

Mauro Bernardi
Lo scompenso ascitico rappresenta la più frequente complicanza della cirrosi
compensata, con un’incidenza variabile dal 5 al 10% per anno (1,2). La sua
comparsa rappresenta un punto cruciale nella storia naturale della cirrosi
ed assume un preciso significato prognostico negativo: la sopravvivenza a
5 anni dei pazienti con cirrosi pre-ascitica varia dal 45 all’80%, mentre
precipita al 15-40% in coloro che hanno sviluppato ascite (1-5).
Nella nostra esperienza, lo scompenso ascitico è la causa principale di ospedalizzazione
dei pazienti affetti da cirrosi epatica (6) e spesso condiziona il prolungamento
della degenza. Inoltre, esso provoca un deterioramento della vita lavorativa
e di relazione, rende necessarie ripetute contatti con le strutture sanitarie
ed impone la necessità di un trattamento cronico.
L’ascite costituisce, quindi, un problema clinico di notevole importanza,
la cui gestione rappresenta non di rado l’impegno più rilevante per i medici
che seguono i pazienti affetti da cirrosi in fase avanzata.

CENNI DI FISIOPATOLOGIA
La comparsa di ascite
è strettamente legata all’alterazione dell’equilibrio delle forze di Starling
nel microcircolo epatico.
Gli eventi fisiopatologici “locali”, tuttavia, sono in stretta relazione con
eventi “sistemici”, alcuni dei quali precedono ed altri seguono lo scompenso
ascitico. I fattori patogenetici locali ne favoriscono la comparsa e ne condizionano
la compartimentalizzazione; i fattori sistemici contribuiscono ad iniziarne,
favorirne e perpetuarne la formazione.
Il più importante fattore patogenetico locale è rappresentato dall’ipertensione
portale post-sinusoidale: nei modelli animali di cirrosi si è dimostrato che
vi è una relazione lineare fra entità della pressione portale e produzione
di linfa epatica (7) e, nell’uomo, si sono identificati livelli di pressione
portale al di sopra dei quali (25 mmHg) l’ascite è pressoché invariabilmente
presente e sotto i quali (15 mmHg) è sempre assente (8).
L’evento sistemico che si associa e, anzi, precede la comparsa del versamento
ascitico è rappresentato dalla ritenzione renale di sodio e di acqua (9).
Queste alterazioni della funzionalità renale sono strettamente legate al particolare
assetto emodinamico dei pazienti con cirrosi avanzata, che realizza il quadro
della sindrome circolatoria iperdinamica (10).
Esso è dovuto a vasodilatazione arteriosa periferica, che si manifesta eminentemente
a livello della circolazione splancnica, ed è tale da realizzare una riduzione
della volemia efficace (od arteriosa). Si instaurano, quindi, fenomeni compensatori,
quali l’aumento della gittata cardiaca e l’attivazione dei sistemi neuro-ormonali
in grado di promuovere vasocostrizione e ritenzione renale di sodio ed acqua
(sistema renina-angiotensina-aldosterone, sistema nervo adrenergico, endoteline,
vasopressina) (11,12). Le cause della vasodilatazione non sono completamente
definite; tuttavia, è chiaro che la reattività arteriolare agli stimoli vasocostrittori
dei pazienti con cirrosi scompensata è deficitaria (13-16).
Questa anomalia è riferibile ad una aumentata produzione di vasodilatatori
sistemici, quali il glucagone, ed autacoidi quali il nitrossido e le prostaglandine
(17,18). Ne consegue che anche l’efficacia dei meccanismi compensatori ai
quali si è fatto riferimento è parziale.
I pazienti con cirrosi avanzata, infatti, nonostante l’incremento della gittata
cardiaca e della volemia totale e l’attivazione dei sistemi vasocostrittori,
presentano tachicardia ed ipotensione arteriosa. In questo contesto si perpetua
la ritenzione renale di sodio e di acqua e si va progressivamente deteriorando
la perfusione renale, fino all’instaurarsi di insufficienza renale (19).
È importante ricordare che la ritenzione di sodio avviene prevalentemente
a livello del nefrone distale, ad opera dell’iperaldosteronismo, nei pazienti
con perfusione renale conservata, mentre quando questa declina il riassorbimento
da parte del tubulo prossimale si fa progressivamente più marcato, fino a
divenire prevalente (20).
In questo contesto si realizzano anche le premesse per la comparsa di iponatremia
da diluizione: da un lato, infatti, la presenza di ipovolemia efficace eccita
la produzione non osmotica ADH e, dall’altro, lo spiccato riassorbimento di
sodio prossimale riduce il trasporto distale dello ione, interferendo negativamente
sulla capacità di diluire la pre-urina (21).
TRATTAMENTO DELL’ASCITE
Nel corso degli anni sono state elaborate linee guida al trattamento dell’ascite che sono andate evolvendo parallelamente al miglioramento delle conoscenze sulla fisiopatologia di questa complicanza, anche se non mancano aspetti che attendono tuttora una compiuta definizione. Nell’esposizione successiva farò riferimento alle linee guida più recenti, pubblicate dall’American Association for the Study of Liver Diseases (22) e dall’Associazione Italiana per lo Studio del Fegato (23), nonché a quelle, in fase di preparazione definitiva, fatte proprie dell’International Ascites Club in occasione di una conferenza di consenso tenutasi a Dallas nel novembre 1999.
ASCITE NON COMPLICATA
Si definisce “non complicata” l’ascite non infetta e non associata ad insufficienza
renale (sindrome epatorenale).
Riposo a letto.
L’assunzione della posizione eretta da parte dei pazienti con cirrosi ed ascite
evoca un’intensa attivazione dei sistemi che promuovono vasocostrizione e
ritenzione di sodio, così che la perfusione renale e la natriuresi peggiorano
(24). Coerentemente con questi risultati, si è dimostrato che il mantenimento
della posizione supina migliora la risposta ai diuretici (25). Tuttavia, in
assenza di studi clinici controllati, non vi è, attualmente, l’indicazione
al mantenimento prolungato della posizione supina. Dieta iposodica.
Come si è ricordato, il più importante evento sistemico associato alla formazione
di ascite è rappresentato dalla ritenzione renale di sodio e di acqua, cui
consegue un bilancio positivo di fluidi. Su questo assunto si fonda l’impiego
di regimi dietetici iposodici, volto a rendere negativo il bilancio idrosodico,
il che avviene nel 10-15% dei casi, o a ridurne lo squilibrio, rallentando
così la formazione di ascite e rendendo più efficace l’effetto dei diuretici.
Il loro impiego è largamente condiviso (26) e raccomandato (22,23).
Tuttavia, questo ampio consenso non sembra essere supportato dagli studi clinici
controllati che, per la verità, non sono numerosi né tutti esenti da bias
metodologici.
Comunque, l’impiego di diete iposodiche non ha comportato un maggior tasso
di risposta al trattamento diuretico (27-30); al contrario, sono emerse perplessità
circa possibili effetti negativi connessi all’uso di diete particolarmente
povere di sodio (20 mmol/die), che è seguito da una maggiore incidenza di
insufficienza renale ed iponatremia (31). A ciò si aggiunga che la riduzione
del contenuto dietetico di sodio a livelli inferiori a 40 mmol/die rende la
dieta scarsamente palatabile e, cosa ancora più importante, diviene difficile
approntare diete che assicurino un adeguato apporto nutrizionale al di sotto
di questo limite.
Nella nostra esperienza (30), confrontando due regimi dietetici che fornivano,
rispettivamente, 40 e 120 mmol di sodio/die, non si sono riscontrate differenze
nel tasso di risposta al trattamento e nel dosaggio dei diuretici.
Inoltre, nei pazienti con valori di clearance della creatinina inferiori a
50 ml/min e/o iponatremia, la dieta iposodica ha reso più spesso necessario
associare furosemide al diuretico anti-mineralcorticoide.
Essa, quindi, non ha assicurato un vantaggio rispetto ad un apporto sodico
controllato e moderatamente contenuto ed è risultata svantaggiosa nei pazienti
con velocità di filtrazione glomerulare compromessa ed iponatremia.
Nonostante questi risultati, anche se non viene più indiscriminatamente raccomandata
una esasperata restrizione dietetica di sodio, il concetto della dieta iposodica
è, evidentemente, radicato nel razionale e nelle abitudini cliniche del medico:
alla Consensus Conference dell’International Ascites Club (Dallas, 1999) si
è concluso che la dieta iposodica potrebbe non essere necessaria solo nei
pazienti che sviluppano una soddisfacente risposta ai diuretici e si è posta
l’indicazione ad una moderata restrizione del contenuto sodico della dieta
(90 mmol/die; 5,4 g/die di sale); in alcuni casi si può rendere necessaria
una riduzione più marcata.
Farmaci diuretici.
La dieta iposodica, da sola, può assicurare un bilancio sodico negativo; tuttavia,
ciò avviene raramente ed in maniera imprevedibile. È, quindi, indicato l’impiego
di diuretici, la cui scelta non può prescindere dai meccanismi patogenetici
che stanno alla base della ritenzione renale di sodio. Nei pazienti con perfusione
renale sufficientemente conservata (ad esempio: velocità di filtrazione glomerulare
superiore a 60 ml/min), l’iperaldosteronismo gioca un ruolo di primaria importanza
e la ritenzione di sodio si verifica principalmente a livello del nefrone
distale (20): ne consegue che i diuretici anti-aldosteronici rappresentano
i farmaci di prima scelta.
Anti-mineralocorticoidi.
L’efficacia dello spironolattone e del canrenoato di potassio è stata dimostrata
da diversi studi clinici controllati (27,30,32,33). In questo contesto, lo
spironolattone è risultato più efficace della furosemide, pur possedendo una
potenza natriuretica intrinseca assai inferiore (33). Questo apparente paradosso
si spiega tenendo conto che il sodio non riassorbito a livello della branca
ascendente dell’ansa Henle per l’azione della furosemide viene riassorbito
in quantità anche rilevante dal nefrone distale se non si antagonizza efficacemente
l’iperaldosteronismo.
L’assorbimento intestinale dei farmaci anti-aldosteronici è facilitato dalla
presenza di cibo. Va ricordato che l’aldosterone interagisce con un recettore
citosolico e, successivamente, con un recettore localizzato a livello nucleare
(34), con conseguente produzione di una proteina a lunga emivita che stimola
il riassorbimento di sodio. Si spiega, così, la latenza di circa 48 ore dell’effetto
farmacologico degli anti-mineralocorticoidi, che inibiscono competitivamente
il legame dell’aldosterone al recettore citoplasmatico (34).
La dose iniziale raccomandata è di 100-200 mg/die (20,21).
La quantità di anti-aldosteronico da somministrare per promuovere natriuresi
deve essere proporzionale all’entità dell’iperaldo steronismo (35); se necessario,
il dosaggio va aumentato progressivamente ogni terzo giorno, fino a raggiungere
400 mg/die, che assicurano una risposta terapeutica in circa il 75% dei casi
(30).
Ulteriori incrementi inducono natriuresi in un numero relativamente limitato
di pazienti, a fronte di una maggiore incidenza di effetti collaterali. Il
principale effetto collaterale dello spironolattone è rappresentato dalla
ginecomastia dolente, che può essere sostanzialmente attenuato dall’impiego
del suo derivato idrofilico canrenoato di potassio (36). L’acidosi metabolica
(acidosi tubulare renale di tipo IV) diviene raramente un problema clinicamente
rilevante (37).
Nei pazienti con insufficienza renale o, comunque, velocità di filtrazione
glomerulare significativamente compromessa, gli anti-aldosteronici possono
indurre grave iperkaliemia; in caso contrario, dosaggi anche elevati non provocano
questa disionia (30).
Diuretici “distali”.
L’amiloride ed il triamterene bloccano i canali del sodio siti nella membana
basolaterale delle cellule del tubulo collettore (38). Non vi sono studi clinici
controllati circa l’impiego del trimterene. L’amiloride non è presente sul
mercato farmaceutico italiano se non in associazione con l’idroclorotiazide;
l’unico studio randomizzato che ne ha paragonato l’effetto a quello del canrenoato
di potassio ne ha dimostrato una minore efficacia (39). Furosemide.
Nei pazienti con cirrosi in stadio avanzato e perfusione renale compromessa
(velocità di filtrazione glomerulare inferiore a 60 ml/min), il riassorbimento
di sodio a livello del tubulo prossimale si fa progressivamente più importante,
fino a diventare preminente (19). In queste circostanze, l’impiego isolato
di farmaci anti-aldosteronici è destinato al fallimento e diviene necessaria
l’associazione con diuretici attivi a livello della branca ascendente dell’ansa
di Henle. L’impiego dei diuretici dell’ansa è formalmente indicato anche quando
non si sia ottenuta risposta con la somministrazione di 400 mg/die di un farmaco
anti-aldosteronico; nella pratica clinica, tuttavia, molti esperti associano
la furosemide quando il trattamento con 200 mg/die di spironolattone non abbia
ottenuto una soddisfacente risposta terapeutica (22).
La dose iniziale di furosemide, che rappresenta il diuretico dell’ansa impiegato
più frequentemente, è di 25-50 mg/die (20-40 mg e.v.); se necessario, essa
viene aumentata a giorni alterni fino ad un massimo di 150 mg/die (160 e.v.)
(22,23).
Elevati dosaggi di furosemide possono indurre effetti collaterali anche gravi,
quali deplezione di potassio, alcalosi metabolica ipocloremica, iponatremia
ed iperammoniemia. La loro potente e brusca azione può indurre una contrazione
emodinamicamente significativa della volemia, con conseguente deterioramento
della perfusione renale (40,41).
È, quindi, opportuna un’attenta valutazione del bilancio di fluidi, che può
essere agevolmente effettuato monitorizzando il peso corporeo; questo non
deve ridursi più di 500 g/die in assenza di edemi, o di 1 Kg/die in presenza
di edemi, più facilmente mobilizzabili dell’ascite. Gli studi clinici controllati
hanno dimostrato che il trattamento medico basato sull’impiego di anti-mineralocorticoidi,
furosemide e dieta iposodica assicurano il successo terapeutico in circa il
90% dei casi (30). Tuttavia, in pazienti non selezionati, il trattamento può
fallire in oltre il 20% dei casi. La comparsa di effetti collaterali (natremia
< 120 mmol/L; kaliemia > 6 o < 3,5 mmol/L; encefalopatia di grado II; insufficienza
renale) impone la sospensione, almeno temporanea, del trattamento diuretico.
Altri diuretici dell’ansa.
Non vi sono studi clinici controllati che abbiano dimostrato la superiorità
di altri diuretici dell’ansa (acido etacrinico, bumetanide, piretanide) rispetto
alla furosemide. La torasemide (16 mg sono equipotenti rispetto a 40 mg di
furosemide), caratterizzata da una più lunga durata d’azione, sembra essere
più efficace e, soprattutto, meglio tollerata (42).
Paracentesi terapeutica. In presenza di un versamento ascitico massivo, che
può essere causa diretta di complicanze quali insufficienza respiratoria restrittiva
per sopraelevazione diaframmatica, rottura di un sacco erniario o strangolamento
dell’ansa erniata e dolore da tensione della parete addominale, è indicata
l’effettuazione di paracentesi evacuativa.
Questa può essere parziale e ripetuta in più giorni consecutivi o totale (43-46).
Attualmente, è preferita la seconda opzione, una volta che gli studi clinici
controllati ne hanno dimostrato la sicurezza. Queste esperienze hanno anche
dimostrato che la paracentesi, rispetto al trattamento diuretico, elimina
l’ascite più efficacemente, induce un minor numero di complicanze e riduce
sensibilmente la durata dell’ospedalizzazione.
Per prevenire l’ipovolemia indotta dalla paracentesi, potenzialmente responsabile
di ipotensione arteriosa, insufficienza renale, iponatremia, encefalopatia
epatica (47), è di fondamentale importanza effettuare un’adeguata espansione
plasmatica, che deve iniziare una volta completata la paracentesi, mediante:
· albumina umana: 40 g per paracentesi parziali di 4-6 litri (43); · albumina
umana: 6-8 g per ogni litro di ascite rimossa con paracentesi totale (44);
· poligelina (Emagel): 150 ml per ogni litro di ascite rimossa con paracentesi
totale (45); · destrano 70: 8 g per ogni litro di ascite rimossa con paracentesi
totale (46); · soluzione fisiologica: 170 ml per ogni litro di ascite rimossa
con paracentesi totale (48).
Fra queste sostanze, l’albumina umana assicura la migliore protezione dall’ipovolemia
a seguito di paracentesi superiori ai 5 L, come si è dimostrato non solo attraverso
la determinazione seriata dell’attività reninica plasmatica, indice sensibile
di volemia efficace, ma anche sul piano clinico. Infatti, nei pazienti trattati
con albumina si sono osservati una migliore stabilità dello stato emodinamico
e della funzionalità renale, intervalli di tempo più prolungati fra paracentesi
successive ed una migliore sopravvivenza rispetto a quelli trattati con destrano
o poligelina (49). In caso di paracentesi di volume inferiore a 5 L, si possono,
invece, impiegare espansori plasmatici artificiali con pari efficacia rispetto
all’albumina umana (49).
Non vi sono, in pratica, controindicazioni alla paracentesi terapeutica, se
si eccettua la grave coagulopatia che accompagna una coagulazione intravascolare
disseminata. Nei pazienti con pregressi interventi chirurgici addominali,
a causa della possibile presenza di aderenze, vi è un maggior rischio di perforazione
di anse intestinali e di inefficacia della paracentesi (ascite loculata).
La paracentesi non elimina la necessità del trattamento diuretico: in uno
studio, l’ascite è nuovamente comparsa entro 4 settimane nel 18% dei pazienti
che hanno ricevuto diuretici e nel 93% di coloro che hanno ricevuto placebo
(50).
ASCITE REFRATTARIA
L’ascite è definita refrattaria quando non può essere mobilizzata o la sua
ricomparsa dopo paracentesi terapeutica non può essere prevenuta dal trattamento
medico (51). Si distinguono l’ascite resistente ai diuretici, in caso di mancata
riposta ad un regime terapeutico comprendente dieta iposodica, spironolattone
(400 mg/die) e furosemide (160 mg/die), e l’ascite intrattabile con diuretici,
quando la terapia diuretica non è possibile a causa dell’insorgenza di gravi
effetti collaterali.
Le cause della refrattarietà dell’ascite sono molteplici e non tutte definitivamente
chiarite; un ruolo importante, comunque, è giocato dalla intensa attivazione
di sistemi neuro-ormonali, in grado di antagonizzare l’azione dei diuretici,
e dalla ridotta perfusione renale, che condiziona, da un lato, un prevalente
riassorbimento di sodio a livello del tubulo renale prossimale, con ridotto
trasporto distale dello ione, e, dall’altro, un insufficiente trasporto dei
diuretici stessi ai rispettivi siti d’azione. Come si è ricordato, in base
ai risultati degli studi clinici controllati, la prevalenza di ascite refrattaria
varia dal 5 al 10%.
Tuttavia, tenendo conto che i pazienti arruolati sono soggetti ad una selezione
che, in genere, esclude i casi con patologie particolarmente severe, è verosimile
che, nella pratica clinica, tale prevalenza sia più elevata: nella nostra
esperienza, maturata in un Centro di riferimento di II-III livello, essa raggiunge,
infatti, circa il 20%. L’ascite refrattaria compare, di regola, nei pazienti
con cirrosi avanzata e comporta una prognosi sfavorevole: come si è ricordato,
la sopravvivenza dei pazienti ascitici è pari al 50% circa a due anni, mentre
l’aspettativa di vita in caso di ascite refrattaria è ridotta al 50% a sei
mesi (3).
Paracentesi terapeutica.
La paracentesi terapeutica rappresenta l’approccio di prima scelta per il
trattamento dell’ascite refrattaria.
Va sottolineato, tuttavia, che tutti gli studi clinici controllati hanno valutato
pazienti con ascite massiva o tesa, non necessariamente refrattaria. Non possiamo
quindi ritenere con certezza che i risultati ottenuti siano automaticamente
trasferibili al contesto dell’ascite refrattaria propriamente intesa.
Dal momento che questi pazienti sono quasi sempre affetti da cirrosi in stadio
avanzato e presentano una marcata instabilità emodinamica, è necessario attenersi
scrupolosamente alle misure atte a promuovere espansione plasmatica e può
essere opportuno procedere ad una supplementazione volumetrica maggiore di
quanto abitualmente indicato. Mentre i cirrotici con ascite tesa sottoposti
a paracentesi possono poi essere gestiti con la terapia diuretica in oltre
il 90% dei casi, ciò accade assai raramente nel caso di ascite refrattaria
(6), che impone la ripetuta effettuazione di paracentesi.
Questo approccio può divenire, quindi, poco pratico e particolarmente costoso
quando venga impiegata albumina umana per effettuare l’espansione plasmatica.
Si rendono, perciò, necessari trattamenti alternativi, che devono essere presi
in considerazione quando sono necessarie più di 3 paracentesi/mese.
Sonde peritoneo-venose.
Le sonde peritoneo-venose (Le-Veen, Denver) consistono in un catetere dotato
di valvola unidirezionale; un’estremità viene posta in peritoneo e l’altra,
attraverso un tunnel sottocutaneo, raggiunge la vena giugulare interna, permettendo
così la rimozione dell’ascite e la sua reinfusione in circolo. L’espansione
plasmatica che ne consegue migliora la perfusione renale e favorisce la diuresi
(52). Studi clinici controllati hanno dimostrato che l’ospedalizzazione per
ricomparsa di ascite è meno frequente nei pazienti con ascite massiva ai quali
è stata applicata una sonda peritoneo-venosa rispetto a quelli trattati con
paracentesi (53-55); tuttavia, la sopravvivenza non è risultata significativamente
diversa.
Non è provato, anche se è verosimile, che tali risultati possano essere validi
anche per i pazienti con ascite refrattaria. L’impiego di sonde peritoneo-venose
in pazienti con cirrosi avanzata è gravato da elevate morbidità e mortalità:
le complicanze immediate, riconducibili alla rapida infusione di notevoli
quantità di liquido ascitico, comprendono l’edema polmonare acuto, la rottura
di varici esofagee, la coagulazione intravascolare disseminata, la sepsi.
La loro incidenza si è ridotta rimuovendo il versamento peritoneale in fase
pre-operatoria ed attuando terapia antibiotica profilattica.
Le complicanze a lungo termine sono rappresentate dalla dislocazione dello
shunt, dalla sua ostruzione (» 50% in un anno), dalla trombosi cavale superiore
e dalla peritonite plastica.
Per queste ragioni l’impiego di sonde peritoneo-venose non è indicato nei
candidati a trapianto di fegato; più in generale, la loro utilizzazione è
oggi in disuso.
Shunt porto-sistemico transgiugulare intraepatico (TIPS). Il TIPS è un mezzo
sicuramente efficace per ridurre la pressione portale e rappresenta una definita
indicazione per il trattamento delle emorragie digestive non dominabili con
terapia medica e/o scleroterapia o legatura delle varici esofagee (56). L’applicazione
del TIPS può dar luogo a complicanze immediate (sanguinamento intraperitoneale)
e tardive (trombosi o stenosi dello shunt nel 50-80% dei casi ad un anno).
Un’altra conseguenza è rappresentata dallo sviluppo o peggioramento dell’encefalopatia
epatica, il che avviene in circa il 65% dei casi; l’incidenza di questa complicanza
è particolarmente elevata nei pazienti di età superiore a 60 anni o che presentano
encefalopatia prima dell’applicazione dello shunt. Il razionale per l’impiego
del TIPS nel trattamento dell’ascite refrattaria discende dal fatto che l’ipertensione
portale gioca un ruolo fondamentale nella genesi dello scompenso ascitico;
oltre a ciò, il TIPS migliora la volemia efficace e, quindi, la perfusione
renale e la natriuresi (57-60). In effetti, numerosi studi non controllati
ne hanno suggerito l’efficacia in questo contesto.
Gli studi clinici controllati che hanno comparato l’efficacia del TIPS rispetto
alla paracentesi terapeutica nei pazienti con ascite refrattaria non sono
numerosi. In un primo studio, effettuato su un numero limitato di casi, l’applicazione
di TIPS ha portato al controllo del versamento ascitico, ma la mortalità dei
pazienti sottoposti a TIPS è risultata significativamente maggiore (61) a
causa dell’elevatissima mortalità registrata dei pazienti con cirrosi in stadio
C di Child-Pugh.
Più recentemente, in uno studio condotto su 60 pazienti con ascite refrattaria
o ricorrente, l’applicazione del TIPS si è dimostrata più efficace nel controllare
l’ascite, mentre la sopravvivenza senza trapianto epatico a due anni effettivamente
osservata non è stata significativamente diversa nei due gruppi (58 vs 32%).
Tuttavia, l’analisi multivariata ha dimostrato che l’applicazione del TIPS
era indipendentemente associata alla probabilità di sopravvivenza senza trapianto
(62).
Anche se i risultati ottenuti sono quanto mai incoraggianti, l’indicazione
del TIPS nei pazienti con ascite refrattaria necessita di ulteriori esperienze
prima di essere definitivamente sancita. In particolare, devono ancora essere
ben definite le caratteristiche dei pazienti nei quali è lecito attendersi
il miglior risultato, ed è appunto su questo versante che si stanno sviluppando
le ricerche. La risposta natriuretica sembra essere correlata al grado di
funzionalità renale pre-esistente ed all’età del paziente: i soggetti con
età superiore a 60 anni e con velocità di filtrazione glomerulare inferiore
a 40 ml/min tendono ad avere una risposta natriuretica ritardata, oltre i
tre mesi dall’applicazione dello shunt, od insoddisfacente (63,64). Non va
poi dimenticato che il brusco incremento del pre-carico cardiaco provocato
da questa procedura può precipitare un’insufficienza cardiaca in soggetti
con cardiopatia subclinica.
Oltre a ciò, la diversione del sangue portale può contribuire ad un peggioramento
della funzionalità epatica residua, il che può spiegare perché, in quasi tutte
le esperienze, il TIPS può avere effetti deleteri nei pazienti con cirrosi
in stadio avanzato (classe C di Child-Pugh) (65,66).
Al momento, perciò, le controindicazioni parziali all’applicazione del TIPS
sono rappresentate dall’esistenza di encefalopatia epatica e disfunzione cardiaca
pre-operatorie, dall’età superiore a 70 anni e da un punteggio secondo Child-Pugh
superiore a 12 (Consensus Conference International Ascites Club, Dallas, 1999).
Trattamento dell’iponatremia. Si rende necessario con valori di natremia inferiori
a 130 mmol/L e si fonda sulla restrizione dell’apporto idrico a 500-1.000
ml/die e, quando questa alterazione compare durante il trattamento con diuretici,
sulla loro sospensione almeno temporanea. L’efficacia della restrizione idrica
è spesso limitata, dal momento che non incide sui meccanismi patogenetici
che provocano l’iponatremia.
Sotto questo profilo, potrebbe essere utile promuovere un miglioramento della
volemia efficace e della perfusione renale mediante l’espansione plasmatica
e l’impiego di vasocostrittori (glipressina, midodrina), ma non vi sono studi
clinici controllati che abbiano saggiato l’efficacia di questo approccio terapeutico.
È, invece, controindicato l’impiego di soluzioni saline ipertoniche, che provocano
sovraccarico di sodio e, in caso di rapida correzione dell’iponatremia, possono
precipitare complicanze neurologiche irreversibili, quali la mielinolisi pontina
(67).
In un futuro ormai prossimo, la disponibilità di farmaci acquaretici potrà
rappresentare un valido mezzo per il trattamento dell’iponatremia nel paziente
con cirrosi (21).
RUOLO DEL TRAPIANTO DI FEGATO NEL TRATTAMENTO DELL’ASCITE
Come abbiamo ricordato,
la prognosi della cirrosi epatica con ascite, specie se refrattaria, è sfavorevole.
La sopravvivenza a 5 ed 8 anni dei pazienti sottoposti a trapianto di fegato
è pari a circa il 66 e 61% rispettivamente e si eleva considerevolmente (»
75% a 5 anni) in assenza di fattori avversi quali il trapianto per epatocarcinoma,
insufficienza epatica acuta ed il re-trapianto (68). Tutti i pazienti con
ascite e patologia epatica irreversibile dovrebbero, quindi, essere candidati
al trapianto, in assenza di controindicazioni. Infatti, nonostante gli indubbi
miglioramenti nella gestione dello scompenso ascitico, non vi è dimostrazione
che i mezzi attualmente disponibili riescano a prolungare la sopravvivenza
di questi pazienti.
La presenza pre-operatoria di ascite condiziona sfavorevolmente l’esito del
trapianto: oltre a condizionare la comparsa di problemi emostatici di maggiore
portata durante il trapianto (69), essa si associa ad una maggiore incidenza
di insufficienza renale post-operatoria e ad un maggiore rischio di mortalità
operatoria (70,71). Nonostante questi risultati, la sopravvivenza a lungo
termine non è significativamente diversa rispetto a quella dei pazienti sottoposti
a trapianto senza ascite (72).
Va anche ricordato che i pazienti con cirrosi avanzata candidati al trapianto
presentano frequentemente (circa un quarto dei casi) insufficienza renale
(sindrome epatorenale), che influisce ancor più negativamente sull’esito dell’intervento
in termini di morbilità (complicanze settiche ed emorragiche, sindrome da
insufficienza multiorganica), mortalità, compromissione della funzionalità
renale post-operatoria con necessità di supporto dialitico, durata della permanenza
nei reparti di terapia intensiva (73-75).
È, quindi, necessario compiere ogni sforzo per poter effettuare il trapianto
prima che si instaurino sostanziali alterazioni della funzionalità renale.
Diviene, perciò, di cruciale importanza la scelta del momento nel quale inserire
i pazienti nella lista di attesa, il che dipende in buona parte dalla disponibilità
di organi e dalla durata dell’attesa stessa.
Nei Centri nei quali tale durata è prolungata e, comunque, superiore ad 1
anno, la candidatura va posta quando si manifesta lo scompenso ascitico.
Altrimenti, potranno essere considerati altri fattori prognostici negativi,
quali la refrattarietà dell’ascite, precedenti episodi di peritonite batterica
spontanea, iponatremia, persistente ipotensione arteriosa (pressione arteriosa
media inferiore ad 80 mmHg), escrezione renale di sodio inferiore a 10 mmol/die
e la comparsa di sindrome epatorenale (Consensus Conference International
Ascites Club, Dallas, 1999).
Mauro Bernardi
Semeiotica Medica
Policlinico S.Orsola-Malpighi Bologna


HCC arising in a cirrothic liver. The portal vein contains a tumor thrombus
A chronic liver disease which causes damage to liver tissue, scarring of the liver (fibrosis; nodular regeneration), progressive decrease in liver function, excessive fluid in the abdomen (ascites), bleeding disorders (coagulopathy), increased pressure in the blood vessels (portal hypertension), and brain function disorders (hepatic encephalopathy). Excessive alcohol use is the leading cause of cirrhosis

