


Dal diario di Davide Siena
Montfort Mission, Balaka, Malawi“Era la matsenga, la magia preannunciata
dal nuovo stregone che l’avrebbe curata e guarita definitivamente, liberata dai malanni
che la tormentavano da dieci anni,
dalla morte del suo Alex.""Senza difficoltà la donna aveva accettato di incontrarci. Puntuale, nel primo pomeriggio aspettava in un angolo della sala riunioni della Direzione alla Missione; ero con Cesare, il chirurgo ospite del nostro ospedale di Minkoke e con David, il fotografo del Centro Adozione Orfani.
dr.Cesare Santi
Lei non sapeva che per ore l’avremmo martellata con le nostre domande, che l’avremmo fotografata sopra e sotto e toccata ai seni ed ai gomiti ed ai piedi, che avrebbe scoperto le vecchie ginocchia avvizzite dalla magrezza, che davanti alla telecamera avrebbe ripetuto alla nausea i gesti del giorno prima. Eravamo alla ricerca dell’impronta di ciò che la vista di quell’oggetto misterioso aveva lasciato nella sua memoria e nel suo corpo.
Era l’effetto di quell’aeroplano, uno “ndege” inviato dagli spiriti attraverso il cielo e che nella notte era piombato sul tetto della sua casa e l’aveva terrorizzata.
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Era la matsenga, la magia preannunciata dal nuovo stregone che l’avrebbe curata e guarita definitivamente, liberata dai malanni che la tormentavano da dieci anni, dalla morte del suo Alex.
Lei, Felista, viveva nella Missione dei Montfortani da più di vent’anni: i padri missionari l’avevano unita ad Alex, le avevano dato un lavoro sicuro alla stamperia ed avevano battezzato i suoi tre figli. Aveva potuto costruirsi una casa: la sua casa.
Per questo continuava ad avere fiducia nei bianchi, negli azugu, quelli che puzzavano di morte, mentre loro, i neri, non sapevano togliersi di dosso il lezzo di selvatico. Alex l’amava da sempre e lei da più di vent’anni ricambiava, soprattutto dallo scoppio della sua malattia.
Tutto era nato da Naomi, la madre di Alex che non aveva mai digerito quel matrimonio. Lei di mestiere era una strega ed aveva punito il figlio con un sortilegio: non avrebbe più urinato né sarebbe andato di corpo finché Felista non se ne fosse ritornata al suo villaggio, lasciando per sempre il marito.
Era gennaio del 1993 Alex deperiva, il suo ventre ingrossava e sarebbe morto a settembre. La diagnosi era stata epatite alcolica, per il troppo fumo e le birre che ingollava contro le malvagità della madre.
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Lo stesso giorno del suo funerale i parenti di Alex, capitanati da Naomi, avevano svuotato la casa di Felista. Non le restavano che gli abiti che aveva addosso ed i tre figli Joyce, Issa e Tabu.
Le restava anche una nuova maledizione che quella strega le aveva lanciato contro, con la complicità del sing’anga del villaggio, uno stregone debole e vecchio: per dieci anni le sarebbe stat impossibile dormire per le fitte al seno e la vista debole ed i dolori all’addome. Lei era colpevole della morte del suo Alex ed era stata condannata. Aveva inoltre disobbedito e doveva pagare per averle rubato il figlio. Naomi aveva anche chiesto ai padri della Missione di licenziare Felista perché non meritava un lavoro che in vita era stato quello del marito.
Ma nulla sarebbe cambiato alla stamperia della Missione. Poi un giorno, un amico di Felista l’aveva cercata. Era lo zimbello del villaggio fin da quando, all’età di otto anni, all’improvviso gli si era storpiato un piede sotto la forza di un maleficio. Era corso alla sua casa ed esultante le aveva mostrato il piede ritornato come nuovo. Era il miracolo compiuto su di lui da Enoch, il nuovo stregone del villaggio di Mphatso.
Enoch veniva dal Monzambico ed in breve tempo glielo aveva raddrizzato e Felista accompagnata dalla madre aveva bussato subito alla porta del nuovo stregone. In una stanza appartata della sua casa ed assistita dalla moglie di Enoch, Felista si era denudata ed era stata ricoperta con un gran lenzuolo bianco. Così protetta si era dovuta accovacciare su una piccola ciotola piena di acqua bollente e di manqwala, le erbe della salvezza.
Per mezz’ora il suo ventre si era impregnato di quei vapori e quando Enoch aveva bussato alla porta, un dolore improvviso e lancinante l’aveva ferita agli organi genitali.
Qualcosa era fuoriuscito dalla vagina. Le mani della moglie di Enoch avevano estratto la ciotola da sotto il lenzuolo e l’avevano versata in un cesto di vimini. Quella pozione scura e medicamentosa si era dispersa e sul suo fondo restavano alcuni oggetti. C’era un lungo filo bianco attorcigliato, simbolo della linea che porta sotto terra, alla morte.
C’era anche un unghia di pollice, parte del corpo del defunto Alex per significare che non le era concesso di risposarsi e c’era infine un brandello del lenzuolo rosso del loro matrimonio. Quegli oggetti, il giorno dopo, erano stati mostrati alla Missione per sapere come agire. Era il 26 giugno del 2003 e da quel giorno per Felista le cose sarebbero completamente cambiate. La fuoriuscita dal corpo del filo bianco e dell’unghia e del brandello di lenzuolo rosso era coincisa con il pieno ritorno in salute di Felista.
Le continue fitte al seno ed i dolori addominali facevano ormai parte del passato. Felista era stata liberata dagli spiriti maligni inseriti nel suo corpo dal primo stregone, dietro indicazioni di Noemi. Contemporaneamente Enoch aveva iniziato una lunga serie di sedute con Felista. Per eliminare ogni possibilità di ricaduta, era indispensabile procedere con una terapia intensiva a base di medicine di erbe diluite in acqua e di una serie di applicazioni di altri medicamenti in varie parti del corpo, tramite scarificazione: dietro la nuca e sul collo, ai gomiti mediali e laterali e sulle ginocchia esterne, sulle mani nello spazio interdigitale tra anulare e mignolo.
Ora sul corpo di Felista erano disseminate macchie nere, segni del passaggio delle mani e della medicina dello stregone. Dopo una decina di giorni Enoch aveva anticipato a Felista che presto qualcosa di molto strano sarebbe successo nella sua casa e che per nessun motivo avrebbe dovuto varcare le mura dell’abitazione. Quella predizione si era subito avverata: la sera del 16 luglio 2003, alle ore 21 una massa pesante cadde con fragore sul tetto di casa. Seguì un sordo tonfo a terra accompagnato da un forte calpestio di passi in fuga. Felista era spaventata a morte e non si muoveva; i suoi tre figli le si accovacciano attorno e piangono svegliati da quel tuono catapultato sulle loro teste.
L’indomani Felista uscì di buon’ora. Sull’aia attorno non restava alcuna traccia di quell’atterraggio notturno. Alle ore 13 era ancora in preda ad una forte ansia e senza esitare decise di raccontare l’accaduto ad Enoch. Con la bicicletta della vicina raggiunse la casa dello stregone e fu ricevuta da sua moglie. Dietro istruzioni di Enoch questa le fece bere un succo di erbe purificatrici e subito la riaccompagnò a casa a piedi. Per tutto il tragitto strinse fortemente tra le mani un recipiente nero affidatole dal marito. Era la bottiglia allungata ricavata dalla scorza di un frutto svuotato della polpa e usata esclusivamente per conservare le pozioni magiche. Insieme cercarono lo “ndege”. Davanti alla porta della sua casa Felista scoprì in terra ciò che la notte prima era piombato sul tetto ed era poi inspiegabilmente scomparso.
Ora la moglie di Enoch si lanciò sullo “ndege”, lo percosse più volte con la bottiglia nera che poi abbandonò accanto e di corsa ritornò a casa. Doveva trascinare al più presto il marito sul luogo del ritrovamento. Nel frattempo l’apparizione di quell’aeroplano aveva attirato una folla attorno alla casa di Felista. Anche sua figlia Joyce era corsa alla Missione alla ricerca di un aiuto. Poco dopo, a quella massa di curiosi si aggiungevano David, esperto fotografo del Centro Stampa e lo stesso Enoch, subito accolto dal silenzio generale.
Mentre il sing’ganga, con precisi gesti rituali si avvicinava a ciò che a voce alta aveva detto essere una vera magia, lentamente l’oggetto misterioso aveva preso a sussultare. Enoch aveva chiesto dell’acqua, l’aveva mescolata con una suo pozione, se n’era riempita la bocca e come un mangiatore di fuoco aveva soffiato sull’oggetto per arrestarne il moto. Ora anche David era presente ed era accanto ad Enoch. Ottenuto il consenso a scattare delle foto, come prima immagine aveva scelto lo ndege.
David manovrava la sua macchina digitale e lo scatto era bloccato. Riprovava, si avvicinava e si inginocchiava e premeva nervosamente il pulsante e lo zom restava immobile.
Che cosa gli impediva di riprendere quella scena?
Enoch aveva allora posto tra le sue mani un osso bianco, una tibia, forse di capra o di cane, e lo incitava a ripetere i suoi gesti e David, con la macchina fotografica ciondolante a tracolla, aveva soffregato l’osso tra i palmi delle mani, come per migliaia di anni aveva fatto l’uomo per accendere un fuoco nella foresta. E David aveva puntato l’osso verso la cosa e la prima foto era stata possibile. Ad ogni scatto il rituale si ripeteva e di fronte alla bottiglia nera David si era preso paura e si sentiva mancare. Sudava.
La bottiglia nera non voleva saperne di essere fotografata ed all’improvviso aveva preso ad agitarsi ed a inclinarsi ed a oscillare verso di lui, quasi volesse toccarlo.
Lo stregone era ora caduto in ginocchio e carponi si era avvicinato alla bottiglia e la guardava e le sussurrava achemwali, achemvali, sorella, sorella mia, lasciati fotografare. Ad un nuovo guizzo in avanti della bottiglia David era sobbalzato all’indietro e continuava a tremare. Anche Enoch era giunto al termine della sua cerimonia. L’oggetto misterioso e la bottiglia nera dovevano scomparire tra le fiamme per annullare definitivamente ogni residuo di maleficio architettato contro Felista, la sua casa e la sua famiglia.
Era l’atto finale che avrebbe distrutto tutti i sortilegi di Noemi. Allora un fornello da cucina a carbone di legna era stato acceso e posto sulle sue fiamme l’oggetto piovuto dal cielo continuava a rimanere misteriosamente intatto, senza bruciare.
Ancora una volta, l’ultima per quella sera, Enoch era intervenuto e sul rogo era apparsa anche la bottiglia nera. Enoch era intervenuto e sul rogo era apparsa anche la bottiglia nera. In pochi istanti la folla intera che circondava il fuoco era stata illuminata dalla fiammata improvvisa che aveva rapidamente mandato in cenere lo ndege e la bottiglia ed ogni traccia di quel sacrificio agli spiriti del cielo. Felista, il giorno dopo, come faceva ormai da tempo, era ritornata dal suo sing’ganga.
Enoch le aveva assicurato che tutto era finito e che avrebbe continuato il programma di applicazione. Sull’esterno del suo piede destro quel giorno erano state praticate otto infiltrazioni di erbe medicinali tramite scarificazione. Dopo un’intervista durata circa tre ore Felista ci aveva lasciato. Era buio e lei era stanca e sarebbe ritornata al suo villaggio a piedi. Prima di lasciarci aveva abbozzato un sorriso è già pensava al nostro prossimo incontro e pregustava il piacere di ricevere un’altra banconota di grosso taglio a compenso delle sue fatiche.
Ci aveva assicurato che Enoch già sapeva di quest’intervista e che ci avrebbe accolto nei prossimi giorni. Così Noemi, grazie ai suoi poteri, era ormai al corrente di tutti gli avvenimenti.
Anche se Alex era morto di AIDS ed al villaggio tutti lo sapevano. Anche se lei non avrebbe mai dovuto risposarsi ed il suo secondo marito era ugualmente morto di AIDS. Anche se i figli di Felista erano sieropositivi e nessuno osava dirlo.
Anche se le macchie nere che Enoch avrebbe continuato a disseminare sul suo corpo coincidevano perfettamente con i punti nodali delle terapie di agopuntura. Anche se i suoi vomiti, la diarrea e le paure erano vere ed era da poco rientrata dall’ospedale, a chiusura di uno dei numerosi trattamenti AIDS, alla fine solo Enoch, il sing’ganga che l’aveva guarita, avrebbe continuato a curarla con le sue erbe magiche ed a proteggerla dalle incursioni di misteriosi oggetti volanti ed a legare definitivamente la donna al suo guaritore.
Sarebbe stato un cesto di vimini, il lichero, il setaccio della farina di mais a trasformarsi in spirito notturno e messaggero celeste. Nel momento in cui quel lichero prendeva il volo e da utensile quotidiano che separava il grano dalle scorie si trasformava in scoria aerea, in ndege, rinasceva la macchina che da tempo immemorabile gli spiriti usano nei cimiteri, per dissotterrare i morti al chiarore della luna e riportarli alla luce e darli in pasto alle streghe. Ancora una volta sarebbe stato il bianco del filo sputato dal suo ventre come il bianco delle notti di luna ed il bianco del lenzuolo che l’aveva ricoperta a guidare la vita di Felista. "Storia
di una donna africana malata di AIDS
e curata dalle erbe di Enoch, lo stregone.
...Cesare Santif. cr