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Champions; TRE Italiane nei quarti, ma fu vera gloria?
Bella e trascinante questa ondata di titoloni patriottici.
In fondo tre formazioni italiane tra le prime otto d’Europa
nella competizione calcistica piu’ blasonata sono
indubbiamente un evento da celebrare. Era gia’ successo
due anni fa, quando dopo il derby milanese in semifinale,
a Manchester proprio i rossoneri prevalsero ai rigori sulla
Juventus.
Ora, sperando in un sorteggio benevolo, la combinazione
favorevole, ovvero una finale made in Italy, si puo’
riproporre.
Quello che pero’lascia un po’ piu’ perplessi
è l’eccessiva enfasi sui meriti dell nostro
movimento, in grado di approcciare traguardi così
ambiti.
Perché, in fondo, se analizziamo bene la situazione,
soprattutto a livello statistico, finiremmmo per accorgerci
che il nostro tronfio nazionalismo si basa su fondamenta
semi inesistenti. Basta dare un’occhiata ai marcatori
delle sfide che hanno consentito alla triade azzurra di
centrare i quarti di finale. Andiamo per ordine. La sfida
Manchester United-Milan la risolve , sia all’andata
che al ritorno, l’argentino Crespo (foto
a destra). La juventus ribalta lo
0-1 di Madrid, superando con le reti di Trezeguet (francese)
e Zalayeta (uruguaiano) il Real. L’Inter supera il
Porto impattando 1 a 1 in trasferta grazie alla rete di
Martins (nigeriano) e travolgendo l’11 di Couceiro
grazie alla tripletta di Adriano (brasiliano,
foto in basso).
Se il gol è l’essenza del calcio, festeggiare
questo traguardo come il trionfo dell’Italia del pallone,
è perlomeno azzardato alla luce di questi dati.
E si puo’ andare oltre. In una delle ultime gare del
nostro campionato, proprio i nerazzurri nella gara casalinga
contro il Lecce, sono riusciti a schierare ben 11 giocatori
stranieri.
Dopo la Sentenza Bosman, è stata una corsa infinita
allo status di comunitario. Tutti alla caccia di un bisnonno
ad Acireale o di un trisavolo in un altro paesino dove in
fondo, dimostrare un legame genealogico con questo o quel
fuoriclasse del pallone,poteva anche non essere difficilissimo.
Questi sono comunque i risultati. Da un lato, certo lodevoli,
quando l’Europa deve fare i conti con il nostro terzetto
meraviglia.
Poi pero’ non meravigliamoci se saranno gli stessi
adulatori del momento a criticare ferocemente la nostra
nazionale quando i risultati a livello internazionale mancheranno.
Perché se alla fine si scelgie l’esterofilia
a tutti i costi, per questioni di moda o di convenienza,
a discapito dei talenti nostrani, è normale che poi
in qualche settore del campo, la nostra massima rappresentativa
calcistica abbia lacune o non riesca ad ottenere il giusto
equilibrio.
Una squadra è il sintomatico processo di crescita
di un gruppo. Progressivo, fatto anche di errori.
Se pero’ viene negata tale possibilità per
ottenere tutto e subito o per seguire altre logiche,
allora arrendiamoci a raccoglierne i frutti solo in determinate
stagioni.
Paolo Ghisoni
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Quel Tyson a Sanremo..
Per qualcuno un esempio di scarsa capacita’giornalistica.
Per altri un servizio da tv pubblica francamente condannabile.
Mike Tyson, ex- pluricampione dei pesi massimi, è
stato il personaggio fiore all’occhiello del Festival
sanremese. Un passato da indistruttibile del ring, un trapassato
(gli si augura) con condanne per violenze sessuali e aggressioni
e un presente sempre piu’ incerto. Insomma un esempio
di come complicarsi la vita dopo essersi affrancato grazie
alla “nobile arte” dal ghetto newyorkese. L’averlo
invitato per un’intervista esclusiva sul palco dell’Ariston
dietro un compenso che si aggirava sui 150milioni di vecchie
lire ha pero’ suscitato inevitabili polemiche. Tra
chi ne sosteneva francamente l’evitabilità,
visto gli scarsi valori morali dell’uomo Tyson, e
chi invece lo avrebbe voluto piu’ in difficoltà
sotto le domande un po troppo concilianti del presentatore
Bonolis. Quello che pero’ a mio avviso emerge dal
vis a vis teletrasmesso dalla riviera dei fiori è
la visione di un atleta che voleva strenuamente riabilitare
l’immagine di se stesso. Facendolo pero’ con
parole un po’ troppo elaborate e con concetti filosofici
francamente eccessivi per un ex- ragazzino sfuggito alla
morsa della delinquenza. Tyson ha duettato con il nostro
attuale numero uno del tubo catodico quanto a entertainment,
mostrando anche e soprattutto il lato debole del suo personaggio.
Ovvero il disagio per le luci dei riflettori che non fossero
quelle del ring. Sudava copiosamente e al tempo stesso snocciolava
frasi di senso incompiuto rispetto al disagio che si percepiva.
Senza tra l’altro che le domande di Bonolis toccassero
direttamente le accuse di stupro. E’ li’ che
l’animo puritano di piu’ di un italiano si è
ribellato. “Ma come, lo invitate strapagandolo, lo
presentate come una star e manco ci provate a fargli espiare
pubblicamente i propri presunti peccati?” Come se
non bastasse Mike si è anche scagliato contro il
sistema giudiziario americano, etichettandolo come una macchina
che deve funzionare per forza e per questo emettere condanne
anche senza senso. Un
diritto di replica insomma che per piu’ di uno spettatore
(ma soprattutto critico televisivo) ha rappresentato piu’
un disservizio pubblico piu’ che uno scoop giornalistico,
vista la scarsa moralità del messaggio trasmesso.
Sarà anche così. Ma volendo leggere anche
la situazione minimanente dal lato opposto, forse tutte
quei commenti di condanna Tyson non li meritava. Perché
in fin della fiera Mike fa parte di quella schiera di fenomeni
dello sport (Maradona capofila) trasformati in macchinette
per far soldi e poi scaricate quando la fortuna ti gira
le spalle. Mi ricorda personalmente il velocista ben Johnson
e la sua parabola dopo l’accusa di doping. Fino ad
allora giudicato un mito, dopo Seul infangato e distrutto
come persona piu’ che come atleta. Al di la di evidenti
responsabilità personali, comunque piu’ sfruttato
che consigliato, troppo assecondato che educato. Di lui
ho un ricordo personale indelebile che lo marchia a fuoco.
Ad inizio anni novanta, nel pieno del suo fulgore agonistico,
venne a Milano per diletto e e fu catturato per un’esclusiva
televisiva dall’allora gruppo di TeleCapodistria di
cui il sottoscritto faceva parte. Grandi e sperticate lodi
in quell’ora di analisi-intervista sul fenomeno d’imbattibilità.
E complimenti anche e soprattutto al pittoresco Don King,
. Quello che si autodefiniva, vista l’infanzia difficile
del piccolo Tyson, “il vero padre” del campione.
Il manager tuttofare che gli procurava avversari e soldi
a palate. Il mentore che l’ accompagnava nelle foto
di rito fuori dallo studio e nei successivi shopping milionari
Come avvenne anche in quella mattinata milanese. Prima pero’
la macchina di Mike, sulla strada per via Montenapoleone,
fece una sosta che definire “fisiologica” è
perlomeno azzardato.
Al capriccioso campione dei massimi si era improvvidamente
alzato l’ormone del desiderio e il suo autista accosto’
in zona Parco Lambro per favorire l’approccio ad alcune
signorine in abiti discinti. Inutile scendere in dettagli.
Quello che conta è l’analisi del comportamento
pubblico concesso e permesso ad un allora numero uno dello
sport. Senza che nessuno lo consigliasse diversamente o
lo facesse ragionare sull’opportunità di tale
capriccio. Perché di questo si trattava. Di un qualcosa
che, come un gelato fuori orario ad un bambino piccolo,
si poteva evitare. Chi lo poteva aiutare allora, nel forzare
e contrastare qualche suo colpo di testa, ha preferito assecondarlo.
E lo ha fatto sino a quando la macchinetta Tyson produceva
miliardi sul quadrato. Solo chi conosce un po piu’
a fondo la vicenda umana , puo’ allora domandarsi
qualcosa di diverso rispetto alla morale comune. Forse giustamente,
quindici anni dopo, sul palco dell’Ariston, c’era
solo Mike, a metterci la faccia per tutti gli errori del
passato. Ma in un mondo ideale al sottoscritto sarebbe piaciuto
veder improvvisamente spuntare quel pagliaccio di Don King
a tergergli il sudore e magari soddisfare qualche curiosità
certo piu’ imbarazzante di quelle girategli dal Bonolis
di turno. Perché un buon padre, o presunto tale,
è sempre disposto a discutere e magari assumersi
la responsabilità di alcuni errori del figlio. Non
a dileguarsi da perfetto sconosciuto.
Paolo Ghisoni
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Inter, un derby da tripla beffa.
Si
sa ed è ormai ripetuto fino alla noia. Nel derby, nella
stracittadina che condiziona commenti e umori per il resto
dell'annata, conta solo vincere. Soprattutto se si tratta
di quello di ritorno. Ovvero quello che ti zittisce, senza
possibilità di rivincite, sino al prossimo campionato.
Quello di Milano giocatosi nel weekend alle spalle premia
oltre i meriti espressi sul campo l'undici rossonero, cinico
nel capitalizzare l'unica vera occasione capitata sottoporta.
Ed oltre al verdetto del campo, che lancia i "cugini"
sulla scia della Juventus, l'Inter deve incamerare una serie
di contraccolpi negativi dai quali dovrà dimostrare
di sapersi riprendere il piu' presto possibile visto il prossimo
impegno di Champions League col Porto. Primo fra tutti, il
definitivo accantonamento dei sogni scudetto. D'accordo, erano
soprattutto sogni, visto il continuo dilapidare di occasioni
nelle ultime settimane. Ma un sogno aiuta a vivere meglio.
E finchè Juventus e Milan continuavano a balbettare,
gli uomini di Mancini potevano nutrire anche questa chimera.
Se non altro perche' sino ai minuti finali della giornata
precedenti il distacco tra le prime della classe e i nerazzurri
potrevano veramente assottigliarsi di parecchio. Le contemporanee
reti vittoria milanista sul Cagliari e del pareggio udinese
contro la Beneamata hanno pero' riproposto una distanza sicurezza
semi-incolmabile tra le due compagini milanesi. Restava allora
il successo illusorio ma anche di prestigio al gruppo Moratti.
Quello
che facesse respirare un altra aria in casa Inter. Quello
che facesse perdurare il record di imbattibilità stagionale.
Quello insomma che dimostrasse una prova di personalità
da parte della squadra che rimane la maggiore indiziata al
ruolo di delusione stagionale in campionato. Niente di tutto
questo. Sfumate una serie di ipotesi in un sol colpo; quello
casuale di Kakà davanti a Toldo, complice un Emre addormentato
sul palo che sulla conclusione ciabattata di Gattuso teneva
in gioco sia il brasiliano che Crespo.
Stop alle ambizioni (minime) di titolo. Stop al primato addirittura
continentale di 21 vittorie
e 21 pareggi senza la macchia negativa di un solo ko. Ma soprattutto
Stop contro la rivale peggiore, quella che si aspetta forse
piu' della Juventus, con l'ambizione dichiarata di provare
la superiorità cittadina. E'
da tanto, troppo tempo, che la società di Via Durini
aspetta un trionfo nazionale che funga da panacea di tutti
i mali. Ma puntualmente tra harakiri e altri contrattempi
(chiamiamoli così..) il successo finale sfugge. Resta
ancora l'obiettivo forse ancora piu' prestioso ma altrettanto
improbabile; Quello della Champions League, tra l'altro scappato
di mano , sempre in maniera beffarda, due stagioni fa ad opera
sempre del Milan.
Ma la sensazione è che manchino troppi tasselli per
improvvisare in Europa un cammino perfetto che porti perlomeno
alla finale di Instanbul. D'accordo, una delle rivali resta
proprio la dirimpettaia di Ancelotti, che vista vincere nel
derby non desta particolare impressione. Restano pero' altri
club come Real o Juventus, Chelsea, Barcellona o Bayen Monaco
ad infoltire la rosa delle pretendenti.
E lì si puo' stare certi che se si vuole passare indenni
da queste "forche caudine" servirà un Inter
che esprima finalmente tutte le sue potenzialità senza
concedere la minima sbavatura.