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Non ho personalmente alcuna notizia circa studi che possano relazionare con estrema precisione l’età anagrafica a quella biologica.
Ovvero che, soprattutto per gli atleti, sappiano fornire esattamente quanti anni un soggetto abbia e quanti invece il suo corpo ne “senta addosso” realmente.

Facciamo un esempio un po’ crudo, che renda pero’ bene l’idea. Si dice che se si taglia un albero, se ne puo’ correttamente stabilire l’età osservandone i cerchi concentrici che dal nucleo muovono verso l’esterno.
Per noi, una tale vivisezione appare improbabile,ma resta il fatto che solo analizzando direttamente la struttura ossea, muscolare ed anche le fibre si riuscirebbe a capire come e quanto l’andare del tempo abbia verosimilmente usurato, al di là della costatabile anzianità, la macchina umana. Lo sport, agonistico e non, è pieno di esempi lampanti di come, anche quando la normalità imponga un rallentamento o uno stop all’attività, ci siano soggetti di contro ancora incredibilmente attivi. E al di là di ragionamenti particolari, il panorama a ventaglio coinvolge con testimonial eccezionali quasi tutte le discipline.

Da Francesco Moser nel ciclismo a Manuel Fangio nell’allora Formula 1, da Foreman nella boxe a Ken Rosewall nel tennis.
Da Dino Meneghin all’attuale ancora straordinario Michael Jordan nel basket a Eraldo Pizzo, ancora a 44 anni in vasca per centrare uno scudetto nella pallanuoto.
Potremmo inizialmente escludere il calcio, ovvero lo sport di squadra per eccellenza. Perchè in un’analisi del genere, davanti ad un fenomeno del genere ancora parzialmente inesplorato, ecco che la valenza di prestazioni singole, rispetto a quelle magari piu’ “diluite” a livello dispendio energetico di quelle di un gruppo, offrono spunti ancora piu’ interessanti. Ma allo stesso tempo, come in parecchie altre attività della vita quotidiana, riducono forse un po’ troppo l’eventuale indagine al campo della soggettività.
Proprio il mondo del pallone allora potrebbe tornarci utile come tipica via di mezzo, per una serie di motivi. Ovvero è l’attività a più largo “consumo”, traduzione, con la piu’ ampia base di praticanti. Offre poi la possibilità di mixare gli individualismi nello schema di una disciplina di gruppo.
Ma soprattutto, nella girandola dei ruoli in campo, consente di andare a ragionare sul reale consumo di un atleta durante anni di attività. E quindi di scendere nel dettaglio del DNA, ovvero la genetica, l’attenzione nel lavoro quotidiano e la meticolosità nella corretta alimentazione. Una scala di valori dunque che esiste; ma che ognuno di noi , forse ignorandola, potrebbe ribaltare o addirittura in parte non considerare ottenendo risultati discreti. Perchè l’elisir di lunga vita agonistica lo si impara soprattutto settimana dopo settimana, sperimentando su se stessi se una determinata attitudine comportamentale ha impatto o meno sulle prestazioni quotidiane.

Giuseppe Bergomi, per tutti i calciofili lo “Zio” per via di quei baffoni che a soli 18 anni quando si laureo’ campione del mondo con l’Italia di Bearzot nell’82, gli conferivano un look decisamente piu’ maturo, ha un curriculum doc. Classe 1963, ha esordito in A nell’81 e ha rincorso palloni e avversari per 19 stagioni, disputando quattro mondiali. Ha detto stop quando, secondo molti, aveva ancora parecchio da dare. Soprattutto a livello mentale e carismatico, in un’Inter che allora Lippi volle forzatamente modellare secondo equilibri personali, poi rivelatisi fallimentari.
La sua personale “scaletta” di fattori importanti che portano alla longevità conferma il teorema della diversità da soggetto a soggetto. “Stando alla mia esperienza, credo che il maggiore beneficio si possa trarre dall’assenza di infortuni gravi. Io in tutta la mia carriera ho fortunatamente subito un solo piccolo in intervento in artroscopia per una borsite ad un ginocchio; una pulizia del tendine rotuleo che pero’ non mi ha fatto perdere tono muscolare o stare lontano dai campi per tanto tempo. Se sei integro fisicamente, puoi dilatare in un arco di tempo notevole le energie psicofisiche a disposizione”.

Dunque al primo posto la capacità di evitare danni seri alla struttura fisica. Che pero’, per fare cio’, deve avere un piccolo aiuto in partenza da madre natura. “Ed infatti subito dopo in ordine di importanza, a mio avviso, c’è la genetica - prosegue Bergomi - Io da questo punto di vista, sia a livello nervoso , emotivo, che soprattutto di vitalità ho preso tutto da mia madre. Lei è sempre stata una di quelle casalinghe attorno alle quali ruota l’intero nucleo familiare. Instancabile e soprattutto poco incline a farsi condizionare dal passare del tempo. Lei, come le altre cinque sorelle”.
Basi dunque naturali, solide ed ereditarie, sulle quali costruire un campione. Almeno secondo lo “Zio” , che considera di minore impatto, seppur di poco, la componente mentale. E che è invece molto piu’ scettico sull’impatto alimentare. “Si, è importante soprattutto sul finire della carriera avere motivazioni continue. Non di gruppo ma singole, perchè alla fine i conti li fai sempre con te stesso. Del tipo “vorrei giocare almeno una ventina di gare da titolare, oppure riconquistare la nazionale” (E lui lo ha fatto in occasione dei mondiali del 98 in Francia a 35 anni, poi giocando particamente sempre per l’infortunio occorso a Nesta). Ma sull’importanza delle diete, dell’alimentazione, qualche dubbio lo nutro. Intendiamoci, non è che non ci credo totalmente. Magari puo’ aiutare ; ma non è cosi determinante come ho letto in alcuni casi. Ad esempio io ho avuto compagni che mangiavano autentiche schifezze. O che bevevano alcolici sistematicamente. Addirittura fumavano tra un tempo e l’altro. Ma in campo poi non ne risentivano affatto”.
Insomma Barry Sears e la sua “Zona”, metodologia dietetica a forte preponderanza proteica ora tanto in voga, nel mondo del pallone potrebbe ancora incontrare piu’ di una resistenza.
E se poi l’esempio sfora su George Foreman, campione dei massimi a 46 anni, che si vantava di preparare i suoi match dal punto di vista nutrizionale affidandosi ai menu dei Mc Donald’s americani, ecco allora che i dubbi, anche i miei, sono piu’ che leciti.


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


.Paolo Ghisoni