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La drammaturgia italiana del primo Novecento ebbe modo di perseguire nuove forme espressive grazie a Luigi Pirandello.

Lo scrittore trovò nell’osservazione psicologica sui diversi casi del comportamento umano un motivo di indagine narrativa prima nelle novelle, di cui è facile notare una naturale propensione alla tendenza dialogica e alla dimensione scenica, quindi nella trasposizione teatrale con la nascita del personaggio. Nato nel 1867 nei pressi di Girgenti, oggi Agrigento, nella contrada Caos, Pirandello era figlio di un ricco commerciante di zolfo. Nel luogo natio passò la propria infanzia ricevendo in casa un’istruzione di tipo elementare, ascoltando inoltre fiabe e leggende tipiche della Sicilia, il cui influsso ritroveremo poi nei suoi lavori più maturi.
Nel 1880 la famiglia si trasferì a Palermo, dove Luigi frequentò il liceo, per affrontare quindi gli studi universitari a Roma e a Bonn, dove si laureò nel 1891 in filologia romanza, discutendo in tedesco una tesi sulla fonetica del dialetto agrigentino.
Per un paio d’anni resse il lettorato di italiano in Germania, ma nel 1894 decise di stabilirsi definitivamente a Roma. Lo stesso anno sposò Antonietta Portulano, giovane di buona famiglia di Agrigento, da cui ebbe tre figli. Inoltre ottenne la cattedra di Lingua e Letteratura italiana all’Istituto Superiore di Magistero, dove insegnò finché raggiunse la fama internazionale nel 1922.
Il giovane Pirandello non ha un buon rapporto con i letterati e i critici suoi contemporanei, si isola dal mondo culturale perché insoddisfatto dalla mediocrità degli accademici e degli intellettuali del suo tempo. Luigi è animato da una profonda disillusione verso l’umanità e contemporaneamente è pungolato da un’ansia di conoscenza. La Roma della corruzione politica del primo periodo di Crispi non fu certo il luogo ideale per mutare la predisposizione misantropa dello scrittore, già elaborata nell’atmosfera oppressiva del borgo siciliano.
Anzi, Roma diveniva la disperante conferma dell’alienazione sociale dell’uomo e della sconfitta di una società che stava perdendo i valori morali. Estraneo alle correnti letterarie coeve, Luigi iniziò a concepire un’arte teatrale totalmente contraria a quella di D’Annunzio sia nelle forme sia nei contenuti. Schiacciando per così dire l’autore e togliendo importanza alla sua vita, Pirandello cercava semmai la via per raggiungere l’opera “impersonale”, un’aspirazione che andava a coincidere con le tendenze naturalistiche, dalle quali però l’autore di Girgenti si sentiva profondamente lontano, avendo intuito i limiti pericolosi del realismo in letteratura. Pirandello veleggiava dunque da solo nel proprio dramma di intellettuale, che finì con l’abbracciare, un po’ leopardianamente, il pessimismo storico. Lo scrittore riscontrava provvisorietà e inadeguatezza di filosofia e scienza, di storia e poesia. Constatata la vacuità dello spiritualismo e di ogni espressione di fede, non gli restò che assaporare amaramente il fallimento dell’essenza umana, che non poteva trovare via di scampo di fronte al dolore, a situazioni angosciose o alla morte, se non nella follia.
A cavallo tra Ottocento e inizi Novecento, Pirandello trovò il suo genere espressivo nella narrativa, in particolare come autore di novelle, dalle quali in seguito trasse il materiale e gli spunti per opere teatrali. Intanto nel 1903 il padre di Luigi venne colpito dal fallimento finanziario, compresa la dote della moglie Antonietta, che da quel momento diede segni di forte squilibrio psicologico, evidenziando di lì a poco una grave malattia mentale.

Nel 1910, su suggerimento dell’amico Nino Martoglio, compose l’atto unico "Lumie di Sicilia", dove evidenzia quanto il fluire del tempo e il cambiamento della situazione sociale possa far mutare i sentimenti e il modo di agire delle persone. Protagonista è Micuccio, ingenuamente legato alla figura ideale della giovane Teresina, la quale, lasciato il paese, era divenuta una famosa cantante. Innamorato di Teresina, Micuccio viene al Nord per incontrarla e trova una donna assai diversa, agiata, spigliata, che ormai lo ha dimenticato e tradito, indegna delle lumie della loro terra, frutti simili al limone, metafora di fedeltà.

Dello stesso periodo è "La morsa", in cui il tema dominante è l’adulterio di Giulia nei confronti del marito Andrea. Qui compare un riuscito approfondimento psicologico dei personaggi: Giulia ha sentimenti spontanei e passionali, Andrea è uomo distaccato, freddo, che con il suo atteggiamento agevola il tradimento della propria moglie con l’avvocato Antonio, persona timorosa e di poco nerbo. Il terrore di essere scoperti dal marito impedisce ai due amanti di vivere serenamente la loro passione e li stringe pian piano in una morsa mortale. Giulia risulta vittima di entrambi gli uomini. Nel dialogo finale tra marito e moglie, Andrea infierisce verbalmente sulla donna di cui conosce il tradimento, la caccia di casa, impedendole di vedere i figli per l’ultima volta prima di andarsene, e la induce al suicidio.

L’inizio della grande esplosione della drammaturgia pirandelliana si ebbe tra il 1915 e il 1920.

Per i lavori scritti in un primo tempo in dialetto, Pirandello si appoggiò al geniale attore siciliano Angelo Musco.
Nacquero così i primi testi che raggiunsero in breve una grande notorietà, tra cui Pensaci Giacomino! del 1916.
Opera in tre atti, la commedia parla del professore settantenne Agostino Toti, che decide di sposare Lillina, la giovane figlia del bidello, al solo scopo di compiere una buona azione, lasciandole per il futuro la propria pensione e i beni. Infatti Lillina è già incinta e viene cacciata di casa perché sorpresa con Giacomino, il suo innamorato. Il matrimonio con il professore è risolutore: Lillina vivrà con lui come una figlia, potrà ancora incontrare Giacomino, e il bambino che sta per nascere avrà una famiglia e un buon avvenire. Tuttavia le frequenti visite di Giacomino in casa Toti sono notate da tutti in paese e considerate scandalose.
La sorella di Giacomino, Rosaria, d’accordo con il prete Landolina, vuole che il fratello sposi una brava ragazza e si tolga da questa situazione imbarazzante. Sarà l’intervento del professor Toti a mutare questo disegno, mentre Lillina ha dato alla luce Ninì. Il vecchio, preso in braccio il piccino, si reca a casa di Giacomino, lo redarguisce con chiare argomentazioni sulle sue responsabilità di padre e di innamorato.
Alla vista del figlio, il giovane finalmente comprenderà che la propria esistenza è indissolubilmente legata a Lillina e al loro bambino.

 

Bonn

 

 

 

 

 

 

Roma

Angelo Musco

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

.Franco Manzoni