

Cinzia
Raffin
Qualche anno fa Uta Frith pubblicava
un testo che ebbe molta fortuna: “Autismo. Spiegazione di un enigma”
("Autism. Explaning the Enigma"
Frith, 1989). Era la fine degli
anni ‘80 e si erano da poco abbandonate le teorie psicogenetiche sull’autismo.
Queste teorie imputavano l’origine del disturbo a un problema di tipo relazionale
o comunque psicologico tra il piccolo che ne veniva colpito e la madre incapace
di manifestargli il suo amore tanto da bloccarne la naturale evoluzione in
essere sociale e comunicativo. Al pari di altre teorie metafisiche, le teorie
psicogenetiche erano supportate non dallo studio scientifico del fenomeno,
quanto piuttosto dalla convinzione, quasi aristotelica, che ad una sintomatologia
di carattere psicorelazionale dovesse necessariamente corrispondere una eziologia
di carattere psicorelazionale.
Se questa weltanschauung poteva essere giustificata alla fine del 1800, in
un periodo storico in cui per la prima volta si era guardato alla mente come
oggetto di studio 1 , di certo era diventata una weltanschauung
colpevole di oscurantismo nella seconda metà del 1900 quando si ponevano già
le basi per lo studio del genoma umano.
Oggi, sebbene per certi versi l’autismo sia ancora un enigma, sappiamo molto
di più sulle sue origini, sulla sua prevalenza, sul funzionamento neuropsicologico
della persona colpita.
Innanzitutto sappiamo che non si tratta di una patologia
unica, ma di un gruppo di sindromi di natura neurobiologica.
L’ICD 10 (1993) e il DSM IV (1994), concordano nel definire questo gruppo
di sindromi come Pervasive Developmental Disorders, vale a dire disturbi
dello sviluppo mentale i cui sintomi hanno una insorgenza precoce: prima dei
tre anni di vita e che permangono per tutto il corso dell’esistenza.
I deficit nel funzionamento del SNC che sono alla base di queste sindromi
sono abbastanza noti, mentre ancora poche sono le conoscenze eziologiche.
La triade sintomatologica tipica di ogni sindrome
autistica riguarda
una compromissione grave e generalizzata nella capacità di interazione
sociale,
una altrettanto grave compromissione della comunicazione sia verbale che
non verbale (il bambino può addirittura non sviluppare mai il linguaggio
e non trovare spontaneamente alternative ad esso),
ed infine la presenza di comportamenti ed interessi estremamente ristretti
e stereotipati.
Che cosa possa causare l’insorgenza di questi disturbi è oggetto ancora di
ricerca.
Si stanno percorrendo diverse strade, le ipotesi più accreditate sono oggi
le ipotesi genetiche. Non si tratta purtroppo di aberrazioni cromosomiche
o mutazioni oggi abbastanza facilmente indagabili, perché, tranne per alcuni
casi, come la sindrome di Rett o la Sindrome da X fragile, è probabile che
siano diversi i geni coinvolti e che si tratti di errori o delezioni in alcuni
cromosomi, prova ne è la quasi totale assenza di stigmata fisici o la loro
presenza troppo sottile da essere quasi impercettibile, quando invece, per
altre aberrazioni cromosomiche, ad essere intaccato è il cariotipo che presenta
marcati segni fisici.
Di contro i bambini autistici sono spesso bambini molto belli, tanto che anticamente
correva la leggenda che fossero figli di fate (Wing,1997) scambiati nelle
culle per farli crescere dagli umani, ma che continuavano a portare con sé
questa loro origine misteriosa soprattutto nello sguardo incapace di incrociare
lo sguardo di un altro essere umano.
Pur non essendoci stigmata fisici, l’ipotesi genetica, nell’eziologia dell’autismo,
è comunque sorretta da numerose ricerche. Gli studi sui gemelli omozigoti,
sembrano confermare questo dato, infatti, l’ereditarietà si stima pari al
91-93%.
Molto diversa è la concordanza tra gemelli dizigoti che si stima essere intorno
al 10%. (Bailey et al., 1995).
Non solo, ma altri studi suggeriscono che la predisposizione genetica per
l’autismo può manifestarsi a volte nei parenti non autistici in un fenotipo
che è molto lieve ma qualitativamente similare ai caratteri autistici (Le
Couteur et al., 1996).
Altre ipotesi eziologiche su cui si sta indagando riguardano possibili origini
infettive (Barak et al., 1998; Chess, 1977), dismetaboliche (Chugani et al.,
1998), endocrinologiche (Tordjman et al., 1997), immunologiche (Stubbs et
al., 1997), malformazioni anatomiche (Bauman, 1996), esiti di encefalopatie,
di quadri epilettici (gli EEG di quasi il 30% delle persone con autismo manifesta
attività epilettiforme) (Herder, 1993; Rapin 1995).
Molti studi, in questi anni, soprattutto sulla base dei rapporti che tante
famiglie riportano circa la comparsa dei sintomi (che in molti casi avviene
dopo 12-18 mesi di sviluppo apparentemente normale), si stanno occupando di
verificare la correlazione tra le vaccinazioni di routine e la possibile reazione
immunitaria alle stesse come possibile causa di disturbi autistici (Shattock,
1988). Parimenti sono indagate le correlazioni tra reazioni allergiche a determinate
sostanze (intolleranza al glutine e alla caseina) e presenza di comportamenti
autistici (Lucarelli et al., 1995). Sebbene questi studi non abbiano dato
per il momento esiti certi, molte famiglie ricorrono ugualmente a regimi dietetici,
nella speranza di vedere migliorato il quadro autistico del proprio congiunto.
Per quanto attiene l’origine delle sindromi autistiche siamo ancora in una
fase di ricerca, ma, rispetto a qualche anno fa, gli studi si sono intensificati
e si può confidare nell’arco di qualche decina d’anni di conoscere più dettagliatamente
le possibili cause di questo gruppo di disturbi che rimane una delle patologie
psichiatriche più gravi con insorgenza in età infantile.
E’ ormai certo che con il progredire della ricerca sempre più sottogruppi
verranno identificati e che sarà d’obbligo non più parlare di “autismo”, ma
di “autismi” a seconda dell’eziologia che ne sta alla base.
Quale che siano le cause delle sindromi autistiche, sappiamo che esse sono
in aumento (Gillberg & Coleman, 2000). Mentre il rapporto maschi/femmine si
è mantenuto pressoché uguale2 4/1, si stima che l’aumento di casi riscontrato
negli studi epidemiologici (seriamente condotti) dal 1966 al 1997 sia stato
di quasi il 4 % annuo.
I dati riportati nei due manuali diagnostici citati in precedenza: ICD 10
e DSM IV, sono quindi già ritenuti obsoleti. Oggi si stima che nella sua forma
marcata l’autismo coinvolga un bambino ogni 500 nati, mentre sintomi dello
spettro autistico possono manifestarsi quasi nell’1% dei bambini (Wing, 1996).
L’aumento, come sottolineava Donald J. Cohen, poco prima della sua morte,
non è da imputarsi al solo effetto delle migliori opportunità diagnostiche
di cui siamo oggi in possesso, ma anche ad altri fattori che devono indurci
a riflettere sia sulle cause che sulla prevenzione, oltre naturalmente sulla
previsione di adeguati servizi e trattamenti efficaci (Cohen & Volkmar, 1997).
Data l’incerta eziologia delle sindromi autistiche i trattamenti d’elezione
oggi utilizzati non sono di tipo farmacologico, bensì educativo (Gillberg
& Peeters, 1995).
Quella farmacologica viene prevalentemente utilizzata come terapia sintomatica
per placare alcuni problemi spesso collegati all’autismo, come l’iperattività,
i disturbi del sonno, l’auto ed etero aggressività. Il medico dev’essere molto
cauto nel valutare il rapporto rischio/benefico dei farmaci somministrati,
perché in ogni caso non si tratta di farmaci specifici per l’autismo e i loro
effetti possono essere anche paradossi come nel caso di alcune benzodiazepine
o di neurolettici che a volte possono peggiorare il quadro clinico (Gillberg
& Coleman, 2000).
Pur non avendo molti strumenti, il medico è tuttavia di grandissima importanza
nella vita del paziente autistico. Oggi si sa che le variabili più rilevanti
per una prognosi favorevole 3 sono due: una diagnosi precoce
per iniziare un programma educativo efficace il più presto possibile e il
livello intellettivo della persona.
Sulla seconda variabile il medico non può intervenire, (anche se spesso il
ritardo mentale che si associa nel 70% dei casi all’autismo, non è un dato
fisiologico, ma l’effetto di una inadeguata stimolazione cognitiva causata
dai deficit propri della sindrome come vedremo più avanti), ma sulla diagnosi
precoce il medico può fare tanto.
Purtroppo le poche conoscenze che negli anni scorsi si avevano sull’autismo
e l’errata convinzione che si trattasse di sindromi rare hanno impedito a
molti medici e medici pediatri, di essere in grado di evidenziare il rischio
di autismo in età precoce ritardando la presa in carico e limitando le chance
che un cervello giovane ha di molto superiori a quelle di un cervello più
maturo.
Oggi esistono strumenti come la CHAT - Cecklist for Autism in Toldlers (Baron
Cohen et al., 1992), che in pochi minuti permette al medico (non necessariamente
neuropsichiatria o psichiatra), di accertare un possibile rischio di autismo
già a 18 mesi, con la conseguente opportunità di inviare a un centro specializzato
il bambino per la somministrazione di test diagnostici e funzionali che, se
confermano il sospetto iniziale, permettono molto precocemente di iniziare
il percorso educativo-abilitativo.
La CHAT va ad indagare la presenza di alcuni comportamenti e l’assenza di
altri che demarcano lo sviluppo mentale normale da quello autistico. Come
si sarà già compreso dai dati eziologici, la diagnosi di sindrome autistica
è sostanzialmente una diagnosi clinica. Tuttavia a differenza di quanto poteva
accadere qualche anno fa, oggi l’osservazione clinica è molto precisa e non
lascia grandi margini per un giudizio soggettivo.
Ciò in virtù dell’utilizzo di strumenti standardizzati e di criteri misurabili
universalmente condivisi dalla comunità scientifica. Un protocollo diagnostico
serio deve prevedere l’utilizzo di questi strumenti da parte di professionisti
adeguatamente formati. Accanto alla valutazione diagnostica dev’esserci una
valutazione funzionale del bambino che permetta di porre le basi dell’intervento
educativo-abilitativo. Una prima valutazione deve includere l’anamnesi, compresa
la storia familiare, con particolare attenzione ai dati relativi alla gestazione
e al periodo perinatale.
Per quanto riguarda l’esame fisico e neurologico è evidente che un medico
coscienzioso osserverà accuratamente il bambino, ma deve essere consapevole
del funzionamento neuropsicologico dello stesso perché anche una semplice
manovra come la misurazione della circonferenza cranica, può essere molto
difficile da effettuare su una persona autistica come avremo modo di vedere
meglio più avanti.
Da qui l’esigenza di avvicinarsi al processo diagnostico con adeguate informazioni
e possibilmente coadiuvati da un team di professionisti specializzati in autismo
che possano “saper prendere” il bambino, preparandolo agli esami a cui sarà
sottoposto. (Raffin, 1999) Riguardo gli esami di laboratorio e gli esami strumentali,
l’orientamento degli specialisti che si occupano di autismo è quello di non
abusare del bambino sottoponendolo a una miriade di indagini che forniscono
quasi sempre (almeno nel 50% dei casi) poca o nessuna informazione rilevante
né dal punto di vista diagnostico né dal punto di vista terapeutico.
Alcuni esami, oltre quelli di routine, vanno eseguiti, come ad esempio: cariotipo,
inclusa la ricerca dell’X fragile, livello di elettroliti, acido piruvico
e acido lattico, serotonina, le urine delle 24 ore: acido urico, calcio e
fosforo, creatinina. Così come è indicato un EEG in siesta, un test oftalmologico
e uditivo, uno studio di brain imaging (Gillberg & Coleman 2000).
Altri esami vanno prescritti solo sulla base dei risultati dei primi o sulla
base di indicazioni precise emerse dall’anamnesi familiare e del paziente.
Naturalmente c’è chi ritiene che le indagini debbano essere più numerose e
propone un protocollo diverso (Adrien et al., 1989, Barthélémy et al., 1998,
Volkmar et al., 1999, Filipek et al., 1999) Quello che è essenziale è che,
nel momento in cui il professionista o meglio l’équipe dei professionisti
ha un’ipotesi diagnostica, ci sia la capacità di consegnare questa diagnosi
ai familiari e di rispondere subito e concretamente alla domanda che in essi
sorgerà per prima: “cosa si può fare?” (Raffin, 2001b).
Come responsabile della Fondazione Bambini e Autismo, ho sentito veramente
troppi resoconti di famiglie disperate e disorientate che si sono viste consegnare
una diagnosi, spesso in modo confuso, e sono poi state lasciate da sole ad
occuparsi del “che fare” (Raffin, 2001a).
Di cose da fare ce ne sono parecchie, la prima è proprio quella di relazionarsi
ai genitori considerandoli da subito dei coterapeuti (Prata & Raffin, 1999),
persone cioè che sono competenti rispetto alle informazioni che ci possono
dare sul loro figlio e che vanno preparate ad educare in modo “speciale” il
loro bambino.
Non c’è di peggio, in questo senso, che utilizzare quel distacco che spesso
caratterizza il professionista e che a volte gli fa dire delle cose aberranti
come: “Lei continui a fare la mamma, non deve diventare la terapista di suo
figlio”.
Dovremmo chiederci che cosa significa una tale affermazione.
Se è relativamente facile fare il genitore di un bambino normale, non è affatto
facile o spontaneo fare il genitore di un bambino autistico, proprio per le
caratteristiche disorientanti della sua patologia.
Innanzitutto, si è detto, la persona autistica ha gravi deficit nella capacità
di comunicazione. Quello che manca non è solo il linguaggio verbale che nella
grande maggioranza dei casi compare in ritardo rispetto allo sviluppo normale
o può non comparire affatto, ma è la capacità di utilizzare la comunicazione
spontanea nell’interazione.
Anche il semplice gesto dell’indicare con il dito indice per richiedere o
mostrare qualcosa, gesto che compare spontaneamente nel piccolo a pochi mesi
di vita, non è posseduto dal bambino autistico, il quale non ne comprende
il valore comunicativo e preferisce trascinare il braccio dell’adulto per
arrivare dove da solo non riesce.
Si potrebbe pensare che il trascinare il braccio sia una comunicazione, ma
non è così. Infatti il bambino autistico trascina il braccio di chi gli capita
sotto tiro, potrebbe essere anche una persona estranea che lui utilizza come
strumento meccanico. Il gesto dell’indicare, invece, presuppone che il bambino
possegga la predisposizione genetica ad entrare in relazione con l’altro,
una sorta di consapevolezza che l’adulto “decodificherà” il suo messaggio.
Il bambino normale, infatti, utilizza insieme a questo gesto, anche tutta
un’altra gamma di comunicazioni: vocalizza guardando l’adulto e cercando i
suoi occhi per poi guardare nella direzione dell’oggetto desiderato. Il suo
cervello “sa” che l’adulto guarderà nella direzione in cui sta guardando lui.
(Baron Cohen, 1995).
Tutto questo nel bambino autistico non c’è, il bambino non possiede lo
sguardo condiviso, evita il contatto oculare, non risponde al suo nome, non
risponde alle coccole o risponde in maniera bizzarra, a volte le cerca e le
accetta, altre volte può addirittura infastidirsi se qualcuno lo tocca senza
preavviso. Anche quando e se imparerà a parlare, spesso il suo linguaggio
fa eco a quello dell’adulto o ripete in contesti non coerenti slogan sentiti
alla TV.
Il bambino può parlare in seconda o terza persona e difficilmente utilizza
il linguaggio per chiedere, per raccontare o commentare. (Watson et al., 1989).
L’apparato simbolico presenta dei gravissimi deficit che si ripercuotono anche
sul gioco.
Il bambino autistico non gioca “a far finta”, e i suoi giochi sono pochi,
ripetitivi, spesso stereotipati. (Jarrold et al., 1993).
Nella relazione con gli altri manca di quella intuizione sociale che noi possediamo
e che tanto ci aiuta nel destreggiarci anche nelle situazioni nuove. Sembra
che la persona autistica non abbia questa capacità e non sappia intuire le
regole sociali, dalle più banali, come quella di salutare o di non urlare
in un ambiente pubblico, a quelle più sofisticate, come quella di valutare
quando è conveniente o meno accusare qualcuno di aver detto una bugia.
Di certo la persona autistica riesce, attraverso un buon programma educativo,
ad apprendere gran parte delle regole sociali, (Baron-Cohen S. et al., 1999)
ma lo fa cognitivamente e quindi l’applicazione delle stesse, mancando l’intuito
sociale, appare sempre goffa e rigida. In ogni caso è meglio che la persona
autistica sia accompagnata all’apprendimento di queste regole piuttosto che
sia lasciata da sola ad affrontare un mondo “incomprensibile”.
Temple Grandin 4 definiva se stessa da giovane “un antropologo
su Marte” 5 , incapace di capire perché gli altri si muovessero,
dicessero, pensassero come alieni (Grandin, 1996). L’incapacità di utilizzare
i canali comunicativi normali e la mancanza di intuito sociale può rendere
la vita della persona autistica un vero inferno.
Come dice Therese Joliffe (Joliffe et al., 1992), nel caos di un mondo incomprensibile,
la persona autistica si difende cercando di ritualizzare la sua vita. Gli
itinerari sempre uguali, gli orari precisi, le sequenze ripetitive delle azioni
aiutano a non perdersi e a non impazzire. Ma c’è chi non ha le risorse delle
persone autistiche cosiddette “ad alto funzionamento”, come Grandin o Joliffe,
e la paura generata da un mondo al quale non si riesce ad aderire può far
scaturire comportamenti di autolesionismo (come il mordersi a sangue o il
battere la testa contro il muro) (Ianes,1998) o di aggressività verso gli
altri che, dal di fuori appare, nella maggior parte dei casi, ingiustificata.
Le crisi che le persone autistiche vivono non sono generate solo dall’incomprensione
del mondo circostante e dalle difficoltà comunicative, ma spesso anche da
reazioni verso stimoli sensoriali che sono trattati in modo molto alterato
a livello di Sistema Nervoso Centrale.
Nel suo articolo Temple Grandin chiarisce quanti sono i problemi sensoriali
degli autistici.
Molti di questi problemi si stanno oggi indagando scientificamente e fanno
parte di quegli studi neuropsicologici che finora ci hanno dato i maggiori
risultati nella comprensione dell’enigma autismo. (Happé, 1994; Happé et al.,
1996). Innanzitutto sembra vi sia una iperselettività sensoriale, per
cui certi stimoli, ad esempio visivi, sono percepiti in maniera “antigestaltica”,
cioè, opposta a quanto avviene per la maggioranza di noi. Vale a dire che
spesso sono scollegati dall’insieme e dal contesto e si imprimono nella memoria
con tutti i loro particolari (Peeters, 1994). Ciò permette, ad esempio, a
bambini autistici anche molto piccoli di fare dei puzzle al rovescio (dalla
parte del cartone) e ciò perché la loro attenzione selettiva li aiuta nella
discriminazione della forma degli incastri. Mentre è per loro estremamente
difficile fare riferimento a modelli complessi di cui non riescono a cogliere
l’insieme.
Uta Frith parla a questo proposito di “mancanza di forza di coerenza centrale”.
(Frith, 1989). Una funzione che il nostro cervello possiede e che permette
di unire in una visione coerente stimoli anche molto diversi tra loro.
La forza di coerenza centrale è la capacità che noi abbiamo di raggruppare
in un’unica categoria concettuale, ad esempio “cavallo”, mille cavalli diversi,
per razza, colore del manto, grandezza, cavalli reali, ritratti in una foto
o in un disegno o stilizzati in un simbolo. Un bambino autistico di mia conoscenza
disse di fronte ad una foto di una giraffa dal manto maculato, una giraffa
fulva dal manto striato e un leopardo, che le giraffe erano la giraffa maculata
e il leopardo. In quel bambino è prevalso un particolare: il colore del manto,
su altri aspetti che noi invece utilizzeremmo per la discriminazione.
Dal punto di vista gustativo e olfattivo ugualmente molte persone autistiche
sono selettive.
Gusto e olfatto riescono a percepire “impercettibili” variazioni di odori
o gusti tanto da costringerli, a volte, a una dieta autoimposta di soli pochi
cibi, o di andare ad annusare anche cose inconsuete per orientarsi nelle scelte.
Anche lo stimolo uditivo è compromesso. In genere possono percepire
suoni quasi impercettibili o essere disturbati dalla confusione o dai rumori,
probabilmente proprio per il fatto che questi vengono scomposti in mille impulsi
a cui il cervello reagisce senza nessun filtro.
Questo non aiuta di certo l’apprendimento linguistico, né la partecipazione
ai momenti sociali, come la scuola o gli ambienti lavorativi, che quindi devono,
nell’ottica dell’abbattimento delle barriere architettoniche, adeguarsi a
questo handicap. Ancora molto bizzarra è la risposta agli stimoli tattili.
Molti bambini possono risultare apparentemente insensibili al dolore, mentre
altre volte un semplice tocco, come una carezza sui capelli, li può angosciare
al punto da avere una vera e propria crisi comportamentale.
Studi sulla memoria hanno evidenziato la grande differenza tra chi è autistico
e chi non lo è (Boucher et al., 1976; Mottron et al., 1998), la categorizzazione
mnemonica dei dati ambientali ed esperienziali pare sia decisamente diversa
da quella utilizzata dalle persone normali. In particolare è privilegiata
la memoria visiva e associativa, mentre molte carenze si trovano nella cosiddetta
memoria di lavoro, quella che permette di tenere a mente, per un periodo molto
breve, le informazioni di cui necessitiamo per portare a termine un’azione.
Parimenti oggi sappiamo che molti deficit si riscontrano nelle funzioni esecutive,
deficit tali per cui la risoluzione di problemi viene compromessa da ragionamenti
processati in modo alquanto bizzarro e spesso vincolati all’esperienza visiva.
(Pennington & Ozonoff,1996).
La conoscenza del funzionamento neuropsicologico della persona con autismo
è stato in questi anni rilevantissimo al fine di costruire i progetti educativi
e abilitativi.
Da quel poco che in questo articolo si è potuto evidenziare, è chiaro che
questo handicap per essere affrontato ha bisogno di un progetto globale “from
the cradle to the grave” (Raffin, 2001c). Dal momento di screening diagnostico
all’età adulta, queste persone hanno bisogno di approcci che non facciano
violenza al loro modo di funzionare. Hanno bisogno di imparare, ma attraverso
mezzi e modalità che siano conformi ai loro stili cognitivi, perché non possono
(non è che non vogliano) rispondere ai normali sistemi educativi. Hanno bisogno
di modalità di comunicazione confacenti ai loro deficit.
Chi è esperto di autismo sa che molte delle caratteristiche patologiche di
questo handicap possono venir sfruttate per incoraggiare il processo di apprendimento.
La routine, ad esempio, non è necessariamente un impedimento nell’imparare,
lo è molto di più un genitore o un insegnante che pretende da un bambino autistico
creatività e immaginazione.
E’ come se pretendessimo che una persona paraplegica per potersi muovere debba
necessariamente camminare.
Oggi molto si è fatto per l’handicap “visibile”, come quello motorio, molto
si deve ancora fare per l’handicap mentale, meno visibile ma estremamente
invalidante se non affrontato nella maniera giusta. Ma, come diceva Popper,
gli errori che possono essere stati commessi in passato sono sempre stati
il motore della conoscenza.
Per un professionista l’autismo può essere una sfida che si può e si deve
combattere con le armi della scienza.
Cinzia Raffin
Direttrice Scientifica della Fondazione Bambini e Autismo – ONLUS di Pordenone
(Italia)
1 Una
mente sempre sana che poteva ammalarsi solo in conseguenza di un ambiente
malato.
2 Sebbene ci siano studi che limitando la ricerca alla sindrome autistica
di Kanner, rilevino un rapporto decisamente più alto: 16/1 (Wing e Gould 1979),
13/1 (Gillberg et al. 1991). Ciò fa ipotizzare che a seconda dei sottogruppi
di autismo ci siano rapporti maschio/femmina diversi.
3 Per prognosi favorevole qui non si intende la guarigione, ma una qualità
di vita soddisfacente in termini di autonomia, di autostima, di benessere
della persona autistica e di chi le sta attorno.
4 Vedi articolo in questo stesso numero.
5 Questa definizione ha poi dato il titolo ad un celebre libro di Oliver Sacks
(Sack, 1995)
