Niente
di nuovo sotto il sole della bioetica.
Sul finire degli anni Settanta si aprì un intenso dibattito sulla liceità
morale di clonare o no un uomo: ragioni a favore, ragioni contro, alla fine
si disse che era inutile discutere prima di sapere se fosse o no possibile
fare la clonazione.
Dopo la nascita di Dolly, l’unica pecora
passata dalla cronaca alla storia, nuove discussioni, nuove preoccupazioni.
La possibilità c’era, gli argomenti necessari ad impedire l’abuso della tecnologia
sulla condizione umana erano noti: ma non bastava.
Oggi l’annuncio, tutto da verificare, della nascita di Eva, la prima bambina,
sembra, frutto della clonazione.
E ancora nuove discussioni. Con un’aggiunta: alcuni esponenti della cosiddetta
comunità scientifica, che sono, di fatto, coloro che sono in grado di intervenire
sui mass media per far sapere la loro opinione, sponsorizzano una nuova clonazione,
quella cosiddetta terapeutica. Insomma, ci sarebbe una clonazione buona e
una cattiva.
La differenza tra la clonazione terapeutica (quella buona) e quella riproduttiva
(quella cattiva) consisterebbe soltanto nello scopo: nel primo caso (quello
buono!), l’embrione generato con il metodo della clonazione servirebbe per
estrarre delle cellule staminali per uso terapeutico (e sarebbe, quindi, distrutto,
ucciso); nell’altro caso (quello cattivo), l’embrione verrebbe accolto in
un grembo materno e avremmo al mondo un gemello in più.
Non servono discussioni, non servono argomentazioni contro la clonazione in
sé (né serve ricordare che è meglio far nascere un embrione umano che uccidere
un embrione umano) laddove c’è la volontà di fare quello che si vuole e laddove
si intrecciano interessi economici e miti (nel senso del racconto “sacro”)
salutistici.
Basta la parola “terapeutico” per trasformare e redimere qualsiasi azione
umana. Se invece di parlare di guerra contro l’Iraq si dicesse che si deve
compiere un’azione terapeutica, forse cadrebbero molte resistenze, molte obiezioni
nei confronti della possibilità di questo evento prossimo futuro.



Ma l’Occidente ha i suoi miti, i suoi riti, i suoi linguaggi. Se non basta
appellarsi all’aspetto “terapeutico” per promuovere una certa ricerca, ecco,
di riserva, il richiamo alla libertà della scienza.
La scienza, si sa, per definizione, non si può fermare. Lo dicono tutti. Ovviamente,
quando si pensa alla scienza da promuovere e da difendere non si pensa alla
filatelia o alla filologia classica, alla statistica o alla matematica (che
pure sono scienze), ma a tutte quelle discipline che, nell’immaginario collettivo,
sono al servizio della salute dell’uomo, cioè sono, anch’esse terapeutiche.
Ma, al di là di ogni discussione sulla libertà in sé della scienza, resta
il fatto che gli scienziati, uomini come noi, loro malgrado, sono inseriti
in contesti politici ed economici che permettono di attuare certe ricerche
e non altre, che sostengono certe scienze e non altre.
Ogni volta che si spendono soldi per una ricerca li si sottraggono ad un’altra:
il che significa che la scienza è sempre, ogni giorno, fermata e che chi si
appella alla libertà della ricerca vuole prima di tutto difendere la propria
libertà, ben sapendo che quello che gli verrà assegnato in termini di soldi
e di attrezzature sarà sottratto ad altre ricerche scientifiche.
I miti, si sa, servono per consolare e all’uomo servono molti miti quando
mancano le ragioni e la volontà domina ogni appello alla verità.
Niente di nuovo sotto il sole: ogni giorno che passa, i dibattiti in bioetica
si fanno ripetitivi e anche un po’ noiosi.
Soltanto speranze (nuove terapie, nuova salute, nuova felicità) e paure (nuovi
disastri, nuove sofferenze, nuove morti) più o meno irrazionali si contendono
il primato di un discorso che forse è già stato scritto altrove.
Adriano Pessina
Cattedra di Bioetica Università Cattolica
del S.Cuore - Milano



