulo che privilegia la difesa rispetto all’attacco, e dunque “zonagro” è da intendersi come un termine di valenza piuttosto negativa, se non addirittura irrisoria.
Gli “zonagri” sono, tutto sommato, dei “nesci” (cioè degli ignoranti) che dimostrano di non conoscere le caratteristiche degli atleti mediterranei, i quali si smarriscono nel “mare magno” del centrocampo e sono costretti a un vero e proprio “eretismo podistico”. Saltano così le misure “euclidee” del gioco, anche se il calcio rimane, per chi lo pratica e per chi lo commenta, un “mistero senza fine bello”: immagine, quest’ultima, che trasferisce il lettore, con un balzo assolutamente vertiginoso, dal furore, dai fischi, dalle atmosfere spesso becere degli stadi al verso 289 de “La signorina Felicita” di Guido Gozzano: quel verso in cui il “mistero senza fine bello” è la donna. I lettori del “Lunario” non mi chiedano a questo punto di spiegare, in nome della chiarezza del discorso, le differenze tra “gioco a zona” e “gioco a uomo”. I dettagli tecnici esulano dai temi che ho voluto trattare.
Posso soltanto precisare che, nelle mie esperienze di stagionato osservatore di giornali, raramente ho incontrato testi più polemici e dibattiti più infocati di quelli che accompagnano il dilemma che mi limito a sfiorare. Sarebbero necessarie pagine su pagine per affrontare la pseudoalgebra del “4 + 4 + 2” o del “5 + 4 + 1”, del “WM” o del suo opposto “MW”.
Una di queste sere, per un concerto o una riunione di atletica, andrò all’Arena e mi farà piacere poter pensare in silenzio, dentro di me, che vado all’Arena Brera. Spero che ci siano luna e stelle. Caro, inimitabile, insostituibile “giuanbrerafucarlo”, cito per chiudere la mesta formula latina che usavi per salutare i grandi campioni quando lasciavano questo mondo: “Sit tibi terra levis”, amico mio, che la terra sia per te leggera.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

.Giulio Nascimbeni