Non
vedevano l'ora di scatenarsi. Titoloni, foto, celebrazioni.
Ma soprattutto paragoni scomodi, che forse il diretto interessato
avrebbe evitato volentieri. Lui in fondo voleva solo battere
una serie di colpi per far vedere che c'era. Giorgio Rocca
ha una storia mediatica tutta particolare.
Che forse può dare la reale dimensione delle capacità
intuitive di chi mercanteggia il nome di un atleta in cambio
del vil denaro (oggi si chiama manager..)
Si sa che da anni l'Italia dello sci attende il nuovo messia,
ovvero colui in grado di far rivivere le gesta di Alberto
Tomba. Ebbene, alle porte si affaccia questo ventiseienne
timido, faccino pulito, da bravo ragazzo, che gradualmente
piazza successi in Coppa del Mondo, specialità slalom.
Un paio nel 2003, uno solo nel 2004, tre nel 2005. Niente
di straordinario intendiamoci, comparato ai fuoriclasse
del circo bianco. Ma la stoffa c'è e chi dovrebbe
essere sarto se ne accorge. Solo che i paragoni con l'ex
Albertone nazionale ancora non reggono. Chi era abituato
a spremere un campione invincibile non presta attenzione
a chi in fondo non ha ancora dimostrato continuità
di risultati.
Giorgio Rocca così parte per la stagione in corso
con un paradosso che pare doppio. Da una parte, come appena
detto, nessuno è disposto ancora ad investire centinaia
di euro su un atleta ancora punto interrogativo come rendimento.
Dall'altra pero', scelta ancora piu' grave, nessuno dei
nostrani "Einstein dell'advertising" fa un ragionamento
da puro scommettitore. Ovvero, a gennaio 2006 ci saranno
le Olimpiadi invernali in Italia. Perchè non puntare
, e nemmeno alla cieca visto il talento e le sporadiche
vitttorie precedenti, qualche fish sullo sciatore italiano
piu' promettente?
Mah, mistero. Fatto sta che Rocca parte bene, centrando
subito in otto giorni due successi in Coppa del Mondo, a
Beaver Creek e Campiglio. E la magagna tutta italica esce
allo scoperto. Anche perchè l'ormai trentenne azzurro
qualche sassolino dalla scarpa se lo vuole togliere. Si
presenta cosi' in un paio di trasmissioni radiofoniche nazionali
(le piu' seguite) e si presta con ironia al più classico
degli "AAA affittasi spazio". Perchè al
di là dello specifico attrezzo tecnico, ovvero sci,
scarponi e guanti, Rocca non ha uno straccio di sponsor
che abbia creduto nel suo exploit.
Le vittorie in slalom intanto continuano. Salgono a cinque
filate, impresa finora riuscita solo ad immortali come Stenmark,
Gilardelli e appunto Tomba, il cui record è addirittura
di nove trionfi consecutivi.
E si scatena la piu' classica delle rincorse "riparatorie".
Che adesso frutta al 30enne carabiniere circa 80mila euro
a trionfo. Sono 14 al momento gli accordi sottoscritti con
case disposte ad investire sulla sua sciata fluida e vincente.
Ma se continuerà con questi ritmi, prezzi e joint
venture saranno destinate a lievitare.
Quello che pero' appare sconvolgente è il colpevole
ritardo di chi certi fenomeni in via di esplosione dovrebbe
saperli leggere e intuire dopo anni di monitoraggio. Mi
spiego; si parla tanto da noi di specializzazioni anche
universitarie in marketing, merchandising e altre parolone
straniere che fanno moda.
Ma alla prova dei fatti, il successo di Rocca ha evidenziato
una carente capacità di lettura da parte di chi fa
questo di professione.
Due spiegazioni. Da una parte forse il calcio ha abituato
male ( o troppo bene) i cacciatori di
moneta sonante legata alle gesta o all'immagine dei pedatori
della domenica. Il ritorno su qualsiasi prodotto legato
a chi è costantemente sotto gli occhi di decine di
telecamere è praticamente certo.
Ma forse c'è un altra chiave di lettura nello spiegare
il "buco" preso da chi l'investimento Rocca lo
poteva gestire con cifre decisamente minori senza dover
ricorrere a spese esose riparatorie. Lo sport, o meglio
la disciplina in cui ci si cimenta, minimamente va conosciuta
dal e sul campo. Per capirne sfumature,contorni ma anche
e soprattutto meccanismi psicologici di un potenziale campione
in erba. Sono straconvinto che all'enorme mole di laureandi
in materia ai vari atenei di fama nazionale, questa lezione
non sia assolutamente arrivata e mai arriverà.
Perchè chi insegna loro difficilmente è stato
atleta anche solo un pochino. E tra le teoria e la pratica
il divario è enorme. E perchè in fondo seguire
l'insegnamento che un investimento va ponderato bene significa
se non altro non correre rischi una volta entrati nel ramo
del lavoro.
E allora se si parte da qui, dagli adepti della teoria del
minino rischio per "salvarsi la panchina" , non
lamentiamoci se poi , quando Rocca diventerà come
Tomba, un migliaio di maghi del marketing saranno senza
unghie.
Paolo Ghisoni
::
TENNIS: A VOLTE (TROPPE) RITORNANO..
Era
nell’aria da mesi, è diventato presto d’attualità
proprio come notizia di inizio anno. Martina Hingis, fenomenale
esempio di precocità del tennis femminile, ritiratasi
un paio di stagioni orsono per guai fisici, torna ad abbracciare
il suo mondo. Lo fa perché la racchetta l’ha
portata sul tetto del mondo dopo una marcia programmata
sin dalla tenera età. Lo fa anche perché dover
lasciare quando in realtà si è nel pieno della
maturazione mentale lascia una profonda ferita interna.
Ma soprattutto lo fa perché quando un atleta impara
a vivere e respirare solo ed esclusivamente tennis, se alla
fine le si toglie la chanche di giocare è come se
le mancasse l’aria.
Martina ha vissuto in apnea questo periodo di lontananza
nonostante desse forzatamente l’impressione di stare
bene senza la disciplina che l’ha resa celebre. Nel
frattempo ha fatto un po' di tutto, sempre con quel sorriso
ostentato a 32 denti; persino l’ippica , e non è
una battuta, visto che la svizzera adora cavalcare sin da
bambina.
Ma la realtà è che l’equazione iniziale
di quando era la regina incontrastata , ovvero che il tennis
non poteva prescindere dalla Hingis, ora si è completamente
ribaltata. L’ex-campionessa ha finito per essere vittima
del più chiara sindrome della culla vuota. Dove però
al posto del pargolo ormai uscito dalla vita della mamma
che ne crea vivo disagio psicologico , va sostituita la
vita monotona ma comunque "riempitiva" del circuito
femminile.
Martina non ha decisamente bisogno di soldi, visto che ha
messo via tra premi e sponsor, rirorse economiche sufficienti
anche per reincarnarsi e vivere altre due vite agiate. L’ha
spinta allora, oltre alla volontà di tornare sotto
la luce dei riflettori, la terribile solitudine che l’attanagliava
lontano dai rettangoli verdi. Perché puo’ essere
vero che coi i soldi ti puoi costruire una vita. Ma è
altrettanto vero che se si è rotto qualcosa o si
è interrotto un rapporto in modo brusco per cause
indipendenti dalla propria volontà (guai fisici nel
suo caso) il vil denaro puo’ poco nel rendere la felcità
ad una persona.
Alla fine la Hingis non poteva essere felice senza tennis.
Perché questo ero lo sport attorno al quale la sua
quotidianità era cresciuta e l’aveva resa donna
anche precocemente grazie ad incredibili emozioni.
Forse il rientro è stato addirittura posticipato,
frenando un po anche la sua smania. La Hingis l’avevamo
vista in forma splendente già un anno fa. Certo per
riproporsi a livello agonistico serviva una preparazione
accurata e specifica. Che indubbiamente il suo straordinario
talento ha saputo accorciare quanto a tempi previsti. Quello
che è certo è che ancora una volta mamma Melanie
ci abbia messo il solito zampino calcolatore , programmando
al meglio la rentre’ della figlia anche e soprattutto
dal punto di vista mediatico in un torneo dove le migliori
non potessere “offuscare” il rientro della ex-stella.
Tra l’altro fermata nella propria corsa da un azzurra,
Flavia Pennetta, in semifinale.
Quello che appare fortemente un punto dubitativo pero’
a questo punto è il salto di condizione che la Hingis
dovrà compiere per tornare a affrontare le attuali
giocatrici piu’ forze. Va detto che la campionessa
svizzera ha lasciato il tennis in mano allo strapotere fisico
delle sorelle Williams, dando l’impressione già
allora al di là delle problematiche alle caviglie,
di essere di una categoria inferiore nella pesantezza dei
colpi. Ora il gap sembra essere ancora piu’ evidente,
visto che sono subentrate anche Cljsters e Mauresmo ma tengono
Davenport e Pierce. Tutte giocatrici che fanno della forza
e della prestanza atletica il proprio credo della racchetta.
Senza dimenticare la leggerezza ma la straordinaria efficacia
della Henin che infatti nel secondo torneo disputato da
Martina le ha subito stoppato la strada con relativa facilità.
Dura dunque per lei risalire la china. La aiuta l’età,
la freschezza e magari il ricordo dei tempi che furono.
Magari si abbatterà un po quando si accorgerà
di non riuscire più a tornare grande. Ma di certo
tale tristezza interiore non toccherà mai il livello
di inquietudine e di senso di samrrimento che la Hingis
ha provato lontano dla tennis. Che è e rimane tutta
la sua vita. Come per l’altra Martina, Navratilova,
ancora in attività a 47 anni. Una malattia al femminile
che ha colpito parecchi ex-fenomeni e non accenna a trovare
antidoto? Può darsi. Prossima fermata? Tenete d’occhio
Monica Seles
Paolo Ghisoni
::
Il torneo dei maestri non incorona il Re
D’accordo.
C’erano almeno una manciata di buone attenuanti. La
prima, decisamente la più importante, era che Roger
Federer numero uno mondiale incontrastato, veniva da una
distorsione alla caviglia destra fresca di sistemazione
ma comunque precaria. La seconda era che il Nalbandiam giustiziere
in finale dello svizzero era e rimane, come caratteristiche
tecniche, una delle poche bestie nere del circuito per il
campione elvetico.
La terza e meno importante è un dato statistico.
I numeri e i recor sono fatti per essere infranti. E così
dopo 24 finali vinte di fila, anche il più grande
della racchetta alla fine trova il suo stop. Quasi fisiologico
ma comunque giustificato da circostanze che non lo collocavano
nelle migliori condizioni possibili.
Sintomatico che Federer sia caduto dopo aver sciupato un
vantaggio di due set a zero in finale e dopo una battaglia
chiusasi dopo più di quattro ore e mezzo. La differenza
tra lui e i maratoneti del quadrato l’ha sempre fatta
la qualità di tennis espressa. Ma se il fenomeno
è menomato, è chiaro che sia vulnerabile soprattutto
per chi ne conosce eventuali debolezza anche in stato di
grazia.
David Nalbandian era in realtà l’uomo-riserva
di questa Masters Cup, ex ATP Finals, ovvero e comunque
il torneo che sulla carta dovrebbe mettere di fronte i migliori
otto giocatori della stagione.
Lui se ne stava tranquillamente in Argentina a pescare,
e a prendersi un periodo di stop quando è arrivata
la convocazione per Shangai. Non era un bel periodo per
i tennisti argentini, con gli scandali doping appena emersi
legati ai nomi di Puerta e Canas. Eppure David, senza preparazione
e soprattutto senza alcuna responsabilità eccessiva,
è approdato in Cina giocando poi sul posto, a suo
dire, il miglio tennis di sempre.
Un modo per affermare che lui coi sospetti che lo associano
ai connazionali, non centra. Perché alle finali c’è
arrivato senza preparazione. Ma soprattutto perché
in un periodo in cui dovresti essere in vacanza e vieni
costretto a ritornare all’agonismo, in teoria se non
sostenuto da integratori leciti e non, rischieresti solamente
brutte figure.
Shangai, dopo i ritiri di Agassi e Nadal, ha rischiato di
essere un torneo monco. Alla fine invece ha avuto in dote
un epilogo entusiasmante, di quelli che capitano solamente
un paio di volte l’anno.
Dote anche perché fino a questo momento il solo Nadal
sembrava poter essere in prospettiva l’unica alternativa
valida allo strapotere di Federer. Un atleta straordinario,
un talento unico che rischia seriamente di scoraggiare ogni
possibile rivalità. Perché il suo tennis è
semplicemente inarrivabile e inimitabile. E chi prova ad
avvicinarsi nei periodi “caldi”, rimane scottato.
82 vittorie nell’anno e solo 4 sconfitte parlano chiaro.
Uno così lo si può sorprendere di rado. E
quando accade, al di là di scusanti varie già
citate, è veramente il caso di celebrarne il giustiziere.
Sperando per il bene e l’equilibrio di questo sport,
che l’antidoto, ovvero i segreti su come batterlo,
possano diventare un po’ piu’ di dominio pubblico..
Difficile ma non impossibile.
Paolo Ghisoni
::
UN CALCIO DALL'ALTRO MONDO
Alla fine, anche senza la correzione prontamente apportata
in vista della prossima tornata di qualificazione, i conti
son tornati. Ovvero ai prossimi mondiali tutti e cinque
i continenti saranno rappresentati da almeno una propria
nazione. Quella che mancava all'appello era una formazione
dell'Oceania. Fino a questa edizione un po' penalizzata
da un regolamento che le imponeva lo spareggio contro la
quinta del girone di qualificazione sudamericano. Si capiva
bene allora quali possibilità potesse avere un paese,
che sulla carta poteva essere anche le semi-sconosciute
Isole Salomone, nel raggiungere il torneo iridato se opposto
a forze calcisticamente tra le prime al mondo. Visto che
proprio il raggruppamento dell'America latina proponeva
quest'anno come quinta forza la "celeste" uruguaiana,
compagine campione del mondo nel 1950.
Sarebbe stato comunque, come detto, l'ultimo incrocio così
sulla carta sbilanciato. Visto che dai preliminari sudafricani
del 2010 comunque il girone oceanico partorirà una
qualficata diretta senza più la necessità
di sperggiare.
Ma quello accaduto a Sydney tra Australia e Uruguay nella
rivincità della doppia sfida di quattro anni fa ha
alla fine partorito la soluzione ottimale. E forse più
giusta.
Giusta in quanto non era corretto che una nazione forte
e ben rappresentata calcisticamente, dopo aver affrontato
avversari inferiori, si trovasse di colpo a giocarsi un
traguardo mondiale con un'altra che per demeriti propri
aveva finito per essere uno "scarto" del girone
sudamericano.
Ma giusta anche perchè sono ormai decenni che l'Australia
cerca di darsi una struttura europea e compie ingenti investimenti
per mettersi al passo con le federazioni calcisticamente
più evolute.
Nella terra dei canguri soprattutto la comunità italiana,
la più numerosa insieme alla croata, era smaniosa
di confrontarsi con l'undici di Lippi, ovvero il simbolo
del proprio ceppo d'origine.
Non sembra un caso allora che il cambio di consegne sia
stato impostato da un gol siglato da Mark Bresciano, tornante
attualmente in forza al Parma, che riequilibrava lo 0 a
1 della sfida d'andata.
E che poi si sia concretizzato col successo ai calci di
rigore grazie all'ultimo tiro dal dischetto messo dentro
da John Aloisi, ex attaccante della Cremonese.
Insomma, L'Australia raccoglie i frutti della propria europeizzazione
e riguadagna dopo 32 anni la partecipazione ad un mondiale.
Lo fa ringraziando anche un tecnico come Gus Hiddink, allenatore
a mezzo servizio visto che da noi mantiene ancora l'incarico
di coach del PSV Eindhoven, recentemente castigatore del
Milan in Champions. Un olandese autentico stratega del rettangolo
di gioco, che parla poco ma che studia tanto. E soprattutto
che sa cavare il meglio dal materiale umano e calcistico
che gli mettono a disposizione. Tanto è vero che
ha assunto l'incarico part time solamente da quattro mesi.
L'Uruguay di contro paga non a caso l'inconsistenza e la
presunzione di giocatori che invece nel nostro campionato
o non hanno mai inciso o sono ormai in parabola discendente
(Recoba, Pablo Garcia, Zalayeta e Montero su tutti). Ma
anche quel pizzico di presunzione annunciato dalle dichiarazioni
proprio di Recoba che alla vigilia del match decisivo si
lasciava andare a frasi del tipo "L'Uruguay andrà
ai mondiali per diritto divino. Non pensiamo nemmeno lontanamente
ad una eliminazione. Non sarebbe giusto."
Non è la prima volta che il Signore dimostra di avere
altro da fare anziche occuparsi di una semplice sfida di
calcio, ancorchè importantissima per milioni di persone..
Paolo Ghisoni
::
Se Il buongiorno si vede dal mattino..
Una
domenica mattina qualunque, su un campo da calcio qualunque.
O almeno dovrebbe essere così. Perché ad Orbassano,
Torino, va in onda (vista la diretta televisiva Sky) il
derby tra le formazioni "Primavera" dei due club
della Mole. Inutile sottolineare che le recenti vicissitudini
societarie hanno tolto ai tifosi Granata la possibilità
di rigustarsi una rivalità cittadina strasentita.
Il Toro in sostanza in estate è fallito, nonostante
i risultati sul campo lo avessero riportato in A. Solo Grazie
al "Lodo Petrucci" e all’intervento di Urbano
Cairo è rimasto vivo, nel calcio di serie B. L’unica
possibilità d’incrocio allora tra i due club
resta proprio la soglia del professionismo, ovvero appunto
le due compagini "Primavera" dei settori giovanili.
E’ il Torino a giocare in casa. Ma credo che anche
a parti invertite la scena vergognosa a cui ha assistito
il sottoscritto avrebbe potuto tranquillamente trovare uguale
riscontro. La tifoseria (??!) granata presente è
comunque numericamente ben rappresentata. E quando i ragazzini
degli odiati rivali juventini terminano il riscaldamento
e fanno per rientrare negli spogliatoi prima della gara
vengano accolti da insulti ma soprattutto da .. sputi. Avete
letto bene. Sputi. Calati con perfidia e mira certosina
sopra le loro teste da questo gruppo di selvaggi prestati
ad uno stadio. E’ possibile una scena del genere in
un paese civile dove un gruppo di giovani si trova a disputare
un match di pallone. C’è addirittura qualcuno
che scrolla le spalle e mi dice: "figurati che lo fanno
non solo con quelli di 18 anni ma anche con le categorie
dei più piccoli.." Questo è il tratto
essenziale a mio avviso di dove sia finito il mondo del
calcio. Genitori urlanti, ragazzini alle prese con pressioni
assurde e passioni ormai scappate di mano. Questa, oltre
ad una denuncia, vuole essere anche pero’ una proposta.
Al di là di censure, squalifiche federali o altre
sentenze ufficiali, la volontà di porre fine a queste
scene da film dell’orrore deve partire necessariamente
da un club. O meglio, dal club che gestisce gli ingressi
sugli spalti. Perché, d’accordo, è più
enfatico e pericoloso se in uno stadio un teppista ci entra
con una spranga o un razzo. Ma alla fine se si vuole fare
male, nel senso di offendere, lo si può fare anche
a mani nude. O offendendo. O perdendo la saliva.. Ed allora
è il caso di autosqualificarsi. Questo è il
suggerimento. Per la dirigenza granata. Avete deciso di
sub-affittare e pagare un campo ad una società dell’hinterland
torinese che permette l’ingresso a questi personaggi?
Senza prevedere un servizio d’ordine, senza un qualcuno
che li metta alla porta? Revocatelo questo mandato. E affidatevi
ad un impianto sotto il vostro completo controllo. Ne va
della vostra immagine, tanto cara al presidente Cairo. Uno
che sta cercando di dare una bella ripulita in casa Torino.
Uno che passa per essere un innovatore. E allora quale occasione
migliore per cominciare con piccoli segnali. Il buongiorno
deve vedersi dal mattino. O almeno così si spera.
Paolo Ghisoni
::
La Juventus, nonostante tutto, sa solo vincere
E' un passatempo sempre in voga anche se onestamente un
po' stantio. Quello di bersagliare o comunque trovare dei
motivi per attaccare chi si dimostra più forte.
Onestamente la Juventus scattata dai blocchi nella stagione
2005/6 si sta dimostrando nettamente superiore a tutte le
voci e cattiverie piombatele addosso.
La verità può anche non essere unica. Nel
senso che chi continua a parlare di favoritismi, di scandali
doping e di altri illeciti, può anche essere portatore
di una minima base di verità. Quello che è
assolutamente certo è però il riscontro del
campo. E i risultati in tal senso parlano chiaro. Nove successi
iniziali consecutivi costituiscono il record assoluto nella
storia del campionato di serie A.
Il gruppo di Capello è inciampato solamente in Champions
league, contro il Bayern Monaco. Per il resto, solo vittorie.
Ed è incredibile come una squadra che ha appena vinto
il campionato sappia subito ripartire con la stessa intensità
con la quale sul finire della passata stagione ha saputo
staccare al fotofinish il Milan.
Eppure, come accenanto, le insidie non mancano.
Un medico sociale e un membro della dirigenza ancora sotto
inchiesta per frode sportiva legata a somministrazione pericolosa
di farmaci.
Un giocatore fondamentale come Vieira alle prese con la
pubalgia, un altro come Del Piero che spesso galleggia tra
panchina e campo creando turbative nell'equilibrio dello
spogliatoio. E il miglior portiere del mondo, Buffon, fuori
causa dal precampionato.
Senza dimenticare Moggi costantemente attaccato per presunti
favori arbitrali (l'ultimo legato proprio all'espulsione
e alla successiva squalifica del sampdoriano Falchi alla
viglia della sfida coi bianoneri).
Da dimenticare invece, col senno di poi, la serie d'attacchi
"interni" di Lapo Elkann sulla scarsa capacità
di comunicare simpatia proprio da parte della "triade"
dirigenziale (lo stesso Moggi, Giraudo e Bettega).
Eppure Nonostante tutto, la Vecchia Signora veleggia a pieno
regime verso traguardi sempre di prim'ordine. E' probabile
che quest'anno l'obiettivo primario si sposti sulla conquista
dell'Europa. Resta però il fato di fatto che per
ora i rivali in Italia arrancano. Qualcuno ipotizza che
solo Capello sa strigliare e gestire club con parecchi giocattori
in corsa per un posto ai mondiali. Ed anche le recenti nominations
al Pallone d'oro (con ben nove bianconeri in lizza) sembrano
confermare quanto la Juventus sappia valorizzare giocatori
di primissima fascia.
Innegabile, tornando al carisma del tecnico friulano, è
la capacità motivazionale e il cementare un gruppo
attaccato quasi su tutti i fronti. Non a caso in Inghilterra
il Chelsea e Mourihno stanno facendo corsa identica ai bianconeri.
Li è il tecnico portoghese che si erge a parafulmine
anche con atteggiamenti e dichiarazioni provocatorie. Qui
da noi invece Capello sceglie il basso profilo, attaccando
solo quando lo si vuole provocare. Per il resto, il silenzio
e il lavoro restano la migliore medicina a tutti i disturbi
esterni. D'altronde la legge del calcio dice che in campo
non si può bluffare. E non contano le tante parole
spese a contorno di una sfida quanto piuttosto i palloni
messi alle spalle del portiere. 18 solo in campionato.
Una media di due a match. Il resto per il club di C.so Galileo
Ferraris incide veramente poco.
Paolo Ghisoni
::
La settimana incubo dei Ronaldos
Lo sport come e piu' della quotidianità, è anche e soprattutto casualità. A volte fortuite, altre inquietanti. Di notizie così, nella vita di tutti i giorni, ne abbiamo avute parecchie. Gemelli a cui accadono le stesse cose a centinaia di chilomteri di distanza, animali che fiutano il pericolo e mettono in salvo persone. Oppure anche , piu' in negativo, innamorati di vecchia data che purtroppo perdono la'more per la vita una volta che uno dei due viene a mancare.
Possibile pero' che tra milioni di atleti , a due calciatori che hanno lo stesso cognome ridondante, ovvero Ronaldo, capitino altrettante sventure nel giro di 48 ore.
Certo diverse. Ma sempre fatti spiacevoli.
Il primo Ronaldo, quello piu' celebrato, si azzoppa nel derby contro l'Atletico Madrid ed ora rischia di doversi operare ancora una volta. Il secondo, il piu' giovane e di origine portoghese, viene arretstto sotto l'accusa (presunta) di aver violentato ad inizio ottobre in compagnia di un amico un paio di ragazze in un hotel londinese.
Ora, sugli infortuni del “fenomeno” ci sarebbe da consultare un'autentica bibliografia. L'ultimo ko, capitatogli ad una caviglia, pone il campione brasiliano nella piu' che probabile condizione di doversi sottoporre ad un intervento chirurgo. Aveva appena assaporato la gioia del gol, il terzo, in una stracittadina che nella capitale iberica è parecchio sentita. Dalla gioia al dolore, è passato lo spazio di un secondo, perché ricadendo Ronnie si è procurato una sospetta lesione ai legamenti della caviglia sinistra. Se la terapia “conservativa” di riabilitazione, ovvero recupero senza intervento pereventivo, si rivelerà non efficace, ecco che tra un po di settimane, il campione del mondo in carica con la maglia verdeoro dovrà andare sotto i ferri proprio nella stagione che porta alla difesa del titolo in Germania.
L'altro pasticcio invece è di tutt'altra fattura. Ma non ci sorprenderemmo se alla fine si trattasse di una bufala enfatizzata ad arte dagli scandalistici tabloid inglesi. Non è la prima volta che oltre manica certe presunte storielle anche extraconiugali di atleti vengono rese note solamente nel momento in cui uno di questi quotidiani spazzatura intravedono uno scoop e ci si buttano a capofitto. Peccato che molte volte dati e affermazioni delle presunte vittime non coincidano. E anche nel caso di Cristiano Ronaldo qualche particolare non torna. Come ad esempio la denuncia a scoppio ritardato (alemno 48ore) della due ragazze e una telefonata sospetta fatta da una delle due ad uno di questi caccia-scandali per conoscere l'eventuale offerta in denaro relativa a queste dichiarazioni schock. Il campione del Manchester United si è naturalmente trincerato dietro “l'orribile raggiro”. Senza voler trarre conclusioni affrettate restano pero' almeno tre forti punti interrogativi sulla vicenda. La prima è decisamente il fatto che oramai in Inghilterra , dal caso Beckham a quello Eriksson passando per altri meno noti, il binario-binomio del sensazionalismo sessuale sia ormai un filone trito e ritrito. Non a caso poi gli otto processi che finora hanno coinvolto i calciatori su precedenti simili (violenza) hanno portato ad altettante soluzioni.
Dulcis in fundo, anche se l'apparenza inganna, Cristiano Ronaldo non appare certo uno dei papabili per un eventuale accusa di stupro. Vent'anni, bellissimo ragazzo, strapagato, non avrebbe sulla carta motivi plausibili per convincere con la forza una ragazza a concedersi. E' un po come se succedesse lo stesso ad un bello del cinema quale Clooney o Pitt. Di certo la vicenda, se porterà ad una piena assoluzione, lo convincerà a prender maggiormente le distanze (non piu' magari in soli centimetri) da quelle che ormai appaiono vere e proprie professioniste della caccia al campione celebrato.
Paolo Ghisoni
::
ITALIANI VALENTI(NI)
Ironia della sorte; abbiamo due fuoriclasse, due autentici fenomeni nelle rispettive discipline, una coppia che regala pagine di storia all'Italia dello sport. E come si chiamano? Valentino.. e Valentina.. Ma come? Uno vola sulle piste del motomondiale a medie orarie spaventose, l'altra piazza stoccate piu' veloce di un pistolero del vecchio West! Ma è sufficiente una piccola pausa nella lettura del nome per scoprire che quello che puo' essere nella realtà sinonimo di rapidità riconducebbe invece a andature da tartaruga.
Peccato pero' che Va..lentino (Rossi) e Va..lentina (Vezzali) siano atleti che sprizzano energia da tutti i pori. Parlare di un campione che è a quota sette titoli nel motomondiale (quinto consecutivo nella classe regina, la 500) appare comunque scontato. E lo sa lo stesso fenomeno di Tavullia che ormai, abituatosi a trionfi su trionfi, cerca di ravvivare l'interesse intorno a se stesso, cercando di festeggiare ogni volta in maniera piu' pittoresca ed originale. L'ultima trovata, dopo che in Qatar aveva matematicamente centrato il settimo titolo iridato, è stata allestire una scenografia artigianale con sette amici travestiti da sette nani e lui nei panni di Biancaneve. Nulla di cosi' eclatante ma certamente altrettanto coinvolgente la festa privata piu' riservata di Valentina Vezzali, la nostra plurimedagliata campionessa di scherma, che a Lipsia in Germania ha conquistato il 4 oro individuale ai mondiali. Gia' di per se' un'impresa strepitosa, in aggiunta a due ori olimpici, in fatto di longevità agonistica. A cui la 31enne jesina ha saputo aggiungere un piccolo irrilevante particolare. Ovvero l' aver centrato questo traguardo (ribadiamo, MONDIALE) 122 giorni dopo essere diventata mamma! D'accordo, non è la prima donna capace di tornare a vette cosi' alte dopo una gravidanza. Una su tutte, Josefa Idem, pluri olimpionica di canoa. Ma un conto è preparare e prepararsi ad un evento che ha il suo clou ogni quatto anni, un conto è scoprire nemmeno un anno fa di essere incinta, il9 dicembre del 2004, partorire Pietro il 9 giugno 2005 e vincere il 9 ottobre scorso il suo quarto oro Mondiale. Roba da superdonna che pero' ha nella semplicità e nell'essere anti-personaggio il suo credo esistenziale. E lo conferma l'entourage strettamente familiare, ovvero il marito Mimmo (calciatore del Gela) e mamma Enrica. Che l'hanno aiutata in questa rincorsa ai piu' apparsa folle. Visto che Valentina aveva preso la bellezza di 20 chili durante la gravidanza. E che al contemporaneo lavoro di mamma (con poppate notturne) non ha mai rinunciato. Sono stati loro i primi a festeggiare queto traguardo incredibile. Ma lo hanno fatto nel modo piu' casuale possibile, ovvero girovagando sul corso di Jesi alla caccia di un bar con annesso televisore che si collegasse con la Germania. Gia', perché alla Rai forse le lezioni non bastano mai.. Dopo il boom di ascolti della pallavolo maschile vincitrice del titolo europeo, forse anche l'epilogo dei mondiali di scherma con una rappresentante italiana ( e che rappresentante!) in gara potevano valere una diretta sui tre canali nazionali. Invece La Vezzali è stata confinata su Rai Sport (canale satellitare) e il terzetto familiare ha dovuto vivere queste emozioni in “trasferta”, lontano dalla consueta quiete di casa.
Recita un detto che “tutto è bene quel che finisce bene”. Ma c'e da scommeterci che chi ha deciso, o peggio non pensato, di non regalare alla nostra atleta una platea televisiva nazionale (magari qualche chiacchiera tolta a Domenica.in poteva valerne la pena..) non ha vissuto serenamente il trionfo di Valentina.
E chissà che tra un po' Pippo Baudo, per ironia del destino, nel rivisitare proprio nel suo pomeriggio domenicale, la storia d'Italia anche sportiva, non si trovi al paradosso di celebraresullo stesso canale in differita una leggenda della scherma che poteva essere raccontata in diretta..
Paolo Ghisoni
::
Le ultime parole famose..
Ma
perché ogni volta che il binomio interista/intervista
alla vigilia di un big match non è all’insegna
del basso profilo ne esce inevitabilmente una batosta per
i colori nerazzurri. Non bastano anni di magre in campionato
per capire che prima di lasciarsi andare a dichiarazioni
bellicose bisogna anche e soprattutto dimostrare di essere
una squadra continua?
Sono stati sufficienti due trofei minori (una Coppa Italia
ed una Supercoppa italiana, proprio sulla Juve) ed un paio
di vittorie al Delle Alpi contro la squadra piu’ medagliata
della penisola, la Juventus, per presentarsi al big-match
della sesta di campionato in corso con la convinzione che
a Torino fosse quasi una passeggiata.
Su tutte le parole del patron Moratti “Vincere da
loro ormai è un’abitudine” risuonano
ora fastidiose e piu’ che mai inappropriate. D’accordo,
i giornali a volte le sentenze quasi te le estorcono. E
chi alla vigilia di una sfida ricca di storia, emozioni
e fascino, si mostra piu’ spocchioso alla fine puo’
anche sembrare piu’ sicuro nei propri mezzi.
Ma il pensiero e i sentimenti di una tifoseria da stagioni
abituata a soffrire in silenzio forse meriterebbero maggiore
considerazione. Alzi la mano chi tra i sostenitori della
Beneamata ha avanzato in settimana pretese di risultato
pieno.
Contro una Juventus lanciata a mille e al gran completo
e di contro senza l’uomo di maggiore personalità,
Veron, bloccato dall’influenza, Mancini ha capito
quanta strada debba ancora percorrere il suo gruppo per
raggiungere le vette bianconere. Proprio da lui comunque
era arrivato l’esempio piu’ appropriato nelle
conferenze stampa pre-gara. Rispetto ma anche fiducia nelle
possibilità interiste. Ma nessuna parola ridondante
o euforiche riguardo a cavalcate di salute in quel di Torino.
Una sintonia che anche il nemico della serata, Capello,
aveva sottoscritto in pieno, nonostante una carriera fatta
di titoli centati ovunque. Ora se Don Fabio al massimo si
lascia sfuggire un “sento sensazioni positive per
la mia squadra e i miei difensori”, centrando in
pieno l’esito della supersfida, non si capisce come
dall’altra parte ci si possa lasciar sfuggire un “vincere
a Torino ormai rappresenta la normalità”..
Quasi nessuno di vero sangue nerazzurro lo pensava. Moratti,
ribadiamo, lo ha enunciato euforicamente non tenendo conto
nemmeno della componente scaramantica. Come se 17 anni senza
scudetto fossero una bazzecola. Come se la pessimistica
legge di Murphy (se qualcosa deve andare storto, sta sicuro
che andra’ così) non abbia nemmeno un minimo
fondo di verità. Viene in mente una recente commedia
cinematografica con Billy Cristal e Debra Winger, “Forget
Paris”. Ne consigliamo fortemente la visione al patron
nerazzurro. Nel cuore della trama, la protagonista femminile,
prima dell’evento piu’ importante della vita
di coppia, si lascia sfuggire un “Non ti preoccupare
tesoro, sarà uno scherzetto..” E da lì
in avanti succede l’impossibile quanto a imprevisti
e debacle dei nostri eroi..
In fondo, anche prima di rimediare quello 0 a 2 senza appello
a Torino, c’è chi pensava ad alta voce che
ormai vincere Delle Alpi fosse uno scherzetto..
Paolo Ghisoni
::
Il calcio e l'ipocrisia, seconda puntata
Tutto fermo solo una settimana fa, per rendere omaggio
al Santo Padre.
Addirittura stop al campionato 15 giorni prima, qando giocare
col Giovanni Paolo II sul punto di morte pareva un atto
di grave insensibilita'. Avevamo abbozzato una teoria che
privilegiava l'ipocrisia e il timore che qualche deficiente/delinquente
si dimostrasse tale anche quando c'era da mostrare un minimo
rispetto per una figura storica che ci stava lasciando.
E sono bastati pochi giorni di attesa per avere purtroppo
ragione. Nell'arco di sole 70 ore l'Italia dei tifosi, o
meglio l'Italia degli Ultras, ha dimostrato cosa sia in
grado di combinare. Prima una domenica di scontri e insulti
all'insegna delle ideologie (?!)
politiche. Quindi un martedi' dedicato alla Champions League
che doveva essere una festa dello sport milanese e si e'
invece trasformata in una notte da incubo con la sospensione
per lancio di oggetti della partita. Ci sono due cose che
, come direbbero i nostri nonni, fanno ridere per non piangere.
La prima e' che a distanza di anni, di episodi incredibilmente
violenti e di esempi che i vicini paesi ci hanno mostrato,
noi continuamo a subire e probabilmente pagare come contribuenti,
gli atti di vandalismo di un migliaio di delinquenti celati
dietro la fede calcistica;
La seconda é che oltre a questo, qualcuno si permette
di dare loro anche visibilità televisiva di prim'ordine
, invitando i capi di questi imbecilli a dissertare tranquillamente
nei salotti di seconda serata. Ho sentito con le mie orecchie
un paio di loro addirittura lamentarsi circa
la cultura repressiva delle forze del'ordine italiane. Ma
non solo. A chi faceva notar loro che in Inghilterra con
pene esemplari e con disciplina a cominciare dal rispetto
dei posti allo stadio, il fenomeno violenza era stato debellato,
uno di questi Einstein del tifo si è permesso di
rispondere: " Noi non accetteremo mai di vivere la
partita emotivamente come loro.
Ovvero fermi al nostro posto, ingessati, incapaci di gridare
la nostra fede. Noi dobbiamo esprimerci liberamente; altrimenti
cosi' si uccide il tifo" Sapete cosa vi dico: Magari!
Prima che questa mandria di selvaggi uccida il calcio!
Le contromisure ci sono per arginarli. Basta solo copiare
chi lo ha saputo fare; Senza che ci si metta di mezzo la
politica con strumentalizzazioni sulle liberta' individuali.
Quelli che mascherandosi con bandiere o sciarpe mettono
a ferro e fuoco l'Italia ogni domenica in lungo e in largo
vanno trattati come delinquenti. E dunque puniti in maniera
esemplare. Inutile girarci troppo intorno. Il nostro governo
del calcio ha i mezzi per ripulire l'ambiente. Non si sa
se ne ha la volonta', visto che auesti personaggi sono per
lo più gia' plurisegnalati e conosciuti.
Ma credo che ora si sia passato veramente il segno. Perché
le figuracce a cui vanno incontro quelli che ci mettono
la faccia rischiano veramente di essere delegittimanti.
Basti solo pensare alle decisioni e alle dichiarazioni del
presidente di lega Galliani in queste due giornate in cui
la violenza ha sopraffatto lo sport.
Prima "sospendere il campionato era un atto dovuto
di rispetto verso il Papa" E la domenica successiva
infatti, quando é stata recuperata la giornata sciftata,
il messaggio e' stato talmente recepito che un ottantina
di agenti sono finiti in vari pronto soccorso della penisola..
Ma indubbiamente peggiore é stata l'intempestività
con cui sempre Galliani ha lodato la grande civiltà
del pubblico milanese prima del derby di ritorno; il quesito
era il seguente: "alla luce delle violenze recenti,
c'é il rischio che le tensioni di questa sfida si
spostino sugli spalti??- "Assolutamente no - ha chiosato
il predidente di Lega - Milano ha piu' volte dimostrato
un alto grado di civilta' sportiva..."
Eccoci..
Paolo Ghisoni
::
Champions; TRE Italiane nei quarti, ma fu vera gloria?
Bella e trascinante questa ondata di titoloni patriottici.
In fondo tre formazioni italiane tra le prime otto d’Europa
nella competizione calcistica piu’ blasonata sono
indubbiamente un evento da celebrare. Era gia’ successo
due anni fa, quando dopo il derby milanese in semifinale,
a Manchester proprio i rossoneri prevalsero ai rigori sulla
Juventus.
Ora, sperando in un sorteggio benevolo, la combinazione
favorevole, ovvero una finale made in Italy, si puo’
riproporre.
Quello che pero’lascia un po’ piu’ perplessi
è l’eccessiva enfasi sui meriti dell nostro
movimento, in grado di approcciare traguardi così
ambiti.
Perché, in fondo, se analizziamo bene la situazione,
soprattutto a livello statistico, finiremmmo per accorgerci
che il nostro tronfio nazionalismo si basa su fondamenta
semi inesistenti. Basta dare un’occhiata ai marcatori
delle sfide che hanno consentito alla triade azzurra di
centrare i quarti di finale. Andiamo per ordine. La sfida
Manchester United-Milan la risolve , sia all’andata
che al ritorno, l’argentino Crespo (foto
a destra). La juventus ribalta lo
0-1 di Madrid, superando con le reti di Trezeguet (francese)
e Zalayeta (uruguaiano) il Real. L’Inter supera il
Porto impattando 1 a 1 in trasferta grazie alla rete di
Martins (nigeriano) e travolgendo l’11 di Couceiro
grazie alla tripletta di Adriano (brasiliano,
foto in basso).
Se il gol è l’essenza del calcio, festeggiare
questo traguardo come il trionfo dell’Italia del pallone,
è perlomeno azzardato alla luce di questi dati.
E si puo’ andare oltre. In una delle ultime gare del
nostro campionato, proprio i nerazzurri nella gara casalinga
contro il Lecce, sono riusciti a schierare ben 11 giocatori
stranieri.
Dopo la Sentenza Bosman, è stata una corsa infinita
allo status di comunitario. Tutti alla caccia di un bisnonno
ad Acireale o di un trisavolo in un altro paesino dove in
fondo, dimostrare un legame genealogico con questo o quel
fuoriclasse del pallone,poteva anche non essere difficilissimo.
Questi sono comunque i risultati. Da un lato, certo lodevoli,
quando l’Europa deve fare i conti con il nostro terzetto
meraviglia.
Poi pero’ non meravigliamoci se saranno gli stessi
adulatori del momento a criticare ferocemente la nostra
nazionale quando i risultati a livello internazionale mancheranno.
Perché se alla fine si scelgie l’esterofilia
a tutti i costi, per questioni di moda o di convenienza,
a discapito dei talenti nostrani, è normale che poi
in qualche settore del campo, la nostra massima rappresentativa
calcistica abbia lacune o non riesca ad ottenere il giusto
equilibrio.
Una squadra è il sintomatico processo di crescita
di un gruppo. Progressivo, fatto anche di errori.
Se pero’ viene negata tale possibilità per
ottenere tutto e subito o per seguire altre logiche,
allora arrendiamoci a raccoglierne i frutti solo in determinate
stagioni.
Paolo Ghisoni
::
Quel Tyson a Sanremo..
Per qualcuno un esempio di scarsa capacita’giornalistica.
Per altri un servizio da tv pubblica francamente condannabile.
Mike Tyson, ex- pluricampione dei pesi massimi, è
stato il personaggio fiore all’occhiello del Festival
sanremese. Un passato da indistruttibile del ring, un trapassato
(gli si augura) con condanne per violenze sessuali e aggressioni
e un presente sempre piu’ incerto. Insomma un esempio
di come complicarsi la vita dopo essersi affrancato grazie
alla “nobile arte” dal ghetto newyorkese. L’averlo
invitato per un’intervista esclusiva sul palco dell’Ariston
dietro un compenso che si aggirava sui 150milioni di vecchie
lire ha pero’ suscitato inevitabili polemiche. Tra
chi ne sosteneva francamente l’evitabilità,
visto gli scarsi valori morali dell’uomo Tyson, e
chi invece lo avrebbe voluto piu’ in difficoltà
sotto le domande un po troppo concilianti del presentatore
Bonolis. Quello che pero’ a mio avviso emerge dal
vis a vis teletrasmesso dalla riviera dei fiori è
la visione di un atleta che voleva strenuamente riabilitare
l’immagine di se stesso. Facendolo pero’ con
parole un po’ troppo elaborate e con concetti filosofici
francamente eccessivi per un ex- ragazzino sfuggito alla
morsa della delinquenza. Tyson ha duettato con il nostro
attuale numero uno del tubo catodico quanto a entertainment,
mostrando anche e soprattutto il lato debole del suo personaggio.
Ovvero il disagio per le luci dei riflettori che non fossero
quelle del ring. Sudava copiosamente e al tempo stesso snocciolava
frasi di senso incompiuto rispetto al disagio che si percepiva.
Senza tra l’altro che le domande di Bonolis toccassero
direttamente le accuse di stupro. E’ li’ che
l’animo puritano di piu’ di un italiano si è
ribellato. “Ma come, lo invitate strapagandolo, lo
presentate come una star e manco ci provate a fargli espiare
pubblicamente i propri presunti peccati?” Come se
non bastasse Mike si è anche scagliato contro il
sistema giudiziario americano, etichettandolo come una macchina
che deve funzionare per forza e per questo emettere condanne
anche senza senso. Un
diritto di replica insomma che per piu’ di uno spettatore
(ma soprattutto critico televisivo) ha rappresentato piu’
un disservizio pubblico piu’ che uno scoop giornalistico,
vista la scarsa moralità del messaggio trasmesso.
Sarà anche così. Ma volendo leggere anche
la situazione minimanente dal lato opposto, forse tutte
quei commenti di condanna Tyson non li meritava. Perché
in fin della fiera Mike fa parte di quella schiera di fenomeni
dello sport (Maradona capofila) trasformati in macchinette
per far soldi e poi scaricate quando la fortuna ti gira
le spalle. Mi ricorda personalmente il velocista ben Johnson
e la sua parabola dopo l’accusa di doping. Fino ad
allora giudicato un mito, dopo Seul infangato e distrutto
come persona piu’ che come atleta. Al di la di evidenti
responsabilità personali, comunque piu’ sfruttato
che consigliato, troppo assecondato che educato. Di lui
ho un ricordo personale indelebile che lo marchia a fuoco.
Ad inizio anni novanta, nel pieno del suo fulgore agonistico,
venne a Milano per diletto e e fu catturato per un’esclusiva
televisiva dall’allora gruppo di TeleCapodistria di
cui il sottoscritto faceva parte. Grandi e sperticate lodi
in quell’ora di analisi-intervista sul fenomeno d’imbattibilità.
E complimenti anche e soprattutto al pittoresco Don King,
. Quello che si autodefiniva, vista l’infanzia difficile
del piccolo Tyson, “il vero padre” del campione.
Il manager tuttofare che gli procurava avversari e soldi
a palate. Il mentore che l’ accompagnava nelle foto
di rito fuori dallo studio e nei successivi shopping milionari
Come avvenne anche in quella mattinata milanese. Prima pero’
la macchina di Mike, sulla strada per via Montenapoleone,
fece una sosta che definire “fisiologica” è
perlomeno azzardato.
Al capriccioso campione dei massimi si era improvvidamente
alzato l’ormone del desiderio e il suo autista accosto’
in zona Parco Lambro per favorire l’approccio ad alcune
signorine in abiti discinti. Inutile scendere in dettagli.
Quello che conta è l’analisi del comportamento
pubblico concesso e permesso ad un allora numero uno dello
sport. Senza che nessuno lo consigliasse diversamente o
lo facesse ragionare sull’opportunità di tale
capriccio. Perché di questo si trattava. Di un qualcosa
che, come un gelato fuori orario ad un bambino piccolo,
si poteva evitare. Chi lo poteva aiutare allora, nel forzare
e contrastare qualche suo colpo di testa, ha preferito assecondarlo.
E lo ha fatto sino a quando la macchinetta Tyson produceva
miliardi sul quadrato. Solo chi conosce un po piu’
a fondo la vicenda umana , puo’ allora domandarsi
qualcosa di diverso rispetto alla morale comune. Forse giustamente,
quindici anni dopo, sul palco dell’Ariston, c’era
solo Mike, a metterci la faccia per tutti gli errori del
passato. Ma in un mondo ideale al sottoscritto sarebbe piaciuto
veder improvvisamente spuntare quel pagliaccio di Don King
a tergergli il sudore e magari soddisfare qualche curiosità
certo piu’ imbarazzante di quelle girategli dal Bonolis
di turno. Perché un buon padre, o presunto tale,
è sempre disposto a discutere e magari assumersi
la responsabilità di alcuni errori del figlio. Non
a dileguarsi da perfetto sconosciuto.
Paolo Ghisoni
::
Inter, un derby da tripla beffa.
Si
sa ed è ormai ripetuto fino alla noia. Nel derby, nella
stracittadina che condiziona commenti e umori per il resto
dell'annata, conta solo vincere. Soprattutto se si tratta
di quello di ritorno. Ovvero quello che ti zittisce, senza
possibilità di rivincite, sino al prossimo campionato.
Quello di Milano giocatosi nel weekend alle spalle premia
oltre i meriti espressi sul campo l'undici rossonero, cinico
nel capitalizzare l'unica vera occasione capitata sottoporta.
Ed oltre al verdetto del campo, che lancia i "cugini"
sulla scia della Juventus, l'Inter deve incamerare una serie
di contraccolpi negativi dai quali dovrà dimostrare
di sapersi riprendere il piu' presto possibile visto il prossimo
impegno di Champions League col Porto. Primo fra tutti, il
definitivo accantonamento dei sogni scudetto. D'accordo, erano
soprattutto sogni, visto il continuo dilapidare di occasioni
nelle ultime settimane. Ma un sogno aiuta a vivere meglio.
E finchè Juventus e Milan continuavano a balbettare,
gli uomini di Mancini potevano nutrire anche questa chimera.
Se non altro perche' sino ai minuti finali della giornata
precedenti il distacco tra le prime della classe e i nerazzurri
potrevano veramente assottigliarsi di parecchio. Le contemporanee
reti vittoria milanista sul Cagliari e del pareggio udinese
contro la Beneamata hanno pero' riproposto una distanza sicurezza
semi-incolmabile tra le due compagini milanesi. Restava allora
il successo illusorio ma anche di prestigio al gruppo Moratti.
Quello
che facesse respirare un altra aria in casa Inter. Quello
che facesse perdurare il record di imbattibilità stagionale.
Quello insomma che dimostrasse una prova di personalità
da parte della squadra che rimane la maggiore indiziata al
ruolo di delusione stagionale in campionato. Niente di tutto
questo. Sfumate una serie di ipotesi in un sol colpo; quello
casuale di Kakà davanti a Toldo, complice un Emre addormentato
sul palo che sulla conclusione ciabattata di Gattuso teneva
in gioco sia il brasiliano che Crespo.
Stop alle ambizioni (minime) di titolo. Stop al primato addirittura
continentale di 21 vittorie
e 21 pareggi senza la macchia negativa di un solo ko. Ma soprattutto
Stop contro la rivale peggiore, quella che si aspetta forse
piu' della Juventus, con l'ambizione dichiarata di provare
la superiorità cittadina. E'
da tanto, troppo tempo, che la società di Via Durini
aspetta un trionfo nazionale che funga da panacea di tutti
i mali. Ma puntualmente tra harakiri e altri contrattempi
(chiamiamoli così..) il successo finale sfugge. Resta
ancora l'obiettivo forse ancora piu' prestioso ma altrettanto
improbabile; Quello della Champions League, tra l'altro scappato
di mano , sempre in maniera beffarda, due stagioni fa ad opera
sempre del Milan.
Ma la sensazione è che manchino troppi tasselli per
improvvisare in Europa un cammino perfetto che porti perlomeno
alla finale di Instanbul. D'accordo, una delle rivali resta
proprio la dirimpettaia di Ancelotti, che vista vincere nel
derby non desta particolare impressione. Restano pero' altri
club come Real o Juventus, Chelsea, Barcellona o Bayen Monaco
ad infoltire la rosa delle pretendenti.
E lì si puo' stare certi che se si vuole passare indenni
da queste "forche caudine" servirà un Inter
che esprima finalmente tutte le sue potenzialità senza
concedere la minima sbavatura.