

In
questi giorni, la legge sull’eutanasia, approvata in Olanda il 10 aprile dell’anno
scorso, è entrata definitivamente in vigore.
Eutanasia attiva e suicidio assistito vengono così a far parte, pur all’interno
di regole e di limitazioni, della prassi medica dell’Olanda. In teoria, questa
legge esalta l’autonomia dell’individuo, la sua libertà di scelta di fronte
alla prospettiva di una vita segnata dalla sofferenza e privata della speranza.
Di fatto, questa legge
consolida e ratifica la solitudine esistenziale dell’uomo malato, che sente
su di sé il fiato pesante di una società che non sopporta più né la sofferenza
né i sofferenti, e che vuole rimuovere un aspetto della condizione umana.
Questa decisione è anche il frutto di un grande vuoto teorico, quello che
riguarda la definizione dei confini morali che la medicina attuale deve imporsi
nel trattamento della salute umana.
Non possiamo ignorare un fatto: gran parte dell’opinione pubblica ha oggi
maggiormente paura di non riuscire a morire più ancora di morire, al punto
di mitizzare la cosiddetta “buona morte”.
I sondaggi esprimono l’angoscia del secolo: essere tenuti in vita senza
aver più la possibilità di sapersi vivi. Una sorta di terrore tecnologico,
analogo a quello di essere sepolti vivi, che nei secoli scorsi percorreva
l’immaginario collettivo, sostiene gran parte del consenso a favore dell’eutanasia.
Ma ci sono anche altre ragioni, di natura sociale e culturale, che spingono
in questa direzione: la progressiva dissoluzione dei vincoli parentali,
che espongono il morente ad essere custodito da “estranei”; la medicalizzazione
delle fasi terminali della vita, che sottraggono l’uomo ad un ambiente
in grado di aiutarne la serenità; il trionfo di modelli salutisti che
misurano il valore dell’uomo secondo parametri di efficienza, di autonomia,
che sono contraddetti dall’esperienza del dolore, della sofferenza, dalla
consapevolezza dell’essere prossimi al morire, e che creano stati depressivi
profondi.
Non credo che sia giusto sottovalutare l’angoscia di chi è prossimo alla morte,
o di chi sa di dover morire, magari nel dolore. Non penso nemmeno che si possa
interpretare ogni richiesta di morte soltanto nei termini di una richiesta
di aiuto e di assistenza. La profondità dell’esistenza umana non legittima
facili valutazioni, o facili interpretazioni. Ma non credo che la soluzione
percorribile sia quella che mette capo ad una commissione che misura la legittimità
della richiesta e decida in merito.
Questo nuovo modo di somministrare la morte, questo nuovo tipo di condanna
a morte dell’innocente consenziente che soffre, non ha alcun volto umano.
L’esistenza umana resta, e deve restare, in una società
democratica, all’interno della prassi medica, un bene indisponibile.
Non c’è, infatti, nessun autentico diritto a morire perché
la morte è la negazione stessa del diritto, è la fine dell’identità e della
libertà dell’uomo.
C’è, invece, il diritto ad avere un’assistenza globale. C’è il
dovere di fare tutto ciò che è moralmente legittimo per permettere ad una
persona di terminare i suoi giorni e le sue ore nel modo meno doloroso possibile,
e nel modo più umano possibile: la palliazione del dolore, l’assistenza umana
e, laddove è richiesta, religiosa, del morente, sono le uniche armi di cui
gli uomini, i mortali, dispongono per non violare la dignità dell’uomo.
Sì, è vero, la morte e la malattia ci legano ancora le mani, ci impediscono
cioè di trascendere la condizione umana, ma ci permettono, anche, di comprendere
il senso della reciprocità e della solidarietà. I modelli teorici che si richiamano
alla sacralità o alla qualità della vita non sono, da soli, sufficienti ad
individuare i criteri con i quali affrontare la fase terminale dell’esistenza
umana in questo frangente storico.
Prima ancora della definizione del valore della vita umana, va presa in considerazione
la concreta situazione dell’uomo malato nel contesto tecnologico e culturale
dell’occidente.
Esiste un’enorme pressione sociale che condiziona pesantemente sia la “libertà”
di scelta della persona sofferente, sia la “libertà” del personale medico.
L’assenza di una seria ed articolata riflessione sui limiti da porre, in nome
del rispetto della persona umana, all’intervento medico, ha aperto la strada
ad una prospettiva soggettivistica di valutazione della “qualità” dell’esistenza.
Il paradosso, infatti, è quello di legittimare, in nome della richiesta
del paziente, tanto l’accanimento terapeutico, quanto l’eutanasia attiva:
due facce di uno stesso errore morale.
Nessun consenso, infatti, è in grado, da solo, di rendere legittimo ciò che
è moralmente sbagliato. Trasformare l’alleanza terapeutica tra medico e paziente
in una specie di complicità nella morte significa stravolgere il senso stesso
dell’impresa medica; altrettanto fuorviante è la prospettiva vitalistica che
dimentica la complessità esistenziale dell’umano e considera la morte soltanto
come una sconfitta, e non come un evento che connota la condizione umana.
In alcuni commenti alla legge olandese, alcuni medici si sono spinti ad affermare
che di fatto l’eutanasia è già praticata anche in Italia, sebbene non venga
dichiarata.
Seguendo lo schema argomentativo già utilizzato nel caso dell’aborto, si arriva
perciò a sostenere che sia preferibile regolare e controllare la prassi dell’eutanasia,
piuttosto che lasciarla all’arbitrio dei singoli medici. Da una parte, queste
dichiarazioni, estremamente gravi, ci fanno interrogare sulla credibilità
di una classe medica che, per propria ammissione, o è complice di azioni che,
fino a prova contraria, sono dei reati, oppure si spinge ad affermazioni gratuite
per scopi retorici.
Dall’altra, poi, colpisce una certa approssimazione nella valutazione morale
degli atti che genericamente sono chiamati “eutanasici”. Molti medici, mentre
si mostrano raffinati e informati sul piano tecnoscientifico, a livello morale
svolgono argomentazioni e distinzioni che non superano la soglia del “senso
comune”, inteso come il condensato storico-sociale dei “luoghi comuni”.
Non c’è nessuna ipocrisia nel saper distinguere tra cessazione dell’accanimento
terapeutico, abbandono terapeutico ed eutanasia vera e propria. La morte ha
ancora cause naturali e c’è differenza tra permettere che la morte sopraggiunga,
laddove è irragionevole opporsi ad essa, e provocarla direttamente. Sono proprio
i più accaniti sostenitori dell’eutanasia attiva a non voler accettare queste
distinzioni che, invece, sono necessarie e permettono di comprendere i livelli
di responsabilità e di libertà che sono in gioco nelle prassi mediche.
Anche i temi del dolore e della sofferenza meritano considerazioni attente
e puntuali, perché questi termini ricoprono situazioni ed esperienze molte
differenti, che non si prestano ad essere interpretate in modo univoco. Con
la legge olandese si apre una situazione sociale e culturale che, al di là
delle intenzioni, rischia di colpire anche l’esistenza di quanti convivono
con gravi malattie invalidanti, sebbene non immediatamente mortali.
Quando, infatti, si inizia a sostenere che la dignità dell’uomo è misurata
da parametri di efficienza fisica e di salute, così che la morte viene prospettata
come scelta razionale per quanti sono gravemente infermi, si apre un pericoloso
clima di discriminazione tra gli uomini, che pone la medicina sul crinale
dell’eugenetica. Può darsi che tutto ciò non accada, ma non possiamo sottovalutare
la ricaduta di una lettura della qualità della vita che esprime più le attese
e le insofferenze dei sani, che un semplice criterio medico, peraltro insufficiente,
da solo, a determinare il valore dell’uomo come tale.
Suona paradossale il fatto che oggi, mentre la medicina occidentale apre nuove
prospettive a quanti, nei Paesi più poveri, lottano ancora contro le epidemie
e contro la morte per malattie da noi debellate, venga inaugurata la stagione
dell’eutanasia. Pensando all’oggi della medicina, ma anche ai suoi futuri
e, per certi versi, immaginabili sviluppi, dobbiamo imparare a misurare le
nostre capacità di intervento sulla vita, così da saper bilanciare ciò che
è tecnicamente possibile con quanto è moralmente legittimo.
Adriano Pessina
Cattedra di Bioetica Università Cattolica - Milano



