

Da sempre in
India coesistevano varie forme teatrali, dagli antichi drammi sanscriti ai
più diffusi e seguiti testi di opere popolari, che trovavano le proprie radici
in allestimenti nati in epoche remote. Ogni stato indiano aveva singole
e caratteristiche forme drammatiche tradizionali con numerose varianti, anche
se vi erano elementi comuni, in particolare la presenza di un narratore, che
esponeva al pubblico la situazione e gli antefatti, introduceva i diversi
personaggi, spiegando tutto ciò che non si vedeva in scena.
Ancora molto sentita era la rappresentazione all’aperto su di una piattaforma
senza scenografia, mentre la musica accompagnava tutto l’andamento dell’azione
scenica. Il teatro occidentale indubbiamente ebbe contatti con quello indiano
e viceversa, ma i due mondi si conobbero in modo approfondito solo alle soglie
del Novecento, soprattutto grazie all’opera di Tagore, uno dei più importanti
poeti indiani, uomo poliedrico e di grande talento artistico.
Rabindranath Tagore nacque a Calcutta nel 1861 da famiglia illustre e nobile,
quattordicesimo figlio di un ricchissimo bramino del Bengala. Tutti i suoi
fratelli riuscirono ad affermarsi nei vari campi del sapere umano.
Restio a seguire la scuola tradizionale, Tagore ebbe, invece, un’educazione
tramite precettori che gli trasmisero un’istruzione di vasta cultura. Nel
1878 compì il suo primo viaggio all’estero, in Inghilterra, dove non tanto
trasse profitto scolastico dal suo soggiorno quanto poté osservare i costumi
anglosassoni.
Tornato in patria, si diede alla redazione del dramma musicale Il genio
di Valmiki (1882), e di altri testi teatrali, Il re e la regina
(1889), Sacrificio (1891), Chitrangada (1892), considerato il
suo capolavoro. Queste azioni drammaturgiche rispecchiano la tradizione dell’antico
teatro indiano, gli eroi-protagonisti sono di origine divina o regale.
Nel 1901 Tagore istituì una scuola a Santiniketan, dove poté mettere in pratica
i propri ideali pedagogici. L’istituto venne fondato per avviare a un sistema
di insegnamento e di educazione diverso da quello corrente in India e di cui
lo stesso Tagore aveva fatto amara esperienza. Questa scuola diverrà la famosa
università internazionale di Visna-Bharati.
Nel primo decennio del Novecento l’autore ebbe numerosi lutti: la morte della
moglie Mrinalini Devi (1902) per cui scrisse la raccolta poetica Smaran
(Ricordi), della figlia Renuka (1903) e nel 1907 quella del figlio Samindra
di tredici anni per colera: eventi funesti che provarono non poco Tagore.
Le sue poesie raggiunsero, sempre in questo periodo, grande fama anche in
Europa grazie alla traduzione in inglese fatta dallo stesso Tagore.
Nel 1912 compose il dramma L’Ufficio postale, mentre nel 1913 ottenne
il Premio Nobel per la letteratura, primo orientale a ricevere l’ambito riconoscimento.
In patria il rapporto Gandhi-Tagore fu di estrema cordialità e, anche sotto
le apparenti divergenze, traspariva una profonda affinità nella solidarietà
e nel desiderio di una propria nazione indiana.
Tra gli anni 1922-1932 Tagore si pone come messaggero dell’India nel mondo
allo scopo di far sentire la voce del suo popolo. Nel 1925 è in Italia a tenere
una conferenza al Circolo Filologico di Milano, dove in suo onore viene rappresentato
alla Scala L’Ufficio Postale.
Nel 1926 su invito di Mussolini ritorna nel nostro paese, anche per conoscere
personalmente il Duce. Viene accolto a Roma trionfalmente e nell’occasione
viene rappresentato il dramma Chitra. Spirito multiforme, dai vasti interessi,
dall’osservazione della natura Tagore scopre l’immanenza di Dio. L’uomo e
il suo rapporto mistico con la divinità diviene il centro di attenzione della
letteratura in bengali, la sua lingua madre.
Il dramma Il re e la regina, di complesso intreccio, presenta la vicenda
di un re del Punjab, innamorato follemente della propria sposa da dimenticare
completamente i suoi doveri nei confronti dei sudditi, che vengono vessati
da amministratori senza scrupoli. La morale di questo testo, che si concluderà
con la morte dell’amata regina, sta nella riflessione che un amore, che conduce
all’oblio dei doveri verso l’umanità, altro non è che un sentimento malato
e nefasto.
Pure nel dramma Sacrificio troviamo ancora una vittima innocente, un
giovinetto. Vi si narra il conflitto fra il saggio re Govinda, che ha posto
per legge l’abolizione di sacrifici, e il sacerdote di Kali, Raghupati, che
intende, al contrario, mantenerli. Il sacerdote della dea, invasato, induce
un ragazzo ad attentare alla vita del re, ma il giovane preferisce uccidersi
piuttosto che diventare l’assassino del saggio Govinda.
Una delle prove più compiute di Tagore è il dramma in versi Chitrangada,
ispirato da un episodio del Mahabharata, rielaborato da Tagore in modo da
assumere una forte valenza poetica. Narra di Chitra, figlia del re di Manipur,
che, educata come un maschio, è una forte e valorosa guerriera. Un giorno
incontra il principe Arjuna, che vive come asceta ma di cui lei si innamora
perdutamente. La giovane chiede, allora, al dio dell’amore, Madana, e al genio
della primavera, Vasanta, di concederle una bellezza talmente femminile per
sedurre Arjuna almeno per un giorno. Madana le concede un anno di perfetta
bellezza. Così la donna riesce a sconvolgere di passione Arjuna, che scorda
i propri doveri di asceta, cedendo alle dolcezze dell’amore e del piacere.
Il tempo trascorre e, durante l’ultimo loro incontro, Arjuna le confessa che
desidera incontrare la principessa Chitrangada, di cui ha sentito parlare.
Chitra allora gli confida che si tratta di una donna priva di attrattive femminili,
dura, assai virile nei modi, ma Arjuna risponde che sono proprio le virtù
che desidera e sta cercando in una donna. Allora la giovane si rivela all’amato,
assume la propria forma fisica primitiva: Arjuna l’accetta e la gradisce e
con questa esaltazione della virtù, che vince la bellezza effimera, si conclude
l’opera.
Nel periodo successivo i drammi di Tagore subiscono un forte influsso simbolista,
come Festa d’autunno (1908), che è il primo scritto in prosa, frammisto
da canti.
Uno dei drammi più conosciuti del poeta indiano è senza dubbio L’Ufficio
postale, scritto interamente in prosa, protagonista Amal: mentre il giovane
è molto ammalato, gli si fa credere che debba giungere una lettera per lui
da parte del re. In questa attesa vive Amal finché il re, saputo il fatto,
manda un suo medico per assisterlo e annunciare la sua intenzione di andarlo
a trovare personalmente.
Ma il fanciullo si addormenta e dalla malattia, senza accorgersi, passa alla
morte, in un’atmosfera da sogno che riesce a catturare lo spettatore soprattutto
per il senso di gentilezza e di pace che trapela da ogni quadro.





