

L' epidemia di SARS
richiama alla mente le grandi pestilenze del passato, il panico che accompagnava
quei tragici eventi e le misure adottate per contenere il contagio.
La maggior parte delle misure adottate oggi per contenere la SARS sono le
stesse adottate secoli fa per contrastare la peste e le altri grandi epidemie
come il vaiolo o il colera.

La storia dell’uomo è stata accompagnata da grandi epidemie che ne hanno condizionato
l’evoluzione ed il percorso storico. Quando le popolazioni hanno iniziato
a raggiungere una certa densità ed hanno incrementato la mobilità hanno creato
i presupposti per la diffusione di malattie epidemiche, capaci di colpire
in breve tempo molti individui. Non è sempre facile poter identificare la
malattia responsabile di ogni singola epidemia.
Con il termine “peste” oggi riferito ad una specifica malattia, si indicavano
tutte le malattie a grande diffusione ed elevata mortalità.
Le parole peste e contagio incutevano terrore perché collegabili immediatamente
alla morte.
Da tempi immemorabili la peste era considerata un flagello divino ragion per
cui essa veniva esorcizzata facendo ricorso alla mediazione dei santi, come
San Rocco, o della Madonna.
E’ per ringraziare la Madonna per aver consentito la fine della peste a Venezia
che i veneziani fecero erigere nel 1600 Santa Maria della Salute, la cui immagine
fu usata come logo per la I Conferenza Europea di Travel Medicine (ECTM1),
Venezia 1998.
Oltre ad essere interpretate come castigo divino le pestilenze vennero interpretate
facendo ricorso all’astrologia (congiunzioni ed opposizioni di pianeti) o
alla teoria dell’avvelenamento (ad ebrei e lebbrosi venne attribuita la responsabilità
della peste nera del 1300, agli “untori” – come scrive Manzoni nei Promessi
Sposi- quella del 1630).
Tutte queste interpretazioni esprimevano chiaramente una radicata sensazione
di impotenza e ineluttabilità. La spaventosa mortalità delle epidemie era
ben nota e tristemente e fatalmente attesa.
Necessità di informazioni attendibili e tempestive
Tutti
coloro che erano istituzionalmente preposti al governo delle città erano interessati
alla salute dei loro concittadini e si rendevano conto della necessità di
avere notizie aggiornate sulle condizioni di salute delle popolazioni vicine
essendo consapevoli che soltanto informazioni tempestive sulla comparsa di
qualche focolaio epidemico costituiva la più efficace premessa per misure
preventive.
Nei secoli passati, i canali di informazione di cui le autorità si potevano
servire erano i viaggiatori - per terra o per mare - che raccoglievano informazioni
nelle stazioni di posta o nei porti. Questi viaggiatori si potevano considerare
come le sentinelle dell’attuale sorveglianza epidemiologica o ambasciatori
sanitari inconsapevoli. A volte, le autorità davano a validi funzionari o
a medici l’incarico di recarsi ufficialmente o in segreto nei paesi vicini,
negli stati confinanti ove vi fosse il sospetto di qualche malattia contagiosa
per riportare in patria notizie attendibili.
Dalla metà del 1500, le autorità si scambiarono informazioni di carattere
sanitario, impegnandosi a non celare la verità, sempre più convinte che questa
reciproca lealtà era la più seria garanzia di tutela della salute reciproca.
I vari Magistrati, le varie Congregazioni di Sanità inviavano perciò
alle strutture estere consorelle circolari puntuali ed aggiornate, ma in pratica
accadeva che non sempre i medici erano d’accordo sul carattere epidemico di
certe malattie o che le autorità dimostrassero incredulità di fronte alla
diagnosi di un medico o che intenzionalmente nascondessero alla popolazione
la gravità della situazione per non destare allarme. Spesso accadeva che la
popolazione si allarmasse a dismisura o restasse pericolosamente tranquilla.
Accadeva anche che molte voci allarmistiche venissero diffuse di proposito
e che le autorità fossero costrette a diffondere dichiarazioni pubbliche di
smentita.
La
messa al bando
Una delle misure più impegnative messe in atto da tutti gli stati per proteggersi
dalle pestilenze era la messa al bando di una città, di un paese dove si sospettava
l’esistenza di un focolaio di contagio. La messa al bando era strettamente
correlata ad un’altra misura di protezione: l’istituzione di cordoni sanitari
in terra o in mare per evitare il contagio.
La messa al bando va considerata come il mezzo più frequentemente usato per
cercare di realizzare una prevenzione delle malattie epidemiche.
Essa comportava l’interruzione di ogni rapporto commerciale e di comunicazione
con la località o il paese considerato potenzialmente fonte di contagio. I
paesi dell’Impero Ottomano e dell’Africa venivano spesso banditi perché ritenuti
pericolosi. Per diffondere il messaggio del rischio e della necessità di interrompere
viaggi verso località o paesi, le autorità civili o sanitarie usavano persone
chiamate “banditori” che avevano il compito di diffondere questo messaggio
tra la popolazione sparsa sul territorio e per lo più analfabeta. L’ordine
trasmesso attraverso il banditore veniva chiamato Bando, Editto, Ordinanza
o Decreto.
La disinfezione delle lettere
La
posta è stata considerata per secoli un pericoloso veicolo di contagio: la
carta era di per sé ritenuta suscettibile di ricevere, conservare e trasmettere
il contagio. E’ facile pertanto immaginare la diffidenza da cui era pervaso
chi - prima ancora del destinatario - doveva toccare una missiva lungo il
viaggio che essa intraprendeva per giungere a destinazione.
La disinfezione della posta (lettere, manoscritti, dispacci, giornali) è stata
una delle più comuni misure messe in atto nell’intento di prevenire la diffusione
del contagio. Le lettere potevano essere disinfettate esternamente o anche
esternamente ed internamente. Lungo le strade consolari o comunque lungo i
percorsi dei flussi postali si trovavano le stazioni di disinfezione dove
un certo numero di addetti, forniti di guanti e grembiuli di tela cerata prendevano
con lunghe pinze le lettere, le ponevano su un tavolo, le aprivano, le disinfettavano
per poi raccogliere e bruciare ogni frammento di carta rimasto.
Le modalità di disinfezione sono state diverse a seconda delle zone e delle
epoche.
Per secoli, le virtù purificatrici attribuite al fuoco hanno tranquillizzato
gli incaricati della disinfezione delle lettere. Si usavano legni odorosi,
sostanze aromatiche oppure sterpaglie. Purtroppo la carta si bruciava facilmente
per cui era necessaria una grande attenzione nei passaggi delle lettere sulla
fiamma. Si spaccava nel senso della lunghezza l’estremità di una canna e nello
spacco si infilava il foglio da passare sulla fiamma. L’immersione nell’aceto
era anch’essa ritenuta un sistema molto sicuro di disinfezione.
Le lettere erano aperte, spruzzate con l’aceto, quindi asciugate. Anche questo
sistema aveva degli inconvenienti poiché non tutti gli inchiostri resistevano
all’aceto ed alcuni manoscritti diventavano illeggibili: danno irreparabile
quando si trattava di lettere commerciali o di documenti bancari. Nel tentativo
di evitare una parte almeno dei suddetti inconvenienti, gli operatori cercavano
di abbreviare al massimo il tempo dell’immersione.
Entrambe le modalità di disinfezione esigevano l’apertura delle lettere, quindi
davano la possibilità di violare il segreto epistolare. In certe stazioni
di disinfezione, l’operazione avveniva in presenza di un funzionario degli
Affari Esteri o di un funzionario di Polizia.
Solo nel 1886, a seguito della scoperta dell’agente eziologico del colera
e dopo la Conferenza Sanitaria di Parigi (1855) le lettere furono considerate
estranee alla possibilità di diffondere malattie e qualche tempo dopo fu sospesa
la loro disinfezione. E’ paradossale che a distanza di tanto tempo – come
è accaduto negli USA durante i mesi in cui spore di antrace venivano diffuse
come azione di bioterrorismo - il contagio sia avvenuto proprio attraverso
uno strumento considerato erroneamente pericoloso per oltre 400 anni.
Misfatti sanitari e pene correlate
Nei
secoli passati, le rigide leggi in materia di sanità erano enunciate sempre
in maniera molto chiara. Quindi era facile battezzare come reo chi le infrangeva
e difficile sfuggire al loro rigore. I misfatti più frequenti si possono ricondurre
a quelli espressamente previsti nella maggior parte dei Regolamenti Sanitari
come l’oltrepassare i limiti prescritti del cordone sanitario. Le pene erano
particolarmente severe e comportavano spesso la pena di morte, mutilazioni
o torture. Le imbarcazioni potevano essere spesso responsabili di gravi misfatti
sanitari. Le pene erano estese talvolta ai familiari.
Ben nota è la “Storia della colonna infame” narrata da Alessandro Manzoni:
questa colonna fu eretta nel 1630 a Milano sull’area risultante dalla demolizione
della bottega di un barbiere condannato come untore affinché tutti potessero
ricordare l’evento e l’esemplare condanna. La delazione era all’ordine del
giorno, non sempre dettata da una legittima paura, a volte legata a qualche
interesse particolare ed al desiderio di vendetta.
Sulla scalinata della Basilica Palladiana di Vicenza si può ancor oggi ammirare
il marmoreo mascherone nella cui bocca beffarda ogni cittadino poteva inserire
le sue denunce segrete in materia di sanità.
Documenti sanitari per viaggi di terra e di mare In tempi di contagio scattavano
misure restrittive finalizzate a proteggere le comunità ancora indenni. Gli
arrivi di persone, merci ed animali erano visti con occhio spaventato e tutti
cercavano di proteggersi da questi possibili veicoli di infezione.
Una delle misure di prevenzione più antiche, la più diffusa e meglio documentata,
fu l’istituzione della Fede di Sanità, attestato di cui si doveva munire
chi iniziava un viaggio di terra e che “faceva fede”, certificava lo stato
di salute di cui godeva il paese di partenza del viaggiatore e di conseguenza,
presumibilmente, del viaggiatore stesso.



La Fede di Sanità, vero e proprio Passaporto Sanitario, era considerata un
documento particolarmente importante che le autorità nel timore di frodi seguivano
attentamente dal momento della stampa fino a quello della consegna a chi lo
doveva compilare.
Mentre l’analogo documento che accompagnava una imbarcazione – la Patente
di Sanità - era necessariamente rilasciata dall’autorità di un porto (da
una Deputazione Sanitaria investita di grandi poteri), la Fede di Sanità era
rilasciata anche in piccoli agglomerati urbani.
Mentre le Patenti di Sanità sono il più delle volte belle stampe munite dei
noti bolli di sanità, le Fedi sono il più delle volte piccoli e semplici foglietti
manoscritti compilati da un impiegato del Comune.
Le Fedi dovevano riportare le caratteristiche somatiche della persona cui
erano rilasciate insieme ad ogni altro elemento utile per una sicura identificazione.
Se il cammino era lungo, il viaggiatore incontrava sicuramente per strada
qualche controllo sanitario dove si disinfettava il documento e si aggiungeva
qualche annotazione che serviva principalmente per confermare i luoghi dove
il viaggiatore era transitato.

Ogni imbarcazione, quando si accingeva a salpare, doveva munirsi di alcuni
documenti - diversi a seconda della stazza, del tipo di vela, del porto di
imbarco, del carico e della nazionalità.
Tra questi vi era la Patente di Sanità, considerato il documento più importante
nei tempi in cui infierivano epidemie. Alcune patenti erano prestampate per
un uso specifico: alcune per il trasporto del sale, altre per accompagnare
le barche da pesca, altre ancora accompagnavano i passeggeri imbarcati o le
merci che riempivano la stiva o gli animali. Le patenti dovevano essere scritte
con inchiostro e portare il bollo delle autorità che le rilasciavano.
Tutti i Magistrati di Sanità – nell’ambito del rispetto verso i paesi stranieri
- si impegnavano ad annotare sulle patenti che rilasciavano la triste evenienza
dei primi casi di malattie contagiose.
Le Patenti di Sanità venivano accuratamente controllate da funzionari o medici
deputati al controllo sanitario. Se le imbarcazioni provenivano da porti considerati
sospetti, se durante la navigazione la barca era stata attaccata da corsari,
l’equipaggio, i passeggeri ed il carico venivano messi in quarantena.
Alla fine del periodo di quarantena il medico visitava nuovamente equipaggio
e passeggeri e dava eventualmente il suo benestare al proseguimento del viaggio.
In genere le patenti del 1600 e del 1700 rispecchiano la religiosità della
gente di mare riproducendo spesso il Cristo, la Madonna ed i santi protettori.
I lazzaretti
Con questo termine venivano indicati quegli ospedali dove un tempo si curavano
i lebbrosi. Essi indicavano poi quei luoghi recintati presso i porti marittimi
dove le navi, i naviganti e le loro merci venivano sottoposti a periodi di
quarantena in tempi sospetti di pestilenza. A seconda delle epoche e delle
località il lazzaretto ha assolto il compito di luogo di ricovero di malati
molto gravi oppure di luogo nel quale uomini, animali e merci restavano isolati
per tutto il periodo della quarantena.

La Città/Stato di Venezia, la Repubblica della Serenissima, fu la prima ad
introdurre alla metà del 1300 il primo lazzaretto e le prime misure di quarantena.
Alcuni lazzaretti di grande dimensioni furono realizzati da architetti famosi
e si possono ammirare ancor oggi come quello di Ancona nelle Marche e quello
di San Gregorio a Milano, noto per il ruolo svolto durante l’epidemia di peste
del 1576. I lazzaretti erano dotati di un regolamento che prevedeva, come
ad esempio quello di Nisida (Napoli), la distinzione in tre classi a seconda
del prezzo pagato. L’organico del lazzaretto prevedeva la figura del medico,
del cappellano, del custode, del curato, del capitano e delle guardie.
Tutte queste figure dovevano render conto ad un Direttore. Il periodo di contumacia
aveva una durata di quaranta giorni perché, secondo la dottrina ippocratica
dei giorni critici, il quarantesimo è l’ultimo giorno nel quale può manifestarsi
una malattia acuta, come appunto la peste. Il presupposto delle misure di
contumacia fu la necessità di evitare la totale paralisi che faceva seguito
alla messa al bando che in ambito marinaro ebbe per molti anni come conseguenza
il rifiuto delle imbarcazioni che giungevano da paesi infetti, specie dal
Levante Ottomano, considerato perenne serbatoio di contagio. Il termine quarantena
fu usato dapprima per indicare che l’isolamento durava quaranta giorni e tale
fu conservato quando la contumacia fu limitata a tre quarti di luna (22 giorni)
o a due settimane. Le infinite disquisizioni sulla durata della contumacia
fanno capire le difficoltà in cui si trovava chi doveva prendersi la responsabilità
di garantire la tranquillità e la salute della popolazione con quella di non
penalizzare il commercio.
Nel ‘700/’800 un viaggio per le Americhe o per il Nord Europa poteva durare
ben oltre un mese: l’equipaggio quindi tornava al porto di partenza dopo diversi
mesi dove l’attendeva una contumacia di un altro mese. Capitava dunque che
qualche marinaio approfittasse della notte per scappare pur consapevole dei
rischi che correva. Insieme alle merci anche gli animali dovevano restare
in quarantena.
Alcuni lazzaretti avevano stalle molto ampie. Le spese della quarantena di
quanti si spostavano via terra erano a carico dei viaggiatori, quelle per
via mare erano a carico dei protari delle imbarcazioni.
Oltre alla quarantena nei lazzaretti, nei periodi di epidemie, le persone
potevano essere sottoposte a sequestro domiciliare, specie se la famiglia
che abitava in quel luogo aveva avuto un decesso dovuto alla malattia epidemica
che infieriva in quel momento.
I medici
Durante
i periodi di epidemia i medici erano in prima fila. La spaventosa contagiosità
della peste non risparmiava nessuno che avesse rapporto con gli appestati,
cosicché insieme a migliaia di popolani morivano di peste o di altre epidemie
anche i medici. Il timore di non avere più medici era molto sentito tanto
che, in considerazione del rischio di esser contagiato e morire, si invitava
talvolta i medici a vivere in abitazioni di campagna. Alcune volte, il medico,
consapevole di rischiare la vita, sceglieva la soluzione della fuga attirando
su di sé lo sdegno e l’ira da parte della comunità e delle autorità sanitarie
e civili.
Di fronte all’incalzare del male, la gente cercava i medici più bravi, più
pronti e disponibili. I medici che prestavano la loro attività nei lazzaretti
erano i più esposti al contagio e venivano mal visti dalla popolazione perché
considerati potenziali fonti di contagio.
Durante i periodi di peste il medico adottava ovviamente misure di protezione
individuale, tra cui la maschera con il caratteristico becco adunco ed un
vestiario che copriva la maggior parte del corpo.

I rimedi
L’uomo
ha sempre cercato qualche rimedio contro le malattie pestilenziali e nei trattati
del ‘400-‘700 si trovano molti consigli che venivano proposti in assenza di
qualsiasi conoscenza sull’eziologia e patogenesi delle malattie. Tra questi
il salasso, lo sfregamento del malato, il trattamento evacuante. Mille altri
rimedi più o meno codificati arricchivano l’armamentario terapeutico dei medici
nel corso delle epidemie.
Vi era poi una medicina popolare prodiga di rimedi basati sulla superstizione
e sulla magia. Vi era poi il ricorso a santi protettori o a pratiche miranti
a curare i malati di peste o a proteggere le persone dal contagio.
Ai rimedi della medicina popolare sarà dedicata una Mostra a Firenze, nei
locali del Museo di Antropologia ed Etnologia dell’Università di Firenze,
nelle prossime settimane.
Walter
Pasini
CENTRO
OMS -TRAVEL MEDICINE
