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Le varie riforme di questi ultimi anni del sistema previdenziale hanno introdotto importanti cambiamenti normativi che incidono profondamente sui calcoli delle nuove pensioni. I trattamenti di pensione, specialmente nel pubblico impiego, sono ora profondamente erosi e nel futuro le rendite col massimo dell’anzianità contributiva a stento copriranno il 60-65 per cento dell’ultima busta paga. In passato l’ospedaliero con 40 anni di anzianità contributiva andava in pensione col 100 per cento dell’ultima retribuzione e gli venivano in tasca più soldi rispetto all’ultima busta paga non dovendo più pagare le varie contribuzioni.


Pertanto se si vorrà avere una tranquillità economica nell’età anziana ogni lavoratore dovrà pensare a crearsi un salvadanaio a garanzia di un reddito atto a garantire una dignitosa vecchiaia per quando avrà cessato l’attività lavorativa: la pensione si gode da vecchi, ma si crea da giovani.

Per avere una migliore visione della problematica è utile avere chiaro il mondo della previdenza e sapere il funzionamento dei sistemi. Innanzitutto va chiarito il significato della parola “pensione”. La pensione è una prestazione periodica in danaro a carattere vitalizio a chi ne abbia conseguito il diritto in relazione a cessato rapporto di servizio, di impiego o di lavoro; in altri termini, è lo strumento di garanzia di un reddito nell’età postlavorativa.

Però va chiarito subito un altro concetto: non è una regalia elargita dallo Stato, bensì una prestazione assicurativa previdenziale, con aspetti mutualistici, pagata dal lavoratore con sacrifici contributivi a valore reale durante l’attività lavorativa. E’ la restituzione da parte dell’ente previdenziale della percentuale dei guadagni che mensilmente sono stati sottratti al lavoratore.

Ma come su quale sistema può poggiare la previdenza? La pensione può essere a : -capitalizzazione- : i contributi versati vanno a costituire il fondo per la futura pensione, oppure a -ripartizione- : i contributi versati dai lavoratori servono per pagare le pensioni correnti. E’ dimostrato che la capitalizzazione è preferibile alla ripartizione sotto vari aspetti: - parte della pensione è finanziata dal rendimento del capitale riducendo il contributo richiesto (ovviamente se, come avviene solitamente, il rendimento delle attività finanziarie di lungo periodo è maggiore del tasso di crescita del reddito nazionale) - con la ripartizione, il contributo necessario per finanziare dati benefici cresce se si riduce la dinamica del reddito come nel caso di diminuzione del tasso di crescita della popolazione, col rischio dell’insolvenza ovvero l’aumento dei deficit di cassa - nel sistema a capitalizzazione i benefici di ciascuno sono pagati con il capitale accumulato dal singolo lavoratore e non con i contributi degli attivi - con la capitalizzazione si evita il conflitto intergenerazionale eliminando quel trasferimento di somme alle generazioni più anziane nella legittima aspettativa di avere in futuro un analogo trattamento dalle generazioni che seguono.

E’ ovvio che nella gestione previdenziale a capitalizzazione non debbono essere bruciati i capitali con spese improprie e non essere costretti a ripiegare al sistema a ripartizione dove poi le spese dell’erogazione diventano un costo, da cui l’importanza di una sana gestione amministrativa.

Per una carretta gestione nel sistema a ripartizione bisognerebbe stabilire, nella media di ciascuna generazione, criteri di equità per assicurare un identico rapporto tra ciò che ogni generazione da e riceve, di sostenibilità finanziaria per assicurare la piena copertura delle uscite con le entrate, e di equilibrio contrattuale per garantire che il patto sia contrattualmente rinnovato nel tempo. Il calcolo per il trattamento economico della pensione può essere su base: -retributiva- se il calcolo è fatto in base all’ultima o alle ultime o a tutte le retribuzioni -contributiva- se il calcolo viene effettuato in base ai contributi versati durante tutta o una parte della vita lavorativa. E ora uno sguardo sugli enti previdenziali dei medici.

La ex Cassa pensione sanitari, oggi confluita nel polo pubblico dell’INPDAP, poggiava su un sistema a capitalizzazione bilanciata cioè la rendita dei contributi e il capitale servono a pagare le rendite di pensione con estinzione dopo un certo numero di anni (cioè dell’aspettativa di vita) del montante e in particolare del capitale per evitare che al decesso dell’iscritto o degli eredi aventi diritto alle reversibilità che il capitale venga inglobato interamente nella cassa dell’ente previdenziale procurando un indebito arricchimento. Fatte queste premesse appare evidente l’ossatura delle nostre casse di previdenza e la solidità di impostazione.

Ma perché allora l’allarme rosso per le pensioni degli ospedalieri? Le ricche rendite sono ora minate dell’ingresso previdenziale a tarda età e da certi provvedimenti di riforma restrittivi che assottigliano i rendimenti: - la riduzione delle aliquote di rendimento al 2 per cento - il congelamento della IIS e il suo conglobamento nella pensione - il calcolo sugli ultimi anni e non sull’ultima retribuzione - il tetto sempre più restrittivo anche se la contribuzione avviene su tutta la retribuzione e, anzi, è maggiorata per le cifre oltre il tetto - le aliquote delle pensioni di reversibilità agganciate al reddito del coniuge superstite Ma soprattutto la CPS è il polmone delle altre casse; è ricca, ma col continuo prelevare finiranno anche per lei i capitali. L’ospedaliero ha una aliquota di equilibrio bassa, ma non viene capitalizzata per le pensioni di coloro che nei prossimi anni lasceranno l’attività lavorativa e viene assorbita per sanare le altre gestioni. Anche la dismissione degli immobili penalizza la nostra cassa, perché il bene immobiliare smobilitato va per le altre gestioni e, per la Finanziaria dello scorso anno, una unica gestione finanziaria non evidenzia, neppure come prestiti, i soldi della CPS deviati a sanare le altre gestioni. Una cassa florida come la CPS rischia profondamente: questo e la riduzione dei rendimenti nel calcolo della pensione dovrebbe far pensare il medico ospedaliero e impegnarlo in una lotta a difesa dei suoi soldi, della propria vecchiaia. Le pensioni dei medici pubblici dipendenti da capitalizzazione bilanciata potrebbero passare nel regime perverso della ripartizione con tutte le conseguenze che un siffatto meccanismo comporta, specialmente quando tra alcuni anni avremo un onda d’urto da un lato di un maggiore numero di pensionati ospedalieri e dall’altro un minore ingresso nel mondo lavorativo della pubblica dipendenza dei medici in rapporto alle nuove politiche sanitarie di taglio di ospedali e posti letto. E mentre gli ospedalieri dormono non focalizzando il pericolo di tagli sulle loro pensioni, l’INPDAP continua a sanare i propri passivi attingendo alle risorse della Cassa pensione dei sanitari che invece andrebbero tesuarizzate per le future pensioni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Marco Ercolini Perelli