

Quando
a metà degli anni cinquanta mi sono iscritto a medicina, nel mio anno le matricole
erano oltre quattrocento e circa trentacinque-quaranta erano donne.
Siamo arrivati alla laurea alla fine del sesto anno, testimoniato dalla fotografia
dei laureandi, in 90 di cui ben 20 donne. E’ noto che le donne se motivate
si impegnano molto di più nello studio.
Ora da alcuni anni le matricole donne superano il numero degli uomini. Oggi
dominano gli Atenei, tra poco la professione: il sorpasso avverrà entro un
decennio. Anche se i sacrifici legati a questa professione pesano molto nella
vita privata, la medicina si sta femminilizzando: è ormai una tendenza accertata
e costante e continuerà nei prossimi anni.
Questa irresistibile avanzata porterà certamente un vento nuovo di riumanizzazione
per la ben nota maggior disponibilità e comprensione della donna, che è notoriamente
più paziente, tuttavia nella nota legge di mercato le minori esigenze delle
donne porteranno anche a un abbassamento economico di questa professione.
Le specialità tinte di rosa oltre la tradizionale pediatria, sono la ginecologia,
l’anestesiologia, la radiologia. Inoltre oggigiorno gli uomini sembrano fuggire
da questa professione dando la loro preferenza alle discipline cosiddette
“moderne” come l’informatica e l’economia, molto più redditizie.
L’esercito delle donne
medico nel 1980 era 24.256 contro 109.831 uomini, nel 1990 di 64. 362 contro
179.275 e nel 2000 su 309.145 medici iscritti agli albi ben 96.678 erano donne
cioè il 31,3 per cento. Questa percentuale è ulteriormente salita e al 30
giugno 2002 al 31,87 per cento, infatti il numero delle donne ha sfondato
il muro dei 100mila.
Sono soprattutto le classi under 35 le più femminilizzate: con meno di 30
anni le donne al 30 giugno di quest’anno erano 8.210 e gli uomini 5.612 con
un rapporto di 68,35 a 31,65.
Dopo la Sardegna con 42,59, a vantare il maggior numero di camici rosa è la
Lombardia con 36,13, quindi il Piemonte con 34,98, l’Emilia Romagna con 34,64.
In Campania Puglia e Valle d’Aosta impera ancora il dominio maschile: 75,38,
73,76 e 71,51.
Contro un costante aumento dei laureati in medicina (1 medico ogni 179 cittadini)
fa riscontro un progressivo calo dei medici di famiglia per l’innalzamento
del rapporto ottimale da 1000 (un medico per 1000 assistiti) verso il massimale
(numero massimo di scelte di pazienti consentito) di 1.500 pazienti, ma anche
qui il numero degli accessi, come nei corsi di formazione per i medici di
medicina generale, negli ultimi dieci anni è sempre più verso il femminile.
In alcuni piccoli Ordini come quello di Asti l’assalto delle donne non prevale
sul sesso forte. Interessante è anche una ricerca effettuata dalla Commissione
pari opportunità dell’Ordine provinciale dei medici chirurghi e degli odontoiatri
di Venezia sulle qualità di vita delle donne-medico.
Su un campione di oltre 200 donne quasi la metà e precisamente il 43,5 per
cento lavora sul territorio, il 41 per cento sono dipendenti ospedaliere,
il 15,5 percento hanno incarichi provvisori o sono libereprofessioniste. Il
37 per cento sono o divorziate o single, altrettante non sono mamme e il numero
dei figli è di 1, raramente 2, inoltre diventano mamme con grande ritardo
per non bruciare la propria carriera. Pochissime occupano posti apicali.
NB.- Si ringraziano gli Ordini provinciali dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri
e il Centro informatico dell’ENPAM per la loro collaborazione.
