

Dopo
la prima descrizione di Philippe Mouret di Lione nel 1987, che realizzò la
prima colecistectomia laparoscopica, la videochirurgia ha avuto un rapido
sviluppo anche in Chirurgia Pediatrica 4-9.
Ciò è dovuto, dopo il successo che la laparoscopia ha avuto negli adulti,
non solo allo sviluppo tecnico e strumentale che si è avuto negli ultimi anni,
ma anche al crescente numero di patologie chirurgiche pediatriche che possono
essere trattate con tale metodica. Pur tuttavia per quanto concerne le indicazioni
alla laparoscopia operativa in età pediatrica, oggi non esistono in letteratura
ampie casistiche al riguardo che consentano di identificare in maniera critica
il suo impiego.
Le procedure videochirurgiche possono essere suddivise in: a) tecniche standardizzate,
che vengono comunemente utilizzate per precise indicazioni (Tabella
1);
b) metodiche sulla cui validità sono necessarie ulteriori valutazioni e sulle
cui indicazioni non c’è un parere unanime;
c) (Tabella 2) e modelli ancora in fase
sperimentale (Tabella 3).
Il RGE refrattario alla terapia medica, può essere considerato una delle principali
indicazioni alla laparoscopia operativa in età pediatrica11-13. La chirurgia
laparoscopica antireflusso richiede un completo ed accurato studio preoperatorio
che include esofagogramma, Ph-metria, endoscopia e manometria.
Un precedente intervento chirurgico od una gastrostomia non sono una controindicazione
all’intervento laparoscopico4.
Entrambe le tecniche di fundoplicatio, la Nissen a 360o (Fig.1)
o la Toupet a 270o, sono molto valide nel trattamento dei bambini con RGE.
La scelta della tecnica dipende dalle preferenze dell’operatore e dall’indicazione
all’intervento ma è indipendente dall’età del paziente. Tuttavia in caso di
dismotilità esofagea o nei pazienti operati alla nascita di atresia esofagea,
una fundoplicatio parziale sec. Toupet sembra essere preferibile. Nei pazienti
neurologici che sempre più spesso richiedono oltre ad una fundoplicatio anche
una gastrostomia, quest’ultima può essere realizzata contestualmente alla
fundoplicatio sempre per via videochirurgica.
La correzione del RGE per via laparoscopica è più precisa, meno traumatica
e conseguentemente diminuisce il rischio di complicanze rispetto all’intervento
condotto per via tradizionale. Tutto ciò rende la degenza più breve, tanto
da consentire la dimissione in terza giornata contro i 10 giorni di degenza
dopo un intervento di fundoplicatio eseguito per via laparotomica. L’appendicectomia
video-assistita è largamente adottata in età pediatrica nei pazienti con appendicopatia12.
L’intervento viene realizzato con un solo trocar posizionato al livello dell’ombelico.
Questa tecnica è possibile grazie all’uso di un’ottica operativa da 10-mm,
dotata di un canale operativo da 5-mm dove viene introdotto una pinza atraumatica
da 450-mm di lunghezza. L’appendice viene identificata e portata all’esterno
della cavità addominale attraverso l’ombelico.
L’appendicectomia videoassistita combina i vantaggi della laparoscopia e della
chirurgia a cielo aperto. L’appendicectomia realizzata fuori dalla cavità
addominale evita l’eventuale inquinamento della cavità addominale e permette
di realizzare l’inversione del moncone appendicolare residuo, senza esteriorizzazione
dell’appendice. In caso di appendicite complicata da peritonite, è consigliabile
aggiungere altri due trocars da 5-mm e completare la procedura totalmente
in laparoscopia. In caso di testicolo non palpabile, la laparoscopia viene
considerata l’indagine diagnostica di prima scelta. Il vantaggio della laparoscopia
è quello di poter accertare con esattezza la presenza e la posizione del testicolo,
anche quando questo si trova in posizioni anomale come ad esempio dietro alla
vescica o al di sotto del rene (Fig.
3).
Una volta accertata la presenza della gonade il chirurgo può continuare l’intervento
scegliendo la tecnica chirurgica laparoscopica più adeguata da impiegare.
In caso di testicolo alto, cioè lontano dal canale inguinale, l’intervento
di Fowler-Stephens sembra essere l’intervento di orchidopessi più utilizzato.
Esso viene realizzato in due tempi e consiste nel sezionare i vasi spermatici,
che rappresentano di norma l’ostacolo all’abbassamento del testicolo nello
scroto, e nel portare il testicolo nello scroto.
La vitalità della gonade è assicurata dalla neovascolarizzazione proveniente
dai vasi deferenziali. In caso di testicolo intraddominale basso, situato
a contatto dell’anello inguinale interno, l’orchidopessi videoassistita senza
sezionare i vasi spermatici sembra dare ottimi risultati2-8. In caso di atrofia
testicolare, l’orchiectomia può essere facilmente realizzata in laparoscopia.
La varicocelectomia in caso di varicocele è un’altra procedura routinariamente
adottata nei bambini. L’intervento è estremamente semplice e consiste nella
legatura e nella sezione della vena spermatica (tecnica di Ivanisevich) interna
responsabile del reflusso e della conseguente sintomatologia.
Un gran numero di pubblicazioni riportate nella letteratura internazionale,
mostrano che i risultati dell’intervento di varicocelectomia per via laparoscopica
è assolutamente comparabile alle procedure chirurgiche tradizionali o all’embolizzazione3-4-5.
Per quel che riguarda la tecnica chirurgica utilizzata, la legatura di vena
ed arteria è preferibile alla legatura della sola vena spermatica, sebbene
l’intervento di Palomo sia gravato da un incidenza non trascurabile di idrocele
postlaparoscopia rispetto a quello di Ivanisevich. La Colecistectomia è un’altra
procedura regolarmente praticata, anche se la colelitiasi è abbastanza rara
in età pediatrica6-7.
Per realizzare questo intervento vengono utilizzati 4 trocars del diametro
di 5-mm (Fig 4).
L’intervento consiste nell’identificare la colecisti, sezionare tra clips
il dotto cistico e l’arteria cistica e di rimuovere la colecisti dopo averla
isolata dal suo letto epatico.
Per evitare complicanze iatrogene è molto importante identificare con assoluta
certezza la giunzione tra il dotto cistico e la via biliare principale (Fig.
5) che spesso può essere danneggiata da operatori laparoscopici
non esperti con gravi conseguenze per il malato. La colecisti viene rimossa
a fine intervento dall’orifizio ombelicale, dopo aver estratto, in caso di
colecisti voluminose, i calcoli dal suo lume grazie all’uso di una pinza atraumatica.
Le cisti ovariche sono le più comuni masse ovariche riscontrate nei neonati
di sesso femminile14.
La regressione spontanea delle cisti occorre con una frequenza del 25-50%
dei casi specialmente per le cisti di piccole dimensioni. Le complicanze pre
e postnatali delle cisti ovariche sono comuni e consistono in sanguinamento
intracistico, torsione della cisti ed autoamputazione della cisti (Fig.
6).
In caso di cisti di grosse dimensioni (diametro > 40 mm) l’intervento laparoscopico
è giustificato. L’intervento più comunemente realizzato è la rimozione della
cisti, preservando il parenchima ovarico. Tale procedura chiamata cistectomia
intraperitoneale è realizzata quando il parenchima ovarico residuo è in buone
condizioni ed è evidenziabile un piano di clivaggio tra la cisti e l’ovaio
sano, al contrario se il parenchima ovarico è distrutto è preferibile realizzare
l’ovariectomia.
Le occlusioni intestinali da aderenze sono il possibile esito di ogni laparotomia.
La loro incidenza varia, in accordo con vari autori tra il 5 ed il 70%.
Queste aderenze sono formate da briglie di fibrina che ancorano le anse intestinali
alla parete addominale. In molti casi il solo sintomo è rappresentato dai
dolori addominali ricorrenti, sebbene a volte la prima evidenza clinica è
rappresentata da una vera occlusione intestinale che richiede un intervento
chirurgico immediato. In caso di dolori addominali ricorrenti o in caso di
occlusione la sezione delle aderenze per via laparoscopica è indicata4-10.
La lisi di aderenze visceroparietali ed anche visceroviscerali, che consiste
nel coagulare e sezionare le aderenze sotto visione, è di semplice esecuzione,
determina una rapida ripresa del transito intestinale con immediata scomparsa
della sintomatologia, ed evita una nuova laparotomia che è gravata da una
discreta percentuale di morbidità e non scevra da ulteriori complicanze.
La splenectomia è considerata un’altra procedura avanzata che può essere realizzata
in laparoscopia.
La tecnica consiste nell’isolare e sezionare tra clips i vasi splenici, nel
liberare la milza dalle aderenze posteriori, nel posizionare la milza in un
sacchetto ed estrarla, dopo averla “frantumata”, dall’ombelico senza realizzare
un’ampia laparotomia.
Le indicazioni nel bambino sono rappresentate da patologie ematologiche come
la talassemia o la sferocitosi non controllabili con la sola terapia medica.
La splenectomia laparoscopica, pur tuttavia andrebbe realizzata solo quando
le dimensioni della milza non eccedono i 500/600 gr di peso, mentre per milze
più grandi una mini-laparotomia sottocostale è preferibile.
L’ernia inguinale congenita è la patologia chirurgica pediatrica più frequentemente
riscontrata e trattata a cielo aperto. Nella cura di questa patologia la laparoscopia
non sembra giocare un ruolo fondamentale, ma può essere utile in caso di ernia
inguinale monolaterale per effettuare il controllo laparoscopico del canale
inguinale controlaterale, per evidenziare la presenza di un’ernia inguinale
dall’altro lato anche se clinicamente silente.
La laparoscopia ha inoltre un giustificato ruolo nel trattamento delle ernie
inguinali recidive. In questo caso l’intervento laparoscopico permette di
realizzare un’ernioraffia dall’interno dell’addome senza riaprire il canale
inguinale. Indipendentemente dalla patologia che deve essere trattata non
vi è dubbio che la videochirurgia mininvasiva offre una serie di vantaggi.
Innanzitutto il minor trauma della parete addominale, grazie all’uso di strumenti
miniaturizzati del diametro di pochi mm che comporta un post-operatorio praticamente
indolore ed una rapida dimissione1-11.
Inoltre, in laparoscopia, grazie alla migliore visione che gli strumenti consentono,
è possibile effettuare interventi mirati con una precisione maggiore rispetto
a quella che si potrebbe avere con la chirurgia tradizionale raggiungendo
più facilmente spazi altrimenti scomodi (ad es. il cavo del Douglas). Inoltre
la non apertura della cavità addominale determina da un lato una minore incidenza
di complicanze “locali“ quali ad es. aderenze visceroviscerali o visceroparietali
e dall’altro evita complicanze di ordine generale. Un altro vantaggio è indubbiamente
la minore invasività della metodica con un decorso postoperatorio più semplice
ed infine anche un migliore risultato estetico derivante dall’assenza di cicatrici
addominali 9.
La principale critica che può essere fatta alla laparoscopia è da un lato
che il suo utilizzo è ancora limitato ad una piccola parte dei chirurghi pediatri
e dall’altro che necessita di un periodo di apprendimento ancora lungo3.
Analizzando la letteratura internazionale, si evidenzia che la “learning curve”
della laparoscopia è più lunga rispetto alla chirurgia tradizionale ed il
successo delle procedure dipende grandemente dall’esperienza laparoscopica
del chirurgo che le realizza13.
Per questo motivo è preferibile indirizzare i pazienti nei quali si pensi
possa essere effettuata una laparoscopia nei centri che hanno una lunga esperienza
con questa metodica, per garantire un’alta percentuale di successo dell’intervento
con una bassa percentuale di complicanze. In conclusione, si può affermare
che oggi all’inizio del terzo millennio la laparoscopia rappresenta una procedura
valida ed efficace da realizzare nei pazienti pediatrici. Riguardo alle indicazioni,
nei prossimi anni, casistiche più ampie saranno probabilmente pubblicate e
questo certamente permetterà di chiarire in maniera più precisa in quali patologie
la laparoscopia è realmente preferibile all’approccio open in chirurgia pediatrica.
Alessandro Settimi
Cattedra di Chirurgia Pediatrica,
Università di Napoli “Federico II”,
Napoli, Italia


Alessandro Settimi