

La casa di Freya Stark, a Asolo, è nel centro cittadino. Si chiama Villa Freya e, secondo le intenzioni delle autorità locali, dovrebbe diventare un museo. Nell’attesa che ciò si verifichi, i ladri l’hanno già visitata e quindi non si sa che cosa verrà esposto: chi ne è stato ospite quando la sua proprietaria era ancora in vita ricorda grandi bauli pieni di album fotografici, il salotto e le altre stanze piene di ricordi orientali, tappeti, arazzi, ceramiche, terracotte, una biblioteca ben fornita, con molte prime edizioni di opere rare e ormai introvabili, e una corrispondenza classificata con politici e scrittori che abbraccia più di mezzo secolo.

La Stark è morta dieci anni fa, alla veneranda età di cento anni, e sarebbe un peccato se la cittadina veneta che lei scelse a sua dimora d’elezione, e l’Italia tutta che lei mostrò così tanto di apprezzare, non si ritenessero obbligate a rendere a una simile ospite il giusto omaggio e la giusta considerazione. Non fosse altro perché oltre ad essere stata un' amante del nostro Paese Freya è considerata una delle più grandi scrittrici di viaggio del Novecento.
Alta meno di un metro e sessanta, un fisico minuto e non bello, aggravato da un incidente che, ragazzina, le costò un orecchio e metà della capigliatura, lasciandole una cicatrice che le attraversava la testa e la necessità di complicati toupé e strategici cappellini, Freya Stark appartiene a quel mondo magico fra le due guerre in cui il viaggiare era ancora un piacere nonché un’arte e permetteva di unire il fascino del “diverso” con la puntigliosità dell’osservatore interessato.
Fra i suoi libri il lettore italiano potrà trovare tradotti due capolavori, “Le valli degli assassini” (Guanda) e “Le porte dell’Arabia” (Neri Pozza), più che sufficienti a dargli un’idea della vastità d’interessi del loro autore, la precisione dei riferimenti, la solida cultura alle spalle, nonché uno stile personalissimo e coinvolgente.
Il primo è il resoconto di un’esplorazione in Persia, da Baghdad, allora protettorato inglese, fin nell’arretrato Luristan, nella regione del Pusht-i-Kuh e nella Valle degli Assassini alla ricerca del famigerato castello che ospitava questa setta persiana, ramificazione degli ismaeliti, a loro volta ramificazione degli sciiti, che fece del delitto un’arma dichiaratamente politica così come, osserva la Stark, “le suffragette trattano lo sciopero della fame”.
Il secondo è un’immersione
nell’Arabia meridionale, lungo le “antiche vie dell’incenso”, nel cuore di
quell’Arabia felix di cui aveva già scritto Plinio, ma che per l’Occidente
moderno restava ancora misteriosa. Meta finale, Shabwa, ovvero la Sabota dell’età
romana, l’ancora inviolata città dei sessanta templi, cuore e motore dell’antichissima
via imperiale dell’incenso. Sia in un caso sia nell’altro, i viaggi si risolsero
in uno scacco, nel senso che la Stark non riuscì ad arrivare lì dove avrebbe
voluto. La fermano le malattie, i sospetti delle autorità locali, gli imprevisti
legati al tempo, ai luoghi, alle situazioni.
Ma in realtà ogni viaggio è un pretesto per partire, ovvero ci si dà uno scopo
come schermo per quella che è invece l’essenza stessa del viaggiare: l’andare,
il conoscere, lo sperimentare se stessi. “Viaggiare significa ignorare
i fastidi esterni e lasciarsi andare completamente all’esperienza, fondersi
con tutto quello che ci circonda, accettare tutto quello che ci succede e
così, in questo modo, fare finalmente parte del paese che si attraversa. E
questo è il momento in cui si avverte che la ricompensa sta arrivando”.

Nata a Parigi ma inglese
sino al midollo, la Stark rispecchia perfettamente il suo Paese d’origine,
quel misto di understatement e di humor, la capacità di adattarsi e l’abitudine
a tanti piccoli rituali sentiti come essenziali, un certo paternalismo coloniale,
proprio anche del tempo in cui visse, unito però alla capacità di accettare
e rispettare usi e costumi differenti.
Tutto ciò, aggiunto a un carattere curioso, a una buona disposizione d’animo,
a un coraggio non comune e a una certa dose di fatalismo mista all’amore per
il rischio, rende i viaggi della Stark strani e bizzarri, sempre pieni di
inconvenienti e di contrattempi, resi però con uno stile che non cerca mai
di sottolineare le difficoltà ma lavora di cesello per mettere il lettore
a proprio agio, senza fumisterie o facili esibizionismi.
Ogni cosa nei suoi libri è esotica, nel senso che, come scrittrice, ha la
capacità di far scaturire sulla pagina, come fossero gli zampilli di una fonte
miracolosa, il susseguirsi di diversità che viaggi fra Arabia e Medio Oriente
mettono di fronte a chi li fa. In questo senso la Stark è bravissima a far
risaltare i colori, gli odori, i sapori, i mattini luminosi che si spalancano
d’improvviso, firmamenti stellati come fossero la ruota di un pavone, tribù
fiere della loro povertà e ricche della loro nobilità, l’eleganza delle donne
nel complicato gioco di veli e di ricami che le copre, la durezza di una vità
dove la selezione naturale del più forte, del più adatto e adattabile è l’unica
forma di medicina realmente praticata. “La grande e quasi unica consolazione
di esser nata donna sta nel fatto che possiamo fingerci più stupide di quello
che siamo e nessuno se ne meraviglia”.
In questa frase c’è molto di più di una sottile ironia, di una dolce presa
in giro: muovendosi in territori più o meno ostili al sesso debole, difficili
e infidi, affidandosi spesso e volentieri a mani ignote la Stark fece della
sua femminilità, peraltro non conturbante per i motivi ricordati all’inizio,
una specie di arma di difesa che le faceva ottenere più protezione di quella
di cui veramente avesse bisogno, più attenzioni di quelle di cui veramente
necessitasse, più libertà d’azione… “Ero padrona di me, mi stavano intorno
le vuote pianure persiane e le catene frastagliate dei monti: il mondo, bellissimo
e pieno di incognite, per un momento mi apparteneva e ne potevo disporre”.
E ancora: “E’ un momento importante quando vedi, sia pure da lontano, la
meta del tuo vagabondare. A un tratto, la cosa che viveva nella tua fantasia
diventa una parte del mondo tangibile. Non importa quante catene, o fiumi,
o sentieri riarsi e polverosi ti dividano da quella tua meta: ormai essa è
tua per sempre. Questo provarono i barbari dei tempi antichi, allorché dal
muraglione delle Alpi guardarono in basso alla pianura lombarda e videro Verona
e le sue torri, e ancora più in basso il bianco letto del fiume; questo provarono
Senofonte e Cortes, e gli umili soldati di ventura e i pellegrini che vennero
prima e dopo di loro; e questo provai io…”.
Nei due brani di “Le valli degli assassini” sopra riportati vien fuori bene che cosa fosse il viaggiare per la Stark e il suo modo di raccontarlo. Ecco la magia e il fascino della solitudine, la capacità di riuscire ad accordare te stesso con il tutto che ti circonda, il piacere sottile di assaporare una sensazione che nessun altro potrà mai eguagliare. Ecco l’eccitazione che ti viene non tanto dall’andare lì dove nessuno è ancora stato, ma dalla consapevolezza di aver raggiunto quello che ti proponevi, il piacere di rimirare un qualcosa che quasi in quel momento ti appartiene, perché lo hai cercato, lo hai voluto, lo hai raggiunto.
Fra gli scrittori del deserto e del mondo arabo, i Burton, i Doughty, gli Hogart, i Bell, i Lawrence, i Thesiger, Freya Stark occupa un posto a parte. Rispetto a essi il suo interesse per quei mondi non fu né immediato e struggente, né finì con l’identificarsi di una causa, o con il dedicarvi l’esistenza. Fu piuttosto il caso, come potrebbe essere per una giovane di buona famiglia all’indomani della Prima guerra mondiale che si ritrovò a studiare l’arabo perché era la nuova lingua coloniale dopo la spartizione del Medio Oriente. Certo c’era una predispozione, ma più verso l’avventura che non verso un luogo particolare. “Credo che all’origine della faccenda ci sia una zia molto fantasiosa che per il mio nono compleanno mi regalò una copia della “Mille e una notte”. Inavvertita, e perciò negletta fino allora, la piccola scintilla accesa in questo modo cominciò in segreto a nutrirsi di sogni. Il Caso, cioè un missionario siriano che abitava vicino a noi, la attizzò: il Destino, sotto forma di lunghi mesi di malattia e di inedia, la ingrandì trasformandola in fiamma viva tanto da illuminare il mio percorso nei meandri del mondo arabo fino a farmi approdare, più tardi, sulle coste siriane, nel 1927”
Non sorprende che il suo primo libro esca quando ha superato abbondantemente la trentina: è la conferma di una strada trovata all’improvviso, più che di una vocazione precoce e assoluta. Anche questo però finisce poi per giocare a suo favore: nei suoi libri non c’è mai lo specialismo e quella punta di snobistica superiorità e/o disprezzo che fa capolino nelle pagine meno sorvegliate degli scrittori sopra elencati.
La Stark non deve convincere nessuno, non deve stupire nessuno, non deve dimostrare niente a nessuno. I viaggi che fa sono per il suo piacere, così come i libri che scrive: “Chi vuole viaggiare in pace deve trovarsi un pretesto più spirituale del puro godimento. Spesso, nel nostro modo utilitaristico, fare le cose per divertimento passa per fatuità, anzi per immoralità”. Rispetto agli anni Trenta raccontati nei suoi libri, nel Medio Oriente è cambiato tutto, a cominciare dalla grafia dei nomi. Questo fa sì che una tentazione sia quella di leggerli come fossero romanzi, avulsi dalla realtà, storie inventate per il piacere di raccontarle.
Ma anche se è cambiato
tutto, paradossalmente non è mutato nulla: rimane un diverso modo di concepire
la vita, il tempo, i rapporti, la religione; rimane una potenza della natura
di cui noi europei abbiamo perso il significato, rimane quel fatalismo che
permette le peggiori infamie e le più tremende sopportazioni.
Da questo punto di vista la Stark ci consegna un mondo arabo incisivo e vivo,
pieno di contraddizioni e di sorprese. Straordinariamente colorato e luminoso,
duro, aspro eppure pervaso di cavalleresca pietà.









