

Deserti
rocciosi che si dipartono dalla lussureggiante valle del Nilo, imponenti vestigia
di un antico splendore che contornano il lago Nasser; una popolazione variegata
di contadini, pastori, ma anche di beduini dalla pelle scura e dai tratti
marcati che abitano queste terre estreme: è la Nubia,
è una regione periferica ma densa di storia.
La Nubia è un
territorio vastissimo che parte da Aswan e segue il Nilo e le sue cateratte
fino in Sudan; qui vivevano i faraoni neri, qui nell’antica Meroe si concretizzò
il piano espansionistico di molte dinastie egizie: qui sovrani come Amosi
I, Thutmosi I, il monoteista Akhenaton e la splendida Hatshepsut innalzarono
piramidi e templi, scolpirono statue monumentali nella roccia, come quelle
di Ramses e Nefertari ad Abu Simbel, colonizzarono, assoggettarono, sparsero
sangue e ricavarono ricchezza.
Oggi
sulle loro tracce si avventura un’altra regina, Costanza De Simone,
(sopra a destra) la più stimata archeologa italiana, in forza al CNR e di
base al Cairo.
E dal Cairo ogni tanto parte: Luxor, Aswan, il Lago Nasser, Abu Simbel, nomi
che evocano un passato fastoso, non hanno più segreti per lei. Il suo operato
inoltre è coordinato da un’istituzione prestigiosa come l’UNESCO (unico caso
tra gli italiani che lavorano in Egitto): la De Simone addirittura continua
quel lavoro di recupero e di rivalutazione dei siti nubiani, che in passato
aveva portato ai monumentali interventi di salvataggio di resti antichi ad
Aswan e ad Abu Simbel. Ma entriamo nel concreto: è ormai da due anni che questa
giovane ricercatrice italiana è al seguito della missione del prestigioso
Institut Français d’Archéologie Orientale, diretta da François Paris.
Il gruppo con la De Simone ha un progetto ambizioso: trovare tracce delle
antiche miniere d’oro dei faraoni, e per farlo si spinge nel deserto
orientale a 50 Km da Aswan, tra rocce, sabbia finissima e animali pericolosi.
Gli Indiana Jones europei vivono accampati due settimane tra mille avventure,
lontani dalla benché minima presenza umana, fuori dal mondo e fuori dal tempo.
Ed ecco piano piano affiorare tracce di un’antica presenza umana: oggetti
in selce lavorata, frammenti di ceramica, graffiti e una piccola necropoli;
resti evidenti di carovanieri e forse di cercatori d’oro, ecco anche gli scheletri
di chi tra loro è stato vinto dal deserto, ecco il corredo funebre di chi
è stato sepolto con tutte le cure e con tutti gli onori.

Sono momenti di pura avventura, di emozione arcana, difficile da decifrare:
“Un giorno Gamal, il nostro miglior operaio, era fortemente deluso, perché
stava scavando una tomba senza trovare lo scheletro; nella fossa c’erano cocci
di ceramica fine, resti di vasellame e monili, ma niente scheletro. Per di
più lo spazio, procedendo verso il basso, si stava riducendo e Gamal non riusciva
più a scavare. Allora ho preso io la cazzuola, ho scavato una decina di centimetri
e stavo già per desistere, quand’ecco che improvvisamente ho avvertito qualcosa
che mi grattava il ginocchio appoggiato sulla sabbia: era lo scheletro di
un ragazzino che giaceva in posizione fetale”, il racconto di Costanza
suscita brividi e passione.
Ma la missione sotto la direzione di François Paris nello Wadi Allaki (questo
è il nome della zona delle operazioni) non esaurisce certo le imprese di questa
affascinante studiosa.

Per anni Costanza De Simone ha lavorato alacremente a un’impresa che conferisce lustro alla nostra ricerca e che è unica nel suo genere. Come molti sanno, il lago Nasser, che si è formato in seguito alla costruzione della diga di Aswan, ha sommerso una regione ricca di reperti archeologici.
Alcune,
poche di queste vestigia sono state portate al sicuro, come i colossi di
Ramses, scolpiti nella montagna, o come lo splendido tempio di Iside
ad Aswan. Ma il resto? Nella regione oggi sotto le acque del lago Nasser
c’erano interi siti con templi, abitazioni comuni, santuari, fortezze, necropoli,
chiese e moschee a scandire 5000 anni di storia ininterrotta.
E qui si concretizza lo sforzo encomiabile di Costanza De Simone: l’archeologa
italiana ha deciso di raccogliere tutte le vecchie foto in bianco e nero delle
missioni archeologiche attive in Nubia, prima che la zona fosse coperta dal
lago. Sono vecchi scatti, ricchi di storia e di fascino, a volte sbiaditi
ma in grado di testimoniare appieno l’alacre attività di pionieri dell’archeologia.
In
pieno accordo con le autorità archeologiche locali la De Simone ha esposto
gli originali di queste foto in un padiglione del Museo della Nubia ad Aswan.
Si tratta di monumenti imponenti, rappresentativi di un illustre passato;
le testimonianze più numerose risalgono all’epoca cristiana (i primi anni
della nostra era), quando i seguaci di Cristo si avventurarono in un’area
così periferica a portare il loro Verbo illuminante. Ancora oggi, qualche
chilometro ad occidente di Aswan, già in pieno deserto, si staglia imponente
la sagoma del monastero di San Simeone, abitato da monaci nei primi secoli
del cristianesimo.
Splendidi sono gli affreschi, le pitture, i simboli della croce oltre che
i resti di architettura copta (così erano chiamati i cristiani d’Egitto),
oggi studiati da Cedric Meurice, del Museo del Louvre, con cui Costanza De
Simone collabora.






