

Che
cosa fosse andare in Afghanistan ancora trent’anni fa lo ha ben spiegato l’archeologo
italiano Maurizio Tosi a Nicolas Shakespeare, scrittore di talento, biografo
ufficiale di Bruce Chatwin. “Te ne stai in un paesaggio arido, guardando
una carovana nomade di cavalli e cammelli in marcia con greggi e mercanzie
e dietro si innalzano le più meravigliose rovine di splendidi edifici eretti
da re che governavano contadini e artigiani in grandi città”.
In pochi altri Paesi i resti del passato erano così onnipresenti mischiando
civiltà le più diverse, dai greci agli arabi ai mongoli, all’interno di una
natura selvaggiamente intatta, a contatto con uno stile di vita in cui gli
elementi della modernità erano scarni e ininfluenti, il tempo aveva ancora
una sua dimensione, l’ospitalità una sua codificata dignità. Sul finire degli
anni Sessanta, l’Afghanistan significava raffinato splendore, nobile povertà,
rose e fucili, camion e bazar, campagne di scavi e ottusità militari, polvere,
malattie, nevi primordiali, aurore delicate.
Poi arrivò l’invasione sovietica, la resistenza interna, la liberazione, la
controrivoluzione talibana, il regolamento di conti americano, tre decenni
di devastazioni senza eguali e oggi l’Afghanistan non esiste più se non come
un inutile e gigantesco campo di battaglia dove l’ottusità religiosa ha distrutto
capolavori, i bombardamenti hanno azzerato vette e scavato campi e i reperti
bellici hanno preso il posto di quelli archeologici.
Se e quando si potrà tornare a percorrerlo, sarà con l’amaro in bocca di chi
cerca invano i luoghi fatati della propria giovinezza ideale, la terra incantata
del mito e dell’avventura.

Maurizio
Tosi, che citammo all’inizio di quest’articolo, è l’archeologo cui l’inglese
Peter Levi ha dedicato Il giardino luminoso dell'angelo re
che adesso Einaudi presenta in edizione italiana (298 pagine, 16,50
euro).
Nato nel 1944, una giovinezza nel segno della rivoluzione marxista tipica
della sua generazione, una maturità intensa di studi e di scavi che gli ha
valso una cattedra ad Harvard, Tosi è uno di quegli italiani che gli stranieri
amano e ammirano e che i connazionali ignorano.
Chatwin, che lo conobbe quando anche lui pensava di fare archeologia, gli
deve fra l’altro l’ispirazione di un romanzo come Utz e fu l’unico testimone
di nozze a un suo matrimonio.
Quanto a Levi, fu grazie a lui che poté visitare gli scavi di Ghazni, curati
in Afghanistan dall’Ismeo, che riportavano alla luce i fantastici monumenti
delle città eretti tra l’ultima fase del Buddhismo e l’Islam della conquista.
Professore a Oxford, poeta, grecista, Levi è morto due anni fa. Gesuita, lasciò
gli ordini che aveva superato i quarant’anni e si sposò. Il giardino luminoso
fu scritto che era ancora un religioso, ma nel libro non ve n’è traccia, se
non in qualche poesia che accompagna il testo.
The Flutes of Autumn è il titolo della sua autobiografia.
Era un pagano che si ignorava e che poi si ritrovò.
Di origine turcoebraica, Levi andò in Afghanistan sulle orme di Alessandro
Magno, e già questo la dice lunga sul personaggio e il perché di quel viaggio.
Scrive Tosi che “cercare i greci in Afghanistan nella mente di un giovane
Don di Oxford, ebreo, cattolico e inglese aveva un doppio effetto catalizzatore
e il senso di un’esperienza iniziatica che da sempre i poeti d’Oriente e d’Europa
hanno attribuito all’avventura di Alessandro”.
Significava altresì cercare “i fantasmi e le rovine di quelli che nell’immaginario
più arcano dell’Occidente sono la metafora stessa dell’irrequietezza per la
conoscenza che si trasferisce nel viaggio e nel rifiuto di tutto l’universo
domestico”.
Chatwin
e Levi
Da Balkh, dove Alessandro si sposò con Roxana, ad Ay Khanoum, Alessandria
sull’Osso, con il suo tempio, la sua palestra ellenistica, il “sacro recinto
di Kineas” dove Clearco, il discepolo di Aristotele, copiò i precetti visti
a Delfi degli antichi uomini celebri, a Kandahar, ovvero Iskander, ovvero
la forma araba del nome Alessandro, Levi si mosse sulle tracce di quella che
più che una spedizione archeologica era una ricerca personale.
Un viaggio fatto con l’entusiasmo, la passione, l’ironia di un trentenne motivato
e felice, fra fatiche, privazioni, malattie.
“La cavalcata durò quattordici ore, con rare e brevi soste. Nel mio caso la
febbre acuiva la qualità del paesaggio e, a parte le crisi di vomito a mezzogiorno,
l’abbrutimento da stanchezza all’arrivo a tarda sera e la voglia di piangere
quando si trattò di attraversare l’ultimo torrentello, devo dire che la giornata
mi piacque molto”.
In Afghanistan Levi ha un compagno d’eccezione, Bruce Chatwin, che non è ancora
uno scrittore, ma è già un esperto viaggiatore. Nel racconto del primo fu
un’unione fortunata e Levi tributa al compagno onori e ringraziamenti.
Nel ricordo del secondo, le cose non andarono così lisce: “Il suo libro
mi ha fatto impazzire di rabbia”, scriverà alla moglie allorché venne
pubblicato. “È meglio che non lo legga, se no mi viene un infarto. Tutte
le mie osservazioni sono riportate parola per parola come parte integrante
del suo testo”.
Quindici anni dopo, il giudizio sarà ancora più severo: “Una delle più
spiacevoli esperienze della mia vita. Peter crede sempre che c’è una pentola
d’oro alla fine di ogni arcobaleno. Si riempie di frammenti di vasellame e
sostiene che vengono da un tempio greco”. Come al solito, la verità sta
nel mezzo e ha che fare con l’età, le personalità, le aspettative dei singoli
protagonisti.
Levi in quel viaggio sa ciò che vuole, Chatwin no.
Levi ha uno scopo e un fine, Chatwin gli appare un elemento infantile, di
cui sorridere. Un altimetro che il primo ha comprato e messo orgogliosamente
in funzione segnala una quota che non può essere altro che l’Everest …Ma nel
tempo, l’infantile Bruce è divenuto grande e vede il suo passato e quello
del suo amico in un’ottica nuova e deformata.
Il libro è pieno di descrizioni liriche, di sciabolate di colori: “Ci
trovammo di fronte a noci frondosi e alti pioppi bianchi su cui si avvolgevano
tralci carichi di uva verde, poi more di gelso bianche e viola e a enormi
roseti rampicanti pieni di fiori appassiti simili a carte colorate”.
E ancora: “Eravamo sopraffatti dalla favolosa ricchezza
del paesaggio, dall’opulenza delle architetture di legno, dalle conche giallo-verdi
di granturco maturo, dagli alberi scintillanti”.
Il titolo del volume deriva dal mausoleo di Babur, a Kabul, purtroppo oggi
gravemente danneggiato dalla guerra.
È in un giardino che domina il fiume: costruito in marmo di Kandahar, l’iscrizione
che ne dominava l’ingresso diceva: “Solo una moschea di straordinaria bellezza,
un tempio di sublime nobiltà, costruito per le preghiere dei santi e l’epifania
dei cherubini, era degno di sorgere in questo giardino luminoso del re angelo
prediletto da dio”.
È un bel titolo, degno di un poeta più che di uno studioso. Ed infatti il
libro ha poco della scientificità di una missione pianificata e molto delle
rapsodie proprie di chi si muoveva in un Paese alla ricerca di armonie personali,
di sintonie da far vibrare a seconda del caso, della fortuna, della necessità
e dell’imprevisto.

Chi voglia veramente andare sulle tracce di Alessandro può rivolgersi al volume
di Michael Wood, in the Footsteps of Alexander The Great (Bbc
Books), uscito nel 1997, resoconto di un puntiglioso e periglioso percorso
storico e geografico passo passo dietro l’imperatore macedone, fin dentro
un Afghanistan in cui stava trionfando il regime talibano.
Ma chi crede che i viaggi siano costruzioni e proiezioni della mente, sogni
a occhi aperti dove più che cercare ci si trova, avrà nel "Giardino luminoso
dell'angelo re" il suo breviario della felicità.


Peter
Levi



Via Cruc
is
Santa Barbara
