

I nemici, ormai, sono
tra noi: quanti siano, dove si nascondano, che cosa preparino non lo sappiamo
con precisione, ma sulla loro esistenza non ci sono dubbi. Secondo una stima
del Ministero dell’Interno, su un milione di musulmani che vivono nel nostro
Paese circa 50 mila frequentano regolarmente le moschee. In
buona parte di questi luoghi di culto ci si limita a pregare, a socializzare,
a praticare piccoli commerci.
Ma in altri si predica regolarmente l’odio verso la società occidentale, la
Jihad contro gli Stati Uniti, Israele ed i suoi alleati e si evoca quell’Islam
fondamentalista che vuole ad ogni costo il conflitto di civiltà. Ci sono registrazioni
di sermoni in cui si esalta il martirio dei palestinesi che massacrano i civili
israeliani e c’è la prova di numerosi casi di “takfir”, la condanna per apostasia
nei confronti di quei fedeli che non condividono le tesi radicali e violente.
Di più: in numerose moschee si cerca di arruolare nuovi adepti per Al Qaeda
e le organizzazioni a lei associate, si fornisce usbergo, documenti e assistenza
a terroristi di passaggio per il nostro Paese e si raccolgono, anche con forme
neppure tanto velate di intimidazione, soldi che vanno ad alimentare la rete
del terrore. Alcuni degli imam che presiedono a questa partita mortale sono
già stati arrestati, altri ancora lo saranno a mano a mano che le indagini
procedono.
Il ministro degli Interni Pisanu ha assicurato che, mentre il governo è ansioso
di aprire un dialogo con i musulmani moderati per cercare di integrarli nel
nostro Paese, anche attraverso la costituzione di una Consulta Islamica che
dia voce ai loro problemi e alle loro esigenze, le moschee che diventano centrali
dell’eversione saranno inesorabilmente chiuse. Ma è più facile a dirsi che
a farsi: spesso, come nel classico caso di via Jenner a Milano, passano anni
prima che le autorità riescano ad accertare le vere attività di questi centri
e adottare i provvedimenti necessari; e anche quando una cellula viene scoperta
e alcuni dei suoi componenti arrestati, le lentezze della giustizia e il garantismo
delle leggi fa sì che gli indiziati riescano a tornare in circolazione, allontanarsi
dal Paese o addirittura riprendere la loro attività criminosa in altra località
e sotto altro nome.
Vari individui collegati con i quadri superiori di Al Qaeda e giudicati estremamente
pericolosi, che si avvalevano in Italia di coperture ineccepibili, sono riusciti
a fuggire e sono ora come fantasmi che incombono su di noi.
Una delle prove di questi collegamenti è che ben nove dei seicento detenuti
nel campo di Guantanamo, catturati in Afghanistan dopo il crollo del regime
talebano, avevano fatto lunghi soggiorni nel nostro Paese e che di origine
italiana sono anche alcuni quadri di Al Ansar, l’organizzazione legata ad
Al Qaeda che aveva la sua base nel Kurdistan iracheno e che ora è sospettata
di essere all’origine di numerosi attentati contro le truppe angloamericane.
Molti altri musulmani residenti in Italia hanno combattuto con i reparti musulmani
in Bosnia, e sono poi rientrati alla base.
Nonostante le inevitabili lacune, bisogna riconoscere che l’Italia ha reagito
con rapidità e efficacia alla minaccia terrorista, adeguando in tempi brevi
il proprio apparato legislativo alla nuova situazione delineatasi dopo l’11
settembre. Nel fare ciò, abbiamo potuto giovarci dell’esperienza maturata
negli anni del confronto con il terrorismo interno e con la mafia: un passaggio
difficile che ci obbligò ad affrontare prima di altri il nodo posto dall’esigenza
di salvaguardare la legalità democratica senza metterne in discussione i principi
fondanti.
Ciò ci ha consentito di rivedere le disposizioni del Codice Penale e, più
in generale, dell’intero apparato normativo e regolamentare senza dovere affrontare
preliminarmente un dibattito sui confini tra efficienza repressiva e democrazia
garantita. L’Italia, pertanto, ha potuto muoversi con maggiore agilità di
molti nostri partner, dando vita a un impianto che altri hanno già adottato
come modello di riferimento. In particolare, con la legge 438/2001 abbiamo
adottato misure per la prevenzione e il contrasto del nuovo fenomeno, introducendo
il nuovo reato di associazione a delinquere con finalità di terrorismo internazionale
che consente l’incriminazione in blocco dei gruppi sospettati di affiliazione
con Al Qaeda. Questa norma consente l’utilizzo, da parte degli inquirenti,
di strumenti come le intercettazioni preventive e giudiziarie o il ritardo
degli ordini di cattura fino a quel momento usati solo per una particolare
tipologia di reati.
Con un’altra legge quasi contemporanea, è stato istituito il Comitato di sicurezza
finanziaria, strumento essenziale per decretare il blocco dei beni delle persone
e delle organizzazioni terroristiche, in esecuzione degli obblighi assunti
in sede di Nazioni Unite e di Unione Europea. Il risultato è stato, finora,
abbastanza soddisfacente, nel senso che nel nostro Paese il terrorismo islamico
non è riuscito a mettere in atto azioni eclatanti. In alcuni casi, le autorità
sono riuscite a distruggere le cellule di militanti prima ancora che entrassero
in azione, in altri hanno potuto bloccare i piani dei terroristi in fase operativa,
come in occasione dell’arresto ad Anzio di tre egiziani con il baule dell’auto
pieno di esplosivo o del tentativo di attaccare con i gas, attraverso le fogne,
l’ambasciata americana a Roma.
Talvolta ci sono stati anche, da parte delle nostre forze dell’ordine, degli
eccessi di zelo, come quando hanno arrestato cinque giovani magrebini che,
in gita turistica a Bologna, stavano fotografando un affresco di Maometto
tra le fiamme dell’inferno in una chiesa indicata dai servizi come possibile
bersaglio per un attentato.
Sotto la spinta emotiva dell’11 settembre e dei vari altri attacchi suicidi
che hanno fatto centinaia di morti in giro per il mondo, si è anche registrata
una esemplare, e in genere non molto frequente, collaborazione dei cittadini
con le forze dell’ordine: quando si rende conto che ne va della propria pelle,
anche l’uomo della strada tiene gli occhi aperti e, se vede qualche situazione
anomala, la segnala. Tuttavia, per assurdo che possa sembrare, questo non
vale per tutti: in certi ambienti dell’ultrasinistra, sia marxisti sia no
global, vige l’antico principio che il nemico del mio nemico è mio amico,
tant’è vero che si sta delineando, sia pure in maniera ancora embrionale,
una collusione operativa tra Brigate Rosse, Nuclei Proletari per il Comunismo
e altre sigle e le organizzazioni del terrorismo fondamentalista: contatti
tra esponenti dei due gruppi hanno avuto luogo nelle carceri, e la brigatista
Desdemona Lioce, catturata nella famosa sparatoria sul treno, ha teorizzato
nel suo documento “una alleanza tra proletariato urbano e immigrati musulmani
per la costituzione di un fronte antimperialista”. Una collusione davvero
stravagante, se si pensa all’abisso ideologico esistente tra i due gruppi.
Per adesso, comunque, si direbbe che il nostro Paese non sia stato considerato
dai terroristi islamici un bersaglio primario, nonostante la presenza del
Vaticano, l’appoggio politico che il governo ha fornito agli Stati Uniti per
la guerra all’Iraq e la menzione dell’Italia in uno dei presunti proclami
radiofonici di Bin Laden ai suoi fedeli trasmessi dalla televisione Al Jazeera.
Le varie basi dei fondamentalisti scoperte a Milano, Napoli, Roma, Bologna,
Cremona, Varese, Reggio Emilia e altre città ancora venivano usate più per
fornire supporto a progetti riguardanti altre nazioni europee, e in particolare
per la confezione di documenti falsi, che per la preparazione di attentati
nella penisola.
Ma le cose potrebbero cambiare in qualsiasi momento, magari in coincidenza
con l’arrivo, dal Nord Africa o dal Medio Oriente, come immigranti clandestini
o anche con regolare permesso di soggiorno, di altri elementi legati alle
organizzazioni terroristiche con istruzioni diverse.
La posizione geografica dell’Italia e la necessità – per ragioni umanitarie
- di consentire comunque ai clandestini che arrivano con le carrette del mare
di mettere piede a terra ed eventualmente di chiedere asilo politico fa sì
che chiudere le frontiere ad elementi indesiderabili sia molto difficile.
Per questa ragione, e per la maggiore esposizione del nostro Paese sulla scena
internazionale come alleato degli Stati Uniti in Europa, l’allarme viene sempre
mantenuto a livello altissimo. Sono entrate in vigore misure di sicurezza
più rigorose negli aeroporti, nei porti e negli scali ferroviari principali,
c’è una continua vigilanza, anche con la collaborazione dell’esercito, intorno
agli obiettivi considerati più a rischio, sono stati infiltrati agenti negli
ambienti più sospetti.
L’esperienza di altri Paesi europei, in particolare Gran Bretagna e Francia,
ci ha insegnato che non basta tenere sotto controllo gli immigrati, ma che
anche gli italiani convertiti all’Islam possono costituire una minaccia, in
quanto spesso più fanatici e intransigenti.
Un pericolo particolare è costituito, paradossalmente, dai molti nordafricani
che vivono tra noi da molti anni, hanno un lavoro più o meno regolare e si
sono magari sposati con un’italiana proprio per disporre di una migliore copertura.
Costoro appartengono in genere o al GIA algerino, già distintosi per la sua
ferocia durante la guerra civile degli anni Novanta, o al Gruppo salafita
per la predicazione e il combattimento, la cui fondazione precede addirittura
quella di Al Qaeda. Si sta facendo soprattutto un grosso sforzo per individuare
le “cellule dormienti” di Al Qaeda, costituite in una fase in cui vigeva una
maggiore tolleranza e, come nel caso algerino, ai fondamentalisti in guerra
con i rispettivi governi veniva perfino concesso asilo politico. Inutile nascondersi,
del resto, che per quanto alta sia la soglia di vigilanza, sarebbe impossibile
garantire la sicurezza totale in presenza di una offensiva terroristica strutturata.
I bersagli ipotizzabili sono peraltro talmente numerosi (il Ministero dell’Interno
ne ha individuati ottomila, ma in realtà sono molti di più), e le forme di
attacco talmente varie, soprattutto da parte di attentatori pronti a sacrificare
la propria vita, che è assolutamente impossibile organizzare una protezione
24 ore su 24 a tutto e a tutti. Oltre agli obiettivi situati sul territorio
nazionale, ci sono infatti quelli all’estero, che vanno dalle nostre truppe
in Iraq o in Afghanistan alle rappresentanze diplomatiche, culturali e commerciali
sparse per il mondo.
Quando lo scopo di un attentato non è di distruggere un obiettivo particolare,
ma uno qualsiasi, non di uccidere uno o più individui in particolare, ma di
fare semplicemente una carneficina come è accaduto a Bali o a Casablanca,
è evidente che una difesa a tutto campo diventa impossibile.
L’accento viene perciò posto soprattutto sulla prevenzione, cioè sull’individuazione
e sull’arresto dei potenziali attentatori prima che entrino in azione. A questo
fine è diventato indispensabile un efficace coordinamento tra tutte le nazioni
impegnate nella guerra contro Al Qaeda e le sue varie affiliate: per fortuna
la globalizzazione del terrorismo internazionale a matrice islamica, unita
a una maggiore penetrabilità, o addirittura all’abolizione delle frontiere
tra Stati, ha fatto accettare anche ai Paesi più gelosi dell’attività dei
propri servizi e più riluttanti a fare parte ad altri dei suoi risultati la
necessità di una collaborazione più spinta di quella accettata prima dell’11
settembre.
Questo vale non solo per i Paesi occidentali, già abituati a lavorare insieme
in varie istituzioni, ma anche per altri con cui i rapporti tra servizi erano
storicamente antagonistici, come la Russia e (in almeno due occasioni) perfino
la Cina. Tale evoluzione è dovuta alla coincidenza, in questo settore, tra
interesse nazionale e interesse collettivo, cioè alla presa d’atto da parte
dei vari governi che chi opera oggi contro il Paese X potrà rivolgersi domani,
contro il Paese Y: è, cioè, il nemico assoluto, il criminale senza frontiere
da fermare ad ogni costo.
La necessità di un continuo scambio di informazioni a livello internazionale
ha senza dubbio stimolato i servizi italiani a una maggiore operatività, e
nello stesso tempo ha contribuito a rivalutarli agli occhi dell’opinione pubblica,
abituata da decenni di propaganda di sinistra a considerarli “deviati” e pericolosi.
Adesso che il nemico è in casa, perfino la mitica casalinga di Voghera si
rende conto dell’utilità di “spie” in grado di prevenire attacchi che possono
avere anche lei come obiettivo. Pur nei limiti di bilanci sempre insufficienti,
lo Stato sta cercando di attrezzarsi per fronteggiare la nuova sfida: sono
per esempio già operativi corsi di lingua araba per i poliziotti addetti alle
indagini sul terrorismo internazionale, perché è indispensabile che le intercettazioni
telefoniche e ambientali più delicate possano essere ascoltate in tempo reale
da un addetto ai lavori in grado di capire anche le sfumature del linguaggio
e che non abbia bisogno della mediazione di interpreti non sempre affidabilissimi.
Alla scuola di perfezionamento di polizia sono stati addirittura istituiti
seminari monografici sull’Islam, perché – come ha detto il sottosegretario
Mantovano – “un funzionario che si trovi di fronte al problema di cosa fare
in una moschea dalla quale emergano elementi di pericolo deve innanzi tutto
sapere che cosa è una moschea e che cosa rappresenta al di là del luogo di
culto e di preghiera”. Questo sforzo ha da un lato dato risultati importanti,
dall’altro ha fatto salire le nostre azioni presso i nostri alleati.
E’ grazie all’opera dei ROS dei Carabinieri, per esempio, che hanno potuto
essere individuate alcune sigle del terrorismo islamico di cui perfino i servizi
americani ignoravano l’esistenza. Nel periodo 2002-2003, in Italia sono stati
arrestati ben 105 individui collegati con il terrorismo islamico. Nelle maggiori
Procure sono stati istituite sezioni che si occupano solo di questo problema.
Ma, come ha detto Bush dopo l’11 settembre, la lotta sarà lunga e forse non
potrà essere mai vinta del tutto: nell’ultima relazione semestrale dei servizi
segreti al Parlamento c’è infatti scritto testualmente: “L’integralismo islamico
rappresenta la minaccia più seria per la sicurezza dell’Italia”.

Cresce in Italia la minaccia del terrorismo islamico, che può contare su preziosi punti di appoggio in certe moschee e su un certo numero di cellule dormienti