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ROCCA, IL COMMISSARIO DELLA NEVE
TENNIS: A VOLTE (TROPPE) RITORNANO..
Il torneo dei maestri non incorona il Re
UN CALCIO DALL’ALTRO MONDO
Se Il buongiorno si vede dal mattino..
LA JUVENTUS, NONOSTANTE TUTTO, SA SOLO VINCERE
La settimana incubo dei Ronaldos
ITALIANI VALENTI(NI)
Le ultime parole famose..
Il calcio e l'ipocrisia, seconda puntata
Champions; TRE Italiane nei quarti, ma fu vera gloria?
Quel Tyson a Sanremo..
Inter, un derby da tripla beffa.

:: ROCCA, IL COMMISSARIO DELLA NEVE

Non vedevano l'ora di scatenarsi. Titoloni, foto, celebrazioni. Ma soprattutto paragoni scomodi, che forse il diretto interessato avrebbe evitato volentieri. Lui in fondo voleva solo battere una serie di colpi per far vedere che c'era. Giorgio Rocca ha una storia mediatica tutta particolare.
Che forse può dare la reale dimensione delle capacità intuitive di chi mercanteggia il nome di un atleta in cambio del vil denaro (oggi si chiama manager..)
Si sa che da anni l'Italia dello sci attende il nuovo messia, ovvero colui in grado di far rivivere le gesta di Alberto Tomba. Ebbene, alle porte si affaccia questo ventiseienne timido, faccino pulito, da bravo ragazzo, che gradualmente piazza successi in Coppa del Mondo, specialità slalom.
Un paio nel 2003, uno solo nel 2004, tre nel 2005. Niente di straordinario intendiamoci, comparato ai fuoriclasse del circo bianco. Ma la stoffa c'è e chi dovrebbe essere sarto se ne accorge. Solo che i paragoni con l'ex Albertone nazionale ancora non reggono. Chi era abituato a spremere un campione invincibile non presta attenzione a chi in fondo non ha ancora dimostrato continuità di risultati.
Giorgio Rocca così parte per la stagione in corso con un paradosso che pare doppio. Da una parte, come appena detto, nessuno è disposto ancora ad investire centinaia di euro su un atleta ancora punto interrogativo come rendimento. Dall'altra pero', scelta ancora piu' grave, nessuno dei nostrani "Einstein dell'advertising" fa un ragionamento da puro scommettitore. Ovvero, a gennaio 2006 ci saranno le Olimpiadi invernali in Italia. Perchè non puntare , e nemmeno alla cieca visto il talento e le sporadiche vitttorie precedenti, qualche fish sullo sciatore italiano piu' promettente?
Mah, mistero. Fatto sta che Rocca parte bene, centrando subito in otto giorni due successi in Coppa del Mondo, a Beaver Creek e Campiglio. E la magagna tutta italica esce allo scoperto. Anche perchè l'ormai trentenne azzurro qualche sassolino dalla scarpa se lo vuole togliere. Si presenta cosi' in un paio di trasmissioni radiofoniche nazionali (le piu' seguite) e si presta con ironia al più classico degli "AAA affittasi spazio". Perchè al di là dello specifico attrezzo tecnico, ovvero sci, scarponi e guanti, Rocca non ha uno straccio di sponsor che abbia creduto nel suo exploit.
Le vittorie in slalom intanto continuano. Salgono a cinque filate, impresa finora riuscita solo ad immortali come Stenmark, Gilardelli e appunto Tomba, il cui record è addirittura di nove trionfi consecutivi.
E si scatena la piu' classica delle rincorse "riparatorie". Che adesso frutta al 30enne carabiniere circa 80mila euro a trionfo. Sono 14 al momento gli accordi sottoscritti con case disposte ad investire sulla sua sciata fluida e vincente. Ma se continuerà con questi ritmi, prezzi e joint venture saranno destinate a lievitare.
Quello che pero' appare sconvolgente è il colpevole ritardo di chi certi fenomeni in via di esplosione dovrebbe saperli leggere e intuire dopo anni di monitoraggio. Mi spiego; si parla tanto da noi di specializzazioni anche universitarie in marketing, merchandising e altre parolone straniere che fanno moda.
Ma alla prova dei fatti, il successo di Rocca ha evidenziato una carente capacità di lettura da parte di chi fa questo di professione.
Due spiegazioni. Da una parte forse il calcio ha abituato male ( o troppo bene) i cacciatori di
moneta sonante legata alle gesta o all'immagine dei pedatori della domenica. Il ritorno su qualsiasi prodotto legato a chi è costantemente sotto gli occhi di decine di telecamere è praticamente certo.
Ma forse c'è un altra chiave di lettura nello spiegare il "buco" preso da chi l'investimento Rocca lo poteva gestire con cifre decisamente minori senza dover ricorrere a spese esose riparatorie. Lo sport, o meglio la disciplina in cui ci si cimenta, minimamente va conosciuta dal e sul campo. Per capirne sfumature,contorni ma anche e soprattutto meccanismi psicologici di un potenziale campione in erba. Sono straconvinto che all'enorme mole di laureandi in materia ai vari atenei di fama nazionale, questa lezione non sia assolutamente arrivata e mai arriverà.
Perchè chi insegna loro difficilmente è stato atleta anche solo un pochino. E tra le teoria e la pratica il divario è enorme. E perchè in fondo seguire l'insegnamento che un investimento va ponderato bene significa se non altro non correre rischi una volta entrati nel ramo del lavoro.
E allora se si parte da qui, dagli adepti della teoria del minino rischio per "salvarsi la panchina" , non lamentiamoci se poi , quando Rocca diventerà come Tomba, un migliaio di maghi del marketing saranno senza unghie.

Paolo Ghisoni


:: TENNIS: A VOLTE (TROPPE) RITORNANO..

Era nell’aria da mesi, è diventato presto d’attualità proprio come notizia di inizio anno. Martina Hingis, fenomenale esempio di precocità del tennis femminile, ritiratasi un paio di stagioni orsono per guai fisici, torna ad abbracciare il suo mondo. Lo fa perché la racchetta l’ha portata sul tetto del mondo dopo una marcia programmata sin dalla tenera età. Lo fa anche perché dover lasciare quando in realtà si è nel pieno della maturazione mentale lascia una profonda ferita interna. Ma soprattutto lo fa perché quando un atleta impara a vivere e respirare solo ed esclusivamente tennis, se alla fine le si toglie la chanche di giocare è come se le mancasse l’aria.
Martina ha vissuto in apnea questo periodo di lontananza nonostante desse forzatamente l’impressione di stare bene senza la disciplina che l’ha resa celebre. Nel frattempo ha fatto un po' di tutto, sempre con quel sorriso ostentato a 32 denti; persino l’ippica , e non è una battuta, visto che la svizzera adora cavalcare sin da bambina.
Ma la realtà è che l’equazione iniziale di quando era la regina incontrastata , ovvero che il tennis non poteva prescindere dalla Hingis, ora si è completamente ribaltata. L’ex-campionessa ha finito per essere vittima del più chiara sindrome della culla vuota. Dove però al posto del pargolo ormai uscito dalla vita della mamma che ne crea vivo disagio psicologico , va sostituita la vita monotona ma comunque "riempitiva" del circuito femminile.
Martina non ha decisamente bisogno di soldi, visto che ha messo via tra premi e sponsor, rirorse economiche sufficienti anche per reincarnarsi e vivere altre due vite agiate. L’ha spinta allora, oltre alla volontà di tornare sotto la luce dei riflettori, la terribile solitudine che l’attanagliava lontano dai rettangoli verdi. Perché puo’ essere vero che coi i soldi ti puoi costruire una vita. Ma è altrettanto vero che se si è rotto qualcosa o si è interrotto un rapporto in modo brusco per cause indipendenti dalla propria volontà (guai fisici nel suo caso) il vil denaro puo’ poco nel rendere la felcità ad una persona.
Alla fine la Hingis non poteva essere felice senza tennis. Perché questo ero lo sport attorno al quale la sua quotidianità era cresciuta e l’aveva resa donna anche precocemente grazie ad incredibili emozioni.
Forse il rientro è stato addirittura posticipato, frenando un po anche la sua smania. La Hingis l’avevamo vista in forma splendente già un anno fa. Certo per riproporsi a livello agonistico serviva una preparazione accurata e specifica. Che indubbiamente il suo straordinario talento ha saputo accorciare quanto a tempi previsti. Quello che è certo è che ancora una volta mamma Melanie ci abbia messo il solito zampino calcolatore , programmando al meglio la rentre’ della figlia anche e soprattutto dal punto di vista mediatico in un torneo dove le migliori non potessere “offuscare” il rientro della ex-stella. Tra l’altro fermata nella propria corsa da un azzurra, Flavia Pennetta, in semifinale.
Quello che appare fortemente un punto dubitativo pero’ a questo punto è il salto di condizione che la Hingis dovrà compiere per tornare a affrontare le attuali giocatrici piu’ forze. Va detto che la campionessa svizzera ha lasciato il tennis in mano allo strapotere fisico delle sorelle Williams, dando l’impressione già allora al di là delle problematiche alle caviglie, di essere di una categoria inferiore nella pesantezza dei colpi. Ora il gap sembra essere ancora piu’ evidente, visto che sono subentrate anche Cljsters e Mauresmo ma tengono Davenport e Pierce. Tutte giocatrici che fanno della forza e della prestanza atletica il proprio credo della racchetta. Senza dimenticare la leggerezza ma la straordinaria efficacia della Henin che infatti nel secondo torneo disputato da Martina le ha subito stoppato la strada con relativa facilità.
Dura dunque per lei risalire la china. La aiuta l’età, la freschezza e magari il ricordo dei tempi che furono. Magari si abbatterà un po quando si accorgerà di non riuscire più a tornare grande. Ma di certo tale tristezza interiore non toccherà mai il livello di inquietudine e di senso di samrrimento che la Hingis ha provato lontano dla tennis. Che è e rimane tutta la sua vita. Come per l’altra Martina, Navratilova, ancora in attività a 47 anni. Una malattia al femminile che ha colpito parecchi ex-fenomeni e non accenna a trovare antidoto? Può darsi. Prossima fermata? Tenete d’occhio Monica Seles

Paolo Ghisoni

:: Il torneo dei maestri non incorona il Re

D’accordo. C’erano almeno una manciata di buone attenuanti. La prima, decisamente la più importante, era che Roger Federer numero uno mondiale incontrastato, veniva da una distorsione alla caviglia destra fresca di sistemazione ma comunque precaria. La seconda era che il Nalbandiam giustiziere in finale dello svizzero era e rimane, come caratteristiche tecniche, una delle poche bestie nere del circuito per il campione elvetico.
La terza e meno importante è un dato statistico. I numeri e i recor sono fatti per essere infranti. E così dopo 24 finali vinte di fila, anche il più grande della racchetta alla fine trova il suo stop. Quasi fisiologico ma comunque giustificato da circostanze che non lo collocavano nelle migliori condizioni possibili.
Sintomatico che Federer sia caduto dopo aver sciupato un vantaggio di due set a zero in finale e dopo una battaglia chiusasi dopo più di quattro ore e mezzo. La differenza tra lui e i maratoneti del quadrato l’ha sempre fatta la qualità di tennis espressa. Ma se il fenomeno è menomato, è chiaro che sia vulnerabile soprattutto per chi ne conosce eventuali debolezza anche in stato di grazia.
David Nalbandian era in realtà l’uomo-riserva di questa Masters Cup, ex ATP Finals, ovvero e comunque il torneo che sulla carta dovrebbe mettere di fronte i migliori otto giocatori della stagione.
Lui se ne stava tranquillamente in Argentina a pescare, e a prendersi un periodo di stop quando è arrivata la convocazione per Shangai. Non era un bel periodo per i tennisti argentini, con gli scandali doping appena emersi legati ai nomi di Puerta e Canas. Eppure David, senza preparazione e soprattutto senza alcuna responsabilità eccessiva, è approdato in Cina giocando poi sul posto, a suo dire, il miglio tennis di sempre.
Un modo per affermare che lui coi sospetti che lo associano ai connazionali, non centra. Perché alle finali c’è arrivato senza preparazione. Ma soprattutto perché in un periodo in cui dovresti essere in vacanza e vieni costretto a ritornare all’agonismo, in teoria se non sostenuto da integratori leciti e non, rischieresti solamente brutte figure.
Shangai, dopo i ritiri di Agassi e Nadal, ha rischiato di essere un torneo monco. Alla fine invece ha avuto in dote un epilogo entusiasmante, di quelli che capitano solamente un paio di volte l’anno.
Dote anche perché fino a questo momento il solo Nadal sembrava poter essere in prospettiva l’unica alternativa valida allo strapotere di Federer. Un atleta straordinario, un talento unico che rischia seriamente di scoraggiare ogni possibile rivalità. Perché il suo tennis è semplicemente inarrivabile e inimitabile. E chi prova ad avvicinarsi nei periodi “caldi”, rimane scottato.
82 vittorie nell’anno e solo 4 sconfitte parlano chiaro. Uno così lo si può sorprendere di rado. E quando accade, al di là di scusanti varie già citate, è veramente il caso di celebrarne il giustiziere. Sperando per il bene e l’equilibrio di questo sport, che l’antidoto, ovvero i segreti su come batterlo, possano diventare un po’ piu’ di dominio pubblico.. Difficile ma non impossibile.

Paolo Ghisoni

:: UN CALCIO DALL'ALTRO MONDO

Alla fine, anche senza la correzione prontamente apportata in vista della prossima tornata di qualificazione, i conti son tornati. Ovvero ai prossimi mondiali tutti e cinque i continenti saranno rappresentati da almeno una propria nazione. Quella che mancava all'appello era una formazione dell'Oceania. Fino a questa edizione un po' penalizzata da un regolamento che le imponeva lo spareggio contro la quinta del girone di qualificazione sudamericano. Si capiva bene allora quali possibilità potesse avere un paese, che sulla carta poteva essere anche le semi-sconosciute Isole Salomone, nel raggiungere il torneo iridato se opposto a forze calcisticamente tra le prime al mondo. Visto che proprio il raggruppamento dell'America latina proponeva quest'anno come quinta forza la "celeste" uruguaiana, compagine campione del mondo nel 1950.
Sarebbe stato comunque, come detto, l'ultimo incrocio così sulla carta sbilanciato. Visto che dai preliminari sudafricani del 2010 comunque il girone oceanico partorirà una qualficata diretta senza più la necessità di sperggiare.
Ma quello accaduto a Sydney tra Australia e Uruguay nella rivincità della doppia sfida di quattro anni fa ha alla fine partorito la soluzione ottimale. E forse più giusta.
Giusta in quanto non era corretto che una nazione forte e ben rappresentata calcisticamente, dopo aver affrontato avversari inferiori, si trovasse di colpo a giocarsi un traguardo mondiale con un'altra che per demeriti propri aveva finito per essere uno "scarto" del girone sudamericano.
Ma giusta anche perchè sono ormai decenni che l'Australia cerca di darsi una struttura europea e compie ingenti investimenti per mettersi al passo con le federazioni calcisticamente più evolute.
Nella terra dei canguri soprattutto la comunità italiana, la più numerosa insieme alla croata, era smaniosa di confrontarsi con l'undici di Lippi, ovvero il simbolo del proprio ceppo d'origine.
Non sembra un caso allora che il cambio di consegne sia stato impostato da un gol siglato da Mark Bresciano, tornante attualmente in forza al Parma, che riequilibrava lo 0 a 1 della sfida d'andata.
E che poi si sia concretizzato col successo ai calci di rigore grazie all'ultimo tiro dal dischetto messo dentro da John Aloisi, ex attaccante della Cremonese.
Insomma, L'Australia raccoglie i frutti della propria europeizzazione e riguadagna dopo 32 anni la partecipazione ad un mondiale. Lo fa ringraziando anche un tecnico come Gus Hiddink, allenatore a mezzo servizio visto che da noi mantiene ancora l'incarico di coach del PSV Eindhoven, recentemente castigatore del Milan in Champions. Un olandese autentico stratega del rettangolo di gioco, che parla poco ma che studia tanto. E soprattutto che sa cavare il meglio dal materiale umano e calcistico che gli mettono a disposizione. Tanto è vero che ha assunto l'incarico part time solamente da quattro mesi.
L'Uruguay di contro paga non a caso l'inconsistenza e la presunzione di giocatori che invece nel nostro campionato o non hanno mai inciso o sono ormai in parabola discendente (Recoba, Pablo Garcia, Zalayeta e Montero su tutti). Ma anche quel pizzico di presunzione annunciato dalle dichiarazioni proprio di Recoba che alla vigilia del match decisivo si lasciava andare a frasi del tipo "L'Uruguay andrà ai mondiali per diritto divino. Non pensiamo nemmeno lontanamente ad una eliminazione. Non sarebbe giusto."
Non è la prima volta che il Signore dimostra di avere altro da fare anziche occuparsi di una semplice sfida di calcio, ancorchè importantissima per milioni di persone..

Paolo Ghisoni

:: Se Il buongiorno si vede dal mattino..

Una domenica mattina qualunque, su un campo da calcio qualunque. O almeno dovrebbe essere così. Perché ad Orbassano, Torino, va in onda (vista la diretta televisiva Sky) il derby tra le formazioni "Primavera" dei due club della Mole. Inutile sottolineare che le recenti vicissitudini societarie hanno tolto ai tifosi Granata la possibilità di rigustarsi una rivalità cittadina strasentita. Il Toro in sostanza in estate è fallito, nonostante i risultati sul campo lo avessero riportato in A. Solo Grazie al "Lodo Petrucci" e all’intervento di Urbano Cairo è rimasto vivo, nel calcio di serie B. L’unica possibilità d’incrocio allora tra i due club resta proprio la soglia del professionismo, ovvero appunto le due compagini "Primavera" dei settori giovanili.
E’ il Torino a giocare in casa. Ma credo che anche a parti invertite la scena vergognosa a cui ha assistito il sottoscritto avrebbe potuto tranquillamente trovare uguale riscontro. La tifoseria (??!) granata presente è comunque numericamente ben rappresentata. E quando i ragazzini degli odiati rivali juventini terminano il riscaldamento e fanno per rientrare negli spogliatoi prima della gara vengano accolti da insulti ma soprattutto da .. sputi. Avete letto bene. Sputi. Calati con perfidia e mira certosina sopra le loro teste da questo gruppo di selvaggi prestati ad uno stadio. E’ possibile una scena del genere in un paese civile dove un gruppo di giovani si trova a disputare un match di pallone. C’è addirittura qualcuno che scrolla le spalle e mi dice: "figurati che lo fanno non solo con quelli di 18 anni ma anche con le categorie dei più piccoli.." Questo è il tratto essenziale a mio avviso di dove sia finito il mondo del calcio. Genitori urlanti, ragazzini alle prese con pressioni assurde e passioni ormai scappate di mano. Questa, oltre ad una denuncia, vuole essere anche pero’ una proposta. Al di là di censure, squalifiche federali o altre sentenze ufficiali, la volontà di porre fine a queste scene da film dell’orrore deve partire necessariamente da un club. O meglio, dal club che gestisce gli ingressi sugli spalti. Perché, d’accordo, è più enfatico e pericoloso se in uno stadio un teppista ci entra con una spranga o un razzo. Ma alla fine se si vuole fare male, nel senso di offendere, lo si può fare anche a mani nude. O offendendo. O perdendo la saliva.. Ed allora è il caso di autosqualificarsi. Questo è il suggerimento. Per la dirigenza granata. Avete deciso di sub-affittare e pagare un campo ad una società dell’hinterland torinese che permette l’ingresso a questi personaggi? Senza prevedere un servizio d’ordine, senza un qualcuno che li metta alla porta? Revocatelo questo mandato. E affidatevi ad un impianto sotto il vostro completo controllo. Ne va della vostra immagine, tanto cara al presidente Cairo. Uno che sta cercando di dare una bella ripulita in casa Torino. Uno che passa per essere un innovatore. E allora quale occasione migliore per cominciare con piccoli segnali. Il buongiorno deve vedersi dal mattino. O almeno così si spera.

Paolo Ghisoni

:: La Juventus, nonostante tutto, sa solo vincere

E' un passatempo sempre in voga anche se onestamente un po' stantio. Quello di bersagliare o comunque trovare dei motivi per attaccare chi si dimostra più forte.
Onestamente la Juventus scattata dai blocchi nella stagione 2005/6 si sta dimostrando nettamente superiore a tutte le voci e cattiverie piombatele addosso.
La verità può anche non essere unica. Nel senso che chi continua a parlare di favoritismi, di scandali doping e di altri illeciti, può anche essere portatore di una minima base di verità. Quello che è assolutamente certo è però il riscontro del campo. E i risultati in tal senso parlano chiaro. Nove successi iniziali consecutivi costituiscono il record assoluto nella storia del campionato di serie A.
Il gruppo di Capello è inciampato solamente in Champions league, contro il Bayern Monaco. Per il resto, solo vittorie. Ed è incredibile come una squadra che ha appena vinto il campionato sappia subito ripartire con la stessa intensità con la quale sul finire della passata stagione ha saputo staccare al fotofinish il Milan.
Eppure, come accenanto, le insidie non mancano.
Un medico sociale e un membro della dirigenza ancora sotto inchiesta per frode sportiva legata a somministrazione pericolosa di farmaci.
Un giocatore fondamentale come Vieira alle prese con la pubalgia, un altro come Del Piero che spesso galleggia tra panchina e campo creando turbative nell'equilibrio dello spogliatoio. E il miglior portiere del mondo, Buffon, fuori causa dal precampionato.
Senza dimenticare Moggi costantemente attaccato per presunti favori arbitrali (l'ultimo legato proprio all'espulsione e alla successiva squalifica del sampdoriano Falchi alla viglia della sfida coi bianoneri).
Da dimenticare invece, col senno di poi, la serie d'attacchi "interni" di Lapo Elkann sulla scarsa capacità di comunicare simpatia proprio da parte della "triade" dirigenziale (lo stesso Moggi, Giraudo e Bettega).
Eppure Nonostante tutto, la Vecchia Signora veleggia a pieno regime verso traguardi sempre di prim'ordine. E' probabile che quest'anno l'obiettivo primario si sposti sulla conquista dell'Europa. Resta però il fato di fatto che per ora i rivali in Italia arrancano. Qualcuno ipotizza che solo Capello sa strigliare e gestire club con parecchi giocattori in corsa per un posto ai mondiali. Ed anche le recenti nominations al Pallone d'oro (con ben nove bianconeri in lizza) sembrano confermare quanto la Juventus sappia valorizzare giocatori di primissima fascia.
Innegabile, tornando al carisma del tecnico friulano, è la capacità motivazionale e il cementare un gruppo attaccato quasi su tutti i fronti. Non a caso in Inghilterra il Chelsea e Mourihno stanno facendo corsa identica ai bianconeri. Li è il tecnico portoghese che si erge a parafulmine anche con atteggiamenti e dichiarazioni provocatorie. Qui da noi invece Capello sceglie il basso profilo, attaccando solo quando lo si vuole provocare. Per il resto, il silenzio e il lavoro restano la migliore medicina a tutti i disturbi esterni. D'altronde la legge del calcio dice che in campo non si può bluffare. E non contano le tante parole spese a contorno di una sfida quanto piuttosto i palloni messi alle spalle del portiere. 18 solo in campionato.
Una media di due a match. Il resto per il club di C.so Galileo Ferraris incide veramente poco.

Paolo Ghisoni


:: La settimana incubo dei Ronaldos

Lo sport come e piu' della quotidianità, è anche e soprattutto casualità. A volte fortuite, altre inquietanti. Di notizie così, nella vita di tutti i giorni, ne abbiamo avute parecchie. Gemelli a cui accadono le stesse cose a centinaia di chilomteri di distanza, animali che fiutano il pericolo e mettono in salvo persone. Oppure anche , piu' in negativo, innamorati di vecchia data che purtroppo perdono la'more per la vita una volta che uno dei due viene a mancare.
Possibile pero' che tra milioni di atleti , a due calciatori che hanno lo stesso cognome ridondante, ovvero Ronaldo, capitino altrettante sventure nel giro di 48 ore.
Certo diverse. Ma sempre fatti spiacevoli.
Il primo Ronaldo, quello piu' celebrato, si azzoppa nel derby contro l'Atletico Madrid ed ora rischia di doversi operare ancora una volta. Il secondo, il piu' giovane e di origine portoghese, viene arretstto sotto l'accusa (presunta) di aver violentato ad inizio ottobre in compagnia di un amico un paio di ragazze in un hotel londinese.
Ora, sugli infortuni del “fenomeno” ci sarebbe da consultare un'autentica bibliografia. L'ultimo ko, capitatogli ad una caviglia, pone il campione brasiliano nella piu' che probabile condizione di doversi sottoporre ad un intervento chirurgo. Aveva appena assaporato la gioia del gol, il terzo, in una stracittadina che nella capitale iberica è parecchio sentita. Dalla gioia al dolore, è passato lo spazio di un secondo, perché ricadendo Ronnie si è procurato una sospetta lesione ai legamenti della caviglia sinistra. Se la terapia “conservativa” di riabilitazione, ovvero recupero senza intervento pereventivo, si rivelerà non efficace, ecco che tra un po di settimane, il campione del mondo in carica con la maglia verdeoro dovrà andare sotto i ferri proprio nella stagione che porta alla difesa del titolo in Germania.
L'altro pasticcio invece è di tutt'altra fattura. Ma non ci sorprenderemmo se alla fine si trattasse di una bufala enfatizzata ad arte dagli scandalistici tabloid inglesi. Non è la prima volta che oltre manica certe presunte storielle anche extraconiugali di atleti vengono rese note solamente nel momento in cui uno di questi quotidiani spazzatura intravedono uno scoop e ci si buttano a capofitto. Peccato che molte volte dati e affermazioni delle presunte vittime non coincidano. E anche nel caso di Cristiano Ronaldo qualche particolare non torna. Come ad esempio la denuncia a scoppio ritardato (alemno 48ore) della due ragazze e una telefonata sospetta fatta da una delle due ad uno di questi caccia-scandali per conoscere l'eventuale offerta in denaro relativa a queste dichiarazioni schock. Il campione del Manchester United si è naturalmente trincerato dietro “l'orribile raggiro”. Senza voler trarre conclusioni affrettate restano pero' almeno tre forti punti interrogativi sulla vicenda. La prima è decisamente il fatto che oramai in Inghilterra , dal caso Beckham a quello Eriksson passando per altri meno noti, il binario-binomio del sensazionalismo sessuale sia ormai un filone trito e ritrito. Non a caso poi gli otto processi che finora hanno coinvolto i calciatori su precedenti simili (violenza) hanno portato ad altettante soluzioni.
Dulcis in fundo, anche se l'apparenza inganna, Cristiano Ronaldo non appare certo uno dei papabili per un eventuale accusa di stupro. Vent'anni, bellissimo ragazzo, strapagato, non avrebbe sulla carta motivi plausibili per convincere con la forza una ragazza a concedersi. E' un po come se succedesse lo stesso ad un bello del cinema quale Clooney o Pitt. Di certo la vicenda, se porterà ad una piena assoluzione, lo convincerà a prender maggiormente le distanze (non piu' magari in soli centimetri) da quelle che ormai appaiono vere e proprie professioniste della caccia al campione celebrato.

Paolo Ghisoni



:: ITALIANI VALENTI(NI)

Ironia della sorte; abbiamo due fuoriclasse, due autentici fenomeni nelle rispettive discipline, una coppia che regala pagine di storia all'Italia dello sport. E come si chiamano? Valentino.. e Valentina.. Ma come? Uno vola sulle piste del motomondiale a medie orarie spaventose, l'altra piazza stoccate piu' veloce di un pistolero del vecchio West!
Ma è sufficiente una piccola pausa nella lettura del nome per scoprire che quello che puo' essere nella realtà sinonimo di rapidità riconducebbe invece a andature da tartaruga.

Peccato pero' che Va..lentino (Rossi) e Va..lentina (Vezzali) siano atleti che sprizzano energia da tutti i pori. Parlare di un campione che è a quota sette titoli nel motomondiale (quinto consecutivo nella classe regina, la 500) appare comunque scontato. E lo sa lo stesso fenomeno di Tavullia che ormai, abituatosi a trionfi su trionfi, cerca di ravvivare l'interesse intorno a se stesso, cercando di festeggiare ogni volta in maniera piu' pittoresca ed originale. L'ultima trovata, dopo che in Qatar aveva matematicamente centrato il settimo titolo iridato, è stata allestire una scenografia artigianale con sette amici travestiti da sette nani e lui nei panni di Biancaneve.
Nulla di cosi' eclatante ma certamente altrettanto coinvolgente la festa privata piu' riservata di Valentina Vezzali, la nostra plurimedagliata campionessa di scherma, che a Lipsia in Germania ha conquistato il 4 oro individuale ai mondiali. Gia' di per se' un'impresa strepitosa, in aggiunta a due ori olimpici, in fatto di longevità agonistica. A cui la 31enne jesina ha saputo aggiungere un piccolo irrilevante particolare. Ovvero l' aver centrato questo traguardo (ribadiamo, MONDIALE) 122 giorni dopo essere diventata mamma! D'accordo, non è la prima donna capace di tornare a vette cosi' alte dopo una gravidanza. Una su tutte, Josefa Idem, pluri olimpionica di canoa. Ma un conto è preparare e prepararsi ad un evento che ha il suo clou ogni quatto anni, un conto è scoprire nemmeno un anno fa di essere incinta, il9 dicembre del 2004, partorire Pietro il 9 giugno 2005 e vincere il 9 ottobre scorso il suo quarto oro Mondiale. Roba da superdonna che pero' ha nella semplicità e nell'essere anti-personaggio il suo credo esistenziale. E lo conferma l'entourage strettamente familiare, ovvero il marito Mimmo (calciatore del Gela) e mamma Enrica. Che l'hanno aiutata in questa rincorsa ai piu' apparsa folle. Visto che Valentina aveva preso la bellezza di 20 chili durante la gravidanza. E che al contemporaneo lavoro di mamma (con poppate notturne) non ha mai rinunciato. Sono stati loro i primi a festeggiare queto traguardo incredibile. Ma lo hanno fatto nel modo piu' casuale possibile, ovvero girovagando sul corso di Jesi alla caccia di un bar con annesso televisore che si collegasse con la Germania. Gia', perché alla Rai forse le lezioni non bastano mai.. Dopo il boom di ascolti della pallavolo maschile vincitrice del titolo europeo, forse anche l'epilogo dei mondiali di scherma con una rappresentante italiana ( e che rappresentante!) in gara potevano valere una diretta sui tre canali nazionali. Invece La Vezzali è stata confinata su Rai Sport (canale satellitare) e il terzetto familiare ha dovuto vivere queste emozioni in “trasferta”, lontano dalla consueta quiete di casa.

Recita un detto che “tutto è bene quel che finisce bene”. Ma c'e da scommeterci che chi ha deciso, o peggio non pensato, di non regalare alla nostra atleta una platea televisiva nazionale (magari qualche chiacchiera tolta a Domenica.in poteva valerne la pena..) non ha vissuto serenamente il trionfo di Valentina.

E chissà che tra un po' Pippo Baudo, per ironia del destino, nel rivisitare proprio nel suo pomeriggio domenicale, la storia d'Italia anche sportiva, non si trovi al paradosso di celebraresullo stesso canale in differita una leggenda della scherma che poteva essere raccontata in diretta..

Paolo Ghisoni



:: Le ultime parole famose..

Ma perché ogni volta che il binomio interista/intervista alla vigilia di un big match non è all’insegna del basso profilo ne esce inevitabilmente una batosta per i colori nerazzurri. Non bastano anni di magre in campionato per capire che prima di lasciarsi andare a dichiarazioni bellicose bisogna anche e soprattutto dimostrare di essere una squadra continua?
Sono stati sufficienti due trofei minori (una Coppa Italia ed una Supercoppa italiana, proprio sulla Juve) ed un paio di vittorie al Delle Alpi contro la squadra piu’ medagliata della penisola, la Juventus, per presentarsi al big-match della sesta di campionato in corso con la convinzione che a Torino fosse quasi una passeggiata.
Su tutte le parole del patron Moratti “Vincere da loro ormai è un’abitudine” risuonano ora fastidiose e piu’ che mai inappropriate. D’accordo, i giornali a volte le sentenze quasi te le estorcono. E chi alla vigilia di una sfida ricca di storia, emozioni e fascino, si mostra piu’ spocchioso alla fine puo’ anche sembrare piu’ sicuro nei propri mezzi.
Ma il pensiero e i sentimenti di una tifoseria da stagioni abituata a soffrire in silenzio forse meriterebbero maggiore considerazione. Alzi la mano chi tra i sostenitori della Beneamata ha avanzato in settimana pretese di risultato pieno.
Contro una Juventus lanciata a mille e al gran completo e di contro senza l’uomo di maggiore personalità, Veron, bloccato dall’influenza, Mancini ha capito quanta strada debba ancora percorrere il suo gruppo per raggiungere le vette bianconere. Proprio da lui comunque era arrivato l’esempio piu’ appropriato nelle conferenze stampa pre-gara. Rispetto ma anche fiducia nelle possibilità interiste. Ma nessuna parola ridondante o euforiche riguardo a cavalcate di salute in quel di Torino. Una sintonia che anche il nemico della serata, Capello, aveva sottoscritto in pieno, nonostante una carriera fatta di titoli centati ovunque. Ora se Don Fabio al massimo si lascia sfuggire un “sento sensazioni positive per la mia squadra e i miei difensori”, centrando in pieno l’esito della supersfida, non si capisce come dall’altra parte ci si possa lasciar sfuggire un “vincere a Torino ormai rappresenta la normalità”..
Quasi nessuno di vero sangue nerazzurro lo pensava. Moratti, ribadiamo, lo ha enunciato euforicamente non tenendo conto nemmeno della componente scaramantica. Come se 17 anni senza scudetto fossero una bazzecola. Come se la pessimistica legge di Murphy (se qualcosa deve andare storto, sta sicuro che andra’ così) non abbia nemmeno un minimo fondo di verità. Viene in mente una recente commedia cinematografica con Billy Cristal e Debra Winger, “Forget Paris”. Ne consigliamo fortemente la visione al patron nerazzurro. Nel cuore della trama, la protagonista femminile, prima dell’evento piu’ importante della vita di coppia, si lascia sfuggire un “Non ti preoccupare tesoro, sarà uno scherzetto..” E da lì in avanti succede l’impossibile quanto a imprevisti e debacle dei nostri eroi..
In fondo, anche prima di rimediare quello 0 a 2 senza appello a Torino, c’è chi pensava ad alta voce che ormai vincere Delle Alpi fosse uno scherzetto..

Paolo Ghisoni



:: Il calcio e l'ipocrisia, seconda puntata

Tutto fermo solo una settimana fa, per rendere omaggio al Santo Padre.
Addirittura stop al campionato 15 giorni prima, qando giocare col Giovanni Paolo II sul punto di morte pareva un atto di grave insensibilita'. Avevamo abbozzato una teoria che privilegiava l'ipocrisia e il timore che qualche deficiente/delinquente si dimostrasse tale anche quando c'era da mostrare un minimo rispetto per una figura storica che ci stava lasciando. E sono bastati pochi giorni di attesa per avere purtroppo ragione. Nell'arco di sole 70 ore l'Italia dei tifosi, o meglio l'Italia degli Ultras, ha dimostrato cosa sia in grado di combinare. Prima una domenica di scontri e insulti all'insegna delle ideologie (?!)
politiche. Quindi un martedi' dedicato alla Champions League che doveva essere una festa dello sport milanese e si e' invece trasformata in una notte da incubo con la sospensione per lancio di oggetti della partita. Ci sono due cose che , come direbbero i nostri nonni, fanno ridere per non piangere.
La prima e' che a distanza di anni, di episodi incredibilmente violenti e di esempi che i vicini paesi ci hanno mostrato, noi continuamo a subire e probabilmente pagare come contribuenti, gli atti di vandalismo di un migliaio di delinquenti celati dietro la fede calcistica;
La seconda é che oltre a questo, qualcuno si permette di dare loro anche visibilità televisiva di prim'ordine , invitando i capi di questi imbecilli a dissertare tranquillamente nei salotti di seconda serata. Ho sentito con le mie orecchie un paio di loro addirittura lamentarsi circa
la cultura repressiva delle forze del'ordine italiane. Ma non solo. A chi faceva notar loro che in Inghilterra con pene esemplari e con disciplina a cominciare dal rispetto dei posti allo stadio, il fenomeno violenza era stato debellato, uno di questi Einstein del tifo si è permesso di rispondere: " Noi non accetteremo mai di vivere la partita emotivamente come loro.
Ovvero fermi al nostro posto, ingessati, incapaci di gridare la nostra fede. Noi dobbiamo esprimerci liberamente; altrimenti cosi' si uccide il tifo" Sapete cosa vi dico: Magari! Prima che questa mandria di selvaggi uccida il calcio!
Le contromisure ci sono per arginarli. Basta solo copiare chi lo ha saputo fare; Senza che ci si metta di mezzo la politica con strumentalizzazioni sulle liberta' individuali.
Quelli che mascherandosi con bandiere o sciarpe mettono a ferro e fuoco l'Italia ogni domenica in lungo e in largo vanno trattati come delinquenti. E dunque puniti in maniera esemplare. Inutile girarci troppo intorno. Il nostro governo del calcio ha i mezzi per ripulire l'ambiente. Non si sa se ne ha la volonta', visto che auesti personaggi sono per lo più gia' plurisegnalati e conosciuti.
Ma credo che ora si sia passato veramente il segno. Perché le figuracce a cui vanno incontro quelli che ci mettono la faccia rischiano veramente di essere delegittimanti.
Basti solo pensare alle decisioni e alle dichiarazioni del presidente di lega Galliani in queste due giornate in cui la violenza ha sopraffatto lo sport.
Prima "sospendere il campionato era un atto dovuto di rispetto verso il Papa" E la domenica successiva infatti, quando é stata recuperata la giornata sciftata, il messaggio e' stato talmente recepito che un ottantina di agenti sono finiti in vari pronto soccorso della penisola.. Ma indubbiamente peggiore é stata l'intempestività con cui sempre Galliani ha lodato la grande civiltà del pubblico milanese prima del derby di ritorno; il quesito era il seguente: "alla luce delle violenze recenti, c'é il rischio che le tensioni di questa sfida si spostino sugli spalti??- "Assolutamente no - ha chiosato il predidente di Lega - Milano ha piu' volte dimostrato un alto grado di civilta' sportiva..."
Eccoci..

Paolo Ghisoni



:: Champions; TRE Italiane nei quarti, ma fu vera gloria?

Bella e trascinante questa ondata di titoloni patriottici. In fondo tre formazioni italiane tra le prime otto d’Europa nella competizione calcistica piu’ blasonata sono indubbiamente un evento da celebrare. Era gia’ successo due anni fa, quando dopo il derby milanese in semifinale, a Manchester proprio i rossoneri prevalsero ai rigori sulla Juventus.
Ora, sperando in un sorteggio benevolo, la combinazione favorevole, ovvero una finale made in Italy, si puo’ riproporre.
Quello che pero’lascia un po’ piu’ perplessi è l’eccessiva enfasi sui meriti dell nostro movimento, in grado di approcciare traguardi così ambiti.
Perché, in fondo, se analizziamo bene la situazione, soprattutto a livello statistico, finiremmmo per accorgerci che il nostro tronfio nazionalismo si basa su fondamenta semi inesistenti. Basta dare un’occhiata ai marcatori delle sfide che hanno consentito alla triade azzurra di centrare i quarti di finale. Andiamo per ordine. La sfida Manchester United-Milan la risolve , sia all’andata che al ritorno, l’argentino Crespo (foto a destra) . La juventus ribalta lo 0-1 di Madrid, superando con le reti di Trezeguet (francese) e Zalayeta (uruguaiano) il Real. L’Inter supera il Porto impattando 1 a 1 in trasferta grazie alla rete di Martins (nigeriano) e travolgendo l’11 di Couceiro grazie alla tripletta di Adriano (brasiliano, foto in basso).
Se il gol è l’essenza del calcio, festeggiare questo traguardo come il trionfo dell’Italia del pallone, è perlomeno azzardato alla luce di questi dati.
E si puo’ andare oltre. In una delle ultime gare del nostro campionato, proprio i nerazzurri nella gara casalinga contro il Lecce, sono riusciti a schierare ben 11 giocatori stranieri.
Dopo la Sentenza Bosman, è stata una corsa infinita allo status di comunitario. Tutti alla caccia di un bisnonno ad Acireale o di un trisavolo in un altro paesino dove in fondo, dimostrare un legame genealogico con questo o quel fuoriclasse del pallone,poteva anche non essere difficilissimo.
Questi sono comunque i risultati. Da un lato, certo lodevoli, quando l’Europa deve fare i conti con il nostro terzetto meraviglia.
Poi pero’ non meravigliamoci se saranno gli stessi adulatori del momento a criticare ferocemente la nostra nazionale quando i risultati a livello internazionale mancheranno. Perché se alla fine si scelgie l’esterofilia a tutti i costi, per questioni di moda o di convenienza, a discapito dei talenti nostrani, è normale che poi in qualche settore del campo, la nostra massima rappresentativa calcistica abbia lacune o non riesca ad ottenere il giusto equilibrio.
Una squadra è il sintomatico processo di crescita di un gruppo. Progressivo, fatto anche di errori.
Se pero’ viene negata tale possibilità per ottenere tutto e subito o per seguire altre logiche,
allora arrendiamoci a raccoglierne i frutti solo in determinate stagioni.

Paolo Ghisoni


:: Quel Tyson a Sanremo..


Per qualcuno un esempio di scarsa capacita’giornalistica. Per altri un servizio da tv pubblica francamente condannabile. Mike Tyson, ex- pluricampione dei pesi massimi, è stato il personaggio fiore all’occhiello del Festival sanremese. Un passato da indistruttibile del ring, un trapassato (gli si augura) con condanne per violenze sessuali e aggressioni e un presente sempre piu’ incerto. Insomma un esempio di come complicarsi la vita dopo essersi affrancato grazie alla “nobile arte” dal ghetto newyorkese. L’averlo invitato per un’intervista esclusiva sul palco dell’Ariston dietro un compenso che si aggirava sui 150milioni di vecchie lire ha pero’ suscitato inevitabili polemiche. Tra chi ne sosteneva francamente l’evitabilità, visto gli scarsi valori morali dell’uomo Tyson, e chi invece lo avrebbe voluto piu’ in difficoltà sotto le domande un po troppo concilianti del presentatore Bonolis. Quello che pero’ a mio avviso emerge dal vis a vis teletrasmesso dalla riviera dei fiori è la visione di un atleta che voleva strenuamente riabilitare l’immagine di se stesso. Facendolo pero’ con parole un po’ troppo elaborate e con concetti filosofici francamente eccessivi per un ex- ragazzino sfuggito alla morsa della delinquenza. Tyson ha duettato con il nostro attuale numero uno del tubo catodico quanto a entertainment, mostrando anche e soprattutto il lato debole del suo personaggio. Ovvero il disagio per le luci dei riflettori che non fossero quelle del ring. Sudava copiosamente e al tempo stesso snocciolava frasi di senso incompiuto rispetto al disagio che si percepiva. Senza tra l’altro che le domande di Bonolis toccassero direttamente le accuse di stupro. E’ li’ che l’animo puritano di piu’ di un italiano si è ribellato. “Ma come, lo invitate strapagandolo, lo presentate come una star e manco ci provate a fargli espiare pubblicamente i propri presunti peccati?” Come se non bastasse Mike si è anche scagliato contro il sistema giudiziario americano, etichettandolo come una macchina che deve funzionare per forza e per questo emettere condanne anche senza senso. Un diritto di replica insomma che per piu’ di uno spettatore (ma soprattutto critico televisivo) ha rappresentato piu’ un disservizio pubblico piu’ che uno scoop giornalistico, vista la scarsa moralità del messaggio trasmesso. Sarà anche così. Ma volendo leggere anche la situazione minimanente dal lato opposto, forse tutte quei commenti di condanna Tyson non li meritava. Perché in fin della fiera Mike fa parte di quella schiera di fenomeni dello sport (Maradona capofila) trasformati in macchinette per far soldi e poi scaricate quando la fortuna ti gira le spalle. Mi ricorda personalmente il velocista ben Johnson e la sua parabola dopo l’accusa di doping. Fino ad allora giudicato un mito, dopo Seul infangato e distrutto come persona piu’ che come atleta. Al di la di evidenti responsabilità personali, comunque piu’ sfruttato che consigliato, troppo assecondato che educato. Di lui ho un ricordo personale indelebile che lo marchia a fuoco. Ad inizio anni novanta, nel pieno del suo fulgore agonistico, venne a Milano per diletto e e fu catturato per un’esclusiva televisiva dall’allora gruppo di TeleCapodistria di cui il sottoscritto faceva parte. Grandi e sperticate lodi in quell’ora di analisi-intervista sul fenomeno d’imbattibilità. E complimenti anche e soprattutto al pittoresco Don King, . Quello che si autodefiniva, vista l’infanzia difficile del piccolo Tyson, “il vero padre” del campione. Il manager tuttofare che gli procurava avversari e soldi a palate. Il mentore che l’ accompagnava nelle foto di rito fuori dallo studio e nei successivi shopping milionari Come avvenne anche in quella mattinata milanese. Prima pero’ la macchina di Mike, sulla strada per via Montenapoleone, fece una sosta che definire “fisiologica” è perlomeno azzardato. Al capriccioso campione dei massimi si era improvvidamente alzato l’ormone del desiderio e il suo autista accosto’ in zona Parco Lambro per favorire l’approccio ad alcune signorine in abiti discinti. Inutile scendere in dettagli. Quello che conta è l’analisi del comportamento pubblico concesso e permesso ad un allora numero uno dello sport. Senza che nessuno lo consigliasse diversamente o lo facesse ragionare sull’opportunità di tale capriccio. Perché di questo si trattava. Di un qualcosa che, come un gelato fuori orario ad un bambino piccolo, si poteva evitare. Chi lo poteva aiutare allora, nel forzare e contrastare qualche suo colpo di testa, ha preferito assecondarlo. E lo ha fatto sino a quando la macchinetta Tyson produceva miliardi sul quadrato. Solo chi conosce un po piu’ a fondo la vicenda umana , puo’ allora domandarsi qualcosa di diverso rispetto alla morale comune. Forse giustamente, quindici anni dopo, sul palco dell’Ariston, c’era solo Mike, a metterci la faccia per tutti gli errori del passato. Ma in un mondo ideale al sottoscritto sarebbe piaciuto veder improvvisamente spuntare quel pagliaccio di Don King a tergergli il sudore e magari soddisfare qualche curiosità certo piu’ imbarazzante di quelle girategli dal Bonolis di turno. Perché un buon padre, o presunto tale, è sempre disposto a discutere e magari assumersi la responsabilità di alcuni errori del figlio. Non a dileguarsi da perfetto sconosciuto.

Paolo Ghisoni


:: Inter, un derby da tripla beffa.
Si sa ed è ormai ripetuto fino alla noia. Nel derby, nella stracittadina che condiziona commenti e umori per il resto dell'annata, conta solo vincere. Soprattutto se si tratta di quello di ritorno. Ovvero quello che ti zittisce, senza possibilità di rivincite, sino al prossimo campionato.
Quello di Milano giocatosi nel weekend alle spalle premia oltre i meriti espressi sul campo l'undici rossonero, cinico nel capitalizzare l'unica vera occasione capitata sottoporta. Ed oltre al verdetto del campo, che lancia i "cugini" sulla scia della Juventus, l'Inter deve incamerare una serie di contraccolpi negativi dai quali dovrà dimostrare di sapersi riprendere il piu' presto possibile visto il prossimo impegno di Champions League col Porto. Primo fra tutti, il definitivo accantonamento dei sogni scudetto. D'accordo, erano soprattutto sogni, visto il continuo dilapidare di occasioni nelle ultime settimane. Ma un sogno aiuta a vivere meglio. E finchè Juventus e Milan continuavano a balbettare, gli uomini di Mancini potevano nutrire anche questa chimera. Se non altro perche' sino ai minuti finali della giornata precedenti il distacco tra le prime della classe e i nerazzurri potrevano veramente assottigliarsi di parecchio. Le contemporanee reti vittoria milanista sul Cagliari e del pareggio udinese contro la Beneamata hanno pero' riproposto una distanza sicurezza semi-incolmabile tra le due compagini milanesi. Restava allora il successo illusorio ma anche di prestigio al gruppo Moratti. Quello che facesse respirare un altra aria in casa Inter. Quello che facesse perdurare il record di imbattibilità stagionale. Quello insomma che dimostrasse una prova di personalità da parte della squadra che rimane la maggiore indiziata al ruolo di delusione stagionale in campionato. Niente di tutto questo. Sfumate una serie di ipotesi in un sol colpo; quello casuale di Kakà davanti a Toldo, complice un Emre addormentato sul palo che sulla conclusione ciabattata di Gattuso teneva in gioco sia il brasiliano che Crespo.
Stop alle ambizioni (minime) di titolo. Stop al primato addirittura continentale di 21 vittorie
e 21 pareggi senza la macchia negativa di un solo ko. Ma soprattutto Stop contro la rivale peggiore, quella che si aspetta forse piu' della Juventus, con l'ambizione dichiarata di provare la superiorità cittadina. E' da tanto, troppo tempo, che la società di Via Durini aspetta un trionfo nazionale che funga da panacea di tutti i mali. Ma puntualmente tra harakiri e altri contrattempi (chiamiamoli così..) il successo finale sfugge. Resta ancora l'obiettivo forse ancora piu' prestioso ma altrettanto improbabile; Quello della Champions League, tra l'altro scappato di mano , sempre in maniera beffarda, due stagioni fa ad opera sempre del Milan.
Ma la sensazione è che manchino troppi tasselli per improvvisare in Europa un cammino perfetto che porti perlomeno alla finale di Instanbul. D'accordo, una delle rivali resta proprio la dirimpettaia di Ancelotti, che vista vincere nel derby non desta particolare impressione. Restano pero' altri club come Real o Juventus, Chelsea, Barcellona o Bayen Monaco ad infoltire la rosa delle pretendenti.
E lì si puo' stare certi che se si vuole passare indenni da queste "forche caudine" servirà un Inter che esprima finalmente tutte le sue potenzialità senza concedere la minima sbavatura.

Paolo Ghisoni